Storia di un mito dall’antichità all’arte contemporanea
Ultimi giorni (sino al 15 febbraio) per visitare a Genova, Palazzo Ducale, la grande mostra collettiva Moby Dick - La balena Storia di un mito dall’antichità all’arte contemporanea, autoprodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura Genova con TBA21 - Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Madrid, a cura di Ilaria Bonacossa (Direttrice della Fondazione) e Marina Evia Estrada (curator TBA21), in collaborazione con Michela Murialdo.
L’ispirazione è data dall’omonimo romanzo (1851) di Herman Melville, così bistrattato all’epoca della sua pubblicazione, trasformatosi, invece, in icona del Novecento: ispiratore di film, opere teatrali, riprese letterarie, dipinti, illustrazioni, composizioni musicali; insomma, una leggenda, proprio come la gigantesca e mitica Balena Bianca, ossessione di tutta un’esistenza per il capitano Achab.
Del resto, il tema del mare, degli oceani, e del rapporto che l’uomo ha sviluppato nel corso dei secoli con l’acqua, elemento fondamentale della natura e della vita stessa, nonché con gli esseri che abitano le acque del nostro pianeta, è un topos inesauribile da sempre: religioni, miti, arte, scienza, filosofia, musica, letteratura, teatro, ma anche economia, commercio, finanza, molte delle attività umane ruotano intorno al mare e ai suoi prodotti; e le balene, un po’ creature fiabesche, un po’ mostri marini, ma anche prede ricercate e ambite, sino a diventare oggetto di culto e di protezione ambientale e della biodiversità, hanno accompagnato i sogni, gli incubi e l’immaginario collettivo e simbolico dell’umanità nel corso dei secoli.
Non è semplice trasmettere le sensazioni, ancor meno le emozioni, che suscita questo percorso espositivo, perché davvero è un immergersi in un mondo “altro”, continuamente attratti, sollecitati, distratti, da suoni, visioni, colori e da altre dimensioni (spaziali, temporali), da oggettistica di altri tempi (navigazione, caccia alle balene, costumi e mobili di epoca, diorami…), ma anche da ceramiche e complementi di arredo di designer e artisti del Novecento. Per non parlare degli esperimenti scientifici, o meglio, di quando arte e scienza si fondono; mi riferisco ad Accelerando, l’installazione di Clara Harstrup: una stanza, praticamente buia, ospita acquari ove il movimento dei piccoli pesci tropicali, grazie a dei sensori, provoca il suono di strumenti musicali appositamente predisposti, vera e propria musica del nostro viaggio sottomarino. Grazie alla collaborazione dell’Acquario di Genova.

Ogni sala degli Appartamenti del Doge ci fa fare una nuova scoperta, come la riproduzione dello studio-biblioteca di un collezionista, che ha imprestato, ma ha voluto restare anonimo, tutte le differenti edizioni del romanzo Moby Dick, raccolte nel corso della sua vita, che qui vengono esposte in eleganti scaffalature, librerie, teche, vetrinette, insieme a stampe di epoca che riproducono velieri, baleniere, mappe, scene di caccia alle balene, vecchie fotografie, sestanti… Un piccolo mondo antico.
Difficile segnalare una sezione piuttosto che un’altra: la curiosità e l’apprezzamento sono davvero soggettivi, sempre, e in particolare con l’arte contemporanea. Personalmente, sono rimasta incantata dalle due grandi opere video, già citate dalle curatrici. Occorrerebbe programmare più visite e con tempi lunghi per poter godere sino in fondo di questo sprofondare nel mare che ci consente l’artista britannico di origine ganese John Akomfrah: questo video blu, a tre enormi schermi allineati in sequenza, ove si alternano scene di vita sottomarina o di tuffi scenografici dei cetacei o altri animali marini a filmati in bianco e nero, sempre sul tema delle balene, ha davvero un che di ipnotico. A tratti quasi mistico, pur nella crudezza di alcune immagini tratte da documentari di metà ventesimo secolo. La musica creata ad hoc gioca la sua parte.
Similmente, l’altra grande opera video, Of Whales di Wu Tsang, artista statunitense che vive a Berlino, avvolge il visitatore in un’esperienza immersiva e contemplativa. L’installazione è una singolare interpretazione del mondo, osservato dalla prospettiva visiva di una balena. Ha una durata di quattro ore e si rigenera continuamente grazie a un programma di intelligenza artificiale che rende le immagini sempre diverse. Anche in questo ambiente, dotato di cuscinoni posati sulla moquette, una colonna sonora dal timbro sacro.
Sicuramente d’effetto e di “shock al bianco” l’ampia Sala Bianca, che è un concentrato di artisti famosi e di opere… bianche, appunto. L’unica in cui entra la luce naturale, elemento di non secondaria influenza. Qui si rappresenta, visivamente e plasticamente, un’altra “ossessione”, non solo artistica (espressa in Italia nel Minimalismo degli anni Sessanta e Settanta), ma anche esistenziale e filosofica. Il collegamento è, naturalmente, con l’inafferrabile “Bianca” di Melville, che diventa un pretesto per indagare la ricerca del vuoto e la tangenza con il Mistero.
Il “bianco” – come nei whiteout sperimentati dagli alpinisti in alta montagna – è un’esperienza di straniamento, dove non esistono confini e dimensioni e tutto viene diluito in una percezione di assenza e di vuoto. In questa sezione sono presenti opere di Ines Zenha, con le sue misteriose ceramiche; Dominique White e la sua The Long Emancipation; Pino Pascali (una suggestiva ricostruzione di una balena realizzata con tele tese su centine in legno); e lavori provenienti dalla collezione di Villa Croce: Achrome di Piero Manzoni, Bianco di Agostino Bonalumi, Superficie bianca di Turi Simeti, Costellazione di Dadamaino.
Completano la Sala: le sculture minimaliste di Claudia Losi, ispirate al grasso di balena; la fotografia di Paola Pivi, in cui ha radunato diversi animali bianchi, dal dromedario all’orso polare fino al topolino, estrapolati dal loro contesto naturale, a creare una sorta di nuova Arca di Noè, che destabilizza lo spettatore; e uno still video con colonna sonora di Darren Almond realizzato durante un viaggio in Antartide, che mostra paesaggi di ghiaccio, segnati dalle infinite sfumature di bianco generate da luce e acqua.

Non potendo, per limiti di spazio, narrare tutto il percorso espositivo, mi limito a segnalare ulteriormente la sala dedicata al Giappone con i prestiti dal Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova; la Cappella Dogale, ove un’installazione audio di Alberto Tadiello, composta da otto tracce registrate come un unico flusso continuo in loop, ci accoglie e avvolge con i misteriosi “canti” delle balene, intrecciati a voci di biologi, rumori urbani e canti di popolazioni locali. La Cappella diventa una sorta di sacrario naturale, omaggio al Santuario internazionale dei cetacei del Mar Ligure. A conferire una cornice ancora più suggestiva, la presenza di parti di scheletri di balene – tra cui i fanoni, le lamine presenti nella bocca di alcune specie al posto dei denti. Si tratta di materiali provenienti dal Museo di Storia Naturale Giacomo Doria di Genova.
Un grande pannello, poi, realizzato in collaborazione con il Teatro Nazionale di Genova, documenta con foto di scena, immagini dei protagonisti, locandine e materiali informativi, l’indimenticabile Moby Dick di Vittorio Gassman portato in scena nel 1992, in occasione delle Colombiadi, come inaugurazione del rinnovato Porto Antico, concepito dall’architetto Renzo Piano, che firmò anche la scenografia dello spettacolo.
Lungo il tragitto fanno la loro apparizione molti oggetti e manufatti – piroghe, imbarcazioni a fasciame, ornamenti costituiti da denti di capodoglio, modelli di kayak, cuspidi, lance, corsetti, lampade ad olio – che non solo ripercorrono la storia di un mito presente in moltissime tradizioni, ma testimoniano le molteplici modalità di utilizzo di un animale che per alcune popolazioni è stato fonte di sostentamento e ricchezza.
Moby Dick - La balena
