Ricordo di Cesare Molinari

di Siro Ferrone, Renzo Guardenti

Data di pubblicazione su web 12/02/2026

Ricordo di Cesare Molinari

Con la scomparsa di Cesare Molinari la storia dello spettacolo perde uno dei suoi padri fondatori. Non è facile parlarne, dopo aver condiviso con lui, a seconda dei nostri distinti percorsi biografici e accademici, quasi cinquant’anni ora di discepolato, ora di comune colleganza e amicizia anche al di là delle aule universitarie. 

Nato a Venezia nel 1935, Cesare Molinari si era formato alla Scuola Normale Superiore di Pisa sotto la guida di Carlo Ludovico Ragghianti, e a Pisa aveva iniziato a insegnare dopo aver ottenuto la libera docenza nel 1964, per poi passare nelle Università di Parma, Urbino e infine, dal 1977, nell’Università degli Studi di Firenze, dapprima nella Facoltà di Lettere, poi in quella di Lettere e Filosofia dove ha concluso la sua carriera accademica nel 2008. E a Firenze negli anni Novanta ha diretto a più riprese il Dipartimento di Storia delle Arti e dello Spettacolo. 

Studioso di fama internazionale, ha insegnato come professore invitato presso l’Université de Paris 3 Sorbonne Nouvelle e nelle Università di Toronto e Santiago del Cile. Dal 1984 al 1993 è stato presidente dell’Istituto Internazionale per la Ricerca Teatrale, mentre dal 1998 al 2001 è stato presidente dell’European Science Foundation Network di Iconografia teatrale. Ha fondato e diretto, insieme a Ferruccio Marotti, «Biblioteca teatrale», una delle più autorevoli riviste di settore. Questo per quanto riguarda il suo percorso accademico. 

Ma è sul versante disciplinare che è possibile cogliere l’importanza del magistero di Cesare Molinari: la storia dello spettacolo gli deve molto, poiché è grazie anche ai suoi studi che ha raggiunto una incontestabile dignità accademica. La sua formazione iniziale di storico dell’arte e la lezione di Ragghianti sono all’origine della particolare sensibilità nei confronti degli aspetti visivi delle arti dello spettacolo da lui praticate costantemente, mettendo a punto una prospettiva metodologica fondata sullo studio delle fonti iconografiche quali documenti imprescindibili di una ricerca storico-teatrale finalizzata a ricostruire i processi che hanno permesso la realizzazione di forme spettacolari, singoli spettacoli, performance di attori. Questo fondamentale scarto di prospettiva, che considera quale privilegiato oggetto di studio l’evento spettacolare nelle sue molteplici forme e declinazioni, ha portato all’affrancamento degli studi sullo spettacolo da viete tradizioni ermeneutiche fondate sul primato del testo drammatico, ridefinendo ambiti, confini e metodi delle discipline dello spettacolo.

Già evidente fin dai primi studi su Edward Gordon Craig, questa linea di indirizzo si definisce in maniera chiaramente nel volume Spettacoli fiorentini del Quattrocento. Contributo allo studio delle Sacre Rappresentazioni (Vicenza, Neri Pozza, 1964), che può essere considerato come la pietra angolare della sua idea di storia dello spettacolo, e si sviluppa in saggi quali Le nozze degli dei sul grande spettacolo barocco (Roma, Bulzoni, 1968), L’attrice divina. Eleonora Duse nel teatro italiano tra i due secoli (Roma, Bulzoni, 1985), La Commedia dell'arte (Milano, Mondadori, 1985), Il teatro illustrato per l’edizione nazionale delle opere di Carlo Goldoni (Venezia, Marsilio, 1993), fino ai più recenti I mille volti di Salomè (Imola, Cue Press, 2015) e La statua che danza. Arte e misfatti di Lady Hamilton (Roma, Bulzoni, 2020). Libri memorabili, che testimoniano l’ampiezza degli interessi di Molinari, ora contrassegnati da limpide sintesi concettuali, ora terreno di minuziosi percorsi analitici finalizzati alla restituzione di forme ed eventi spettacolari o di stili di recitazione. 

O ancora, su altri versanti di ricerca, dalla sua folta produzione saggistica emergono i volumi Il teatro greco nell’età di Pericle (Bologna, Il Mulino, 1994), Bertolt Brecht (Roma-Bari, Laterza, 1998), L’arte dell’attore e la recitazione (Roma-Bari, Laterza, 2006), e ancora Teatro e antiteatro dal dopoguerra a oggi (Roma-Bari, Laterza, 2007) dedicato alla scena contemporanea nel quale ha messo a frutto la sua esperienza di spettatore infaticabile, e non ultimo quel manuale di Storia del teatro edito da Mondadori all’inizio degli anni Settanta e poi ripubblicato da Laterza su cui si sono formate generazioni di studenti. E non possiamo dimenticare l’ideazione, alla metà degli anni Novanta, dell’Archivio di Iconografia teatrale Dionysos, ancora oggi consultabile presso il Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze e contenente oltre ventimila immagini dall’antichità classica al Novecento. 

Didatta rigoroso, in apparenza freddo, ma appassionato, era dotato di un eloquio cristallino, unito alla capacità di stimolare nelle sue lezioni la diretta partecipazione degli studenti in una costante dimensione seminariale. Refrattario alle dinamiche che animano la vita accademica, ha avuto la fortuna di vedersi risparmiati per ovvi motivi anagrafici i deliri dell’università anvuriana. 

Vorremmo ricordarlo anche per quell’impegno politico e civile, inscindibile dalla pratica scientifica e disciplinare, manifestatosi già negli anni Settanta col saggio Storia di Antigone da Sofocle al Living Theatre (Bari, De Donato, 1974), composto all’epoca del sanguinoso colpo di stato in Cile e dedicato al presidente Salvator Allende. Un impegno continuato nel corso del tempo con interventi di carattere politico e teatrale sulla rivista «Dalla parte del torto», il cui titolo riecheggia una massima di Bertolt Brecht, autore a lui particolarmente caro, fino a giungere all’aiuto finanziario a sostegno dei migranti e alla recente messa in scena, insieme a Massimo Luconi, di Storia di un bandito che conquistò il potere, riscrittura de La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht interpretata da profughi e rifugiati africani.



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