Il mattatoio dell’anima
La recita di sabato 13 ha segnato il
ritorno sul podio di Riccardo Chailly dopo il malore che lo aveva
costretto a interrompere bruscamente la rappresentazione del 10 dicembre. Gli
applausi scroscianti che hanno accolto il direttore non mi hanno distolto dal
pensare cosa sarebbe accaduto se un simile imprevisto avesse colpito il
direttore durante la serata inaugurale del 7 dicembre. Risulta onestamente
inconcepibile che un teatro della statura della Scala non preveda un sostituto
pronto a subentrare in corsa per garantire la continuità dell’opera.
Sul piano puramente interpretativo, la
direzione di Chailly si è mossa lungo i binari di una correttezza analitica
quasi chirurgica, sebbene occorra riconoscere che, davanti a un’orchestrazione
come quella di Šostakovič — un congegno a orologeria perfettamente oliato dove
ogni accento, ogni glissato e ogni timbro è già un’indicazione di regia sonora
insuperabile — il compito del direttore diventi paradossalmente agevole, poiché la
musica è talmente scritta bene e teatralmente autosufficiente da non richiedere
voli pindarici per funzionare. Il vero merito del Maestro Chailly va dunque
rintracciato nella statura e nel coraggio della sua programmazione: scegliere
questo titolo modernista, aspro e politicamente scomodo per il suo ultimo
Sant’Ambrogio è stata una dichiarazione artistica di rara lucidità, un atto di
onestà intellettuale con cui chiude il suo mandato, dimostrando di aver
compreso la necessità di un teatro che scuote le coscienze più che
rassicurarle.

Un momento dello spettacolo
© Brescia e Amisano
L’idea regista di Vasily Barkhatov
ha trasportato la vicenda in un Novecento polveroso e claustrofobico,
abbandonando il folklore russo dell’Ottocento per un’ambientazione che richiama
l’estetica industriale degli anni ’70 e ’80. Al centro della scenografia di Zinovy
Margolin, la mastodontica struttura girevole ha creato un alveare di stanze
opprimenti, uffici e magazzini che hanno reso tangibile l’idea di una prigione
quotidiana. L’intuizione registica fondamentale è stata quella di impostare
l’intera vicenda come un immenso flashback: l’opera non si dipana in linea
retta, ma come la ricostruzione mnemonica di un’indagine giudiziaria, un
processo della memoria dove i fatti appaiono filtrati dal trauma. Barkhatov ha
utilizzato con intelligenza proiezioni cinematografiche e inserti video per
scavare nella psiche di Katerina, trasformando i suoi desideri repressi e i
suoi fantasmi in immagini che fungono da contrappunto visivo al realismo crudo
dell’azione scenica. Le scelte registiche hanno diviso quella parte di critica
e pubblico che cercava lo scandalo grafico o la violenza esplicita, liquidando
la regia come un esercizio da educande. Ma chi ha vissuto lo spettacolo
realmente in teatro ha potuto constatare come l’esplicito non avrebbe aggiunto
nulla alla potenza devastante del dramma. La tensione elettrica che saturava
l’aria della Scala rendeva già profondamente disturbante ciò che accadeva sul
palco, tra sesso, stupri, omicidi; il superfluo visivo avrebbe solo svilito la
tragedia trasformandola in un voyeurismo di dubbio gusto. Proprio qui emerge
l’abisso comunicativo tra l’esperienza in sala e quella mediata dallo schermo:
se la regia televisiva tende a normalizzare il caos isolando i volti con primi
piani cinematografici, l’esperienza dal vivo è stata fisica, spaziale e barica,
permettendo all’occhio di vagare nelle zone d’ombra della scenografia e
percepire una minaccia costante che il piccolo schermo inevitabilmente ora
filtra, ora addolcisce: insomma, racconta in altro modo. Ultima nota sulla
regia: Barkhatov sceglie di far morire Katerina e la rivale come torce umane,
anziché farle
annegare nel fiume come previsto dal testo originale. Non è né insensato
né sconvolgente.
Al contrario, è una scelta di enorme effetto scenico: il fuoco diventa la
sintesi visiva definitiva della disperazione dei personaggi. Non serve la
fedeltà didascalica quando l’impatto drammatico è così potente e
coerente con l’orrore della vicenda. L’ortodossia del come è scritto lasciamola
al secolo scorso.
Le prestazioni dei complessi scaligeri
sono state ammirevoli, confermandosi il vero cuore pulsante dell’istituzione.
L’Orchestra del Teatro alla Scala ha risposto alle sollecitazioni della
partitura con una precisione e una varietà di colori straordinarie: dai
glissati sardonici dei tromboni nelle scene di grottesco erotismo, alla
trasparenza vitrea dei legni nelle oasi liriche, fino alla violenza tellurica
degli interludi, ogni sezione ha dimostrato un magistero tecnico assoluto. Non
meno impressionante è stato il Coro diretto da Alberto Malazzi,
capace di trasformarsi con duttilità mimetica da massa contadina rozza e
ubriaca a corpo dolente e spettrale nel cammino verso la Siberia; la loro prova
nell’ultimo atto ha raggiunto vette di tensione emotiva insuperabili,
restituendo quella voce collettiva di un popolo oppresso che Šostakovič ha
saputo rendere immortale.

Un momento dello spettacolo
© Brescia e Amisano
La riuscita della serata è stata infine
sigillata da un cast vocale dominato dalla prova monumentale di Sara
Jakubiak, che ha offerto una Katerina di straordinaria resistenza fisica,
capace di passare da un registro centrale morbido ad acuti d’acciaio che hanno
attraversato la densità orchestrale senza mai gridare. Accanto a lei, il Boris
di Alexander Roslavets è apparso come un monumento
monolitico alla brutalità patriarcale, con una voce scura e quasi metafisica
nella sua cattiveria, mentre il Sergej di Najmiddin Mavlyanov ha
incarnato il seduttore perfetto, che vocalmente ha convinto poco. Ogni
tassello, dallo Zinovij di Stanislav Klykh alla Sonetka di Yulia Matochkina,
ha contribuito all’efficacia del dramma corale. Un punto di caduta si è
riscontrata nella figura del marito di Katerina, Zinovij Borisovič,
interpretato da Stanislav Klykh. La sua prestazione è risultata
vocalmente incolore e scenicamente troppo evanescente anche per un personaggio
che, per scrittura, avrebbe dovuto rappresentare la mediocrità. La mancanza di
incisività di Klykh ha finito per indebolire il triangolo drammatico iniziale,
lasciando quasi interamente sulle spalle della protagonista il compito di
reggere il peso della noia coniugale.
Si esce dalla Scala con la consapevolezza
che la vera tragedia non risiede nel sangue mostrato o nello shock gratuito, ma
nella sistematica distruzione dell’individuo operata da una società corrotta,
prima che il fango e il ghiaccio chiudano definitivamente i conti con ogni
speranza umana.
Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk

© Brescia e Amisano
Cast & credits
| Titolo
Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk |
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| Sotto titolo
Opera in 4 atti e 9 quadri |
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| Data rappresentazione
13 dicembre 2025 |
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| Città rappresentazione
Milano |
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| Luogo rappresentazione
Teatro alla Scala |
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| Prima rappresentazione
7 dicembre 2025 |
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| Libretto
Libretto proprio e di Alexander Prejs, dal racconto omonimo di Nikolaij Leskov |
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| Regia
Vasily Barkhatov |
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| Interpreti
Alexander Roslavets (Boris Timofeevič Izmailov) Yevgeny Akimov (Zinovij Borisovič Izmailov) Sara Jakubiak (Katerina L’vovna Izmajlova) Najmiddin Mavlyanov (Sergej) Alexander Kravets (Un contadino cencioso) Chao Liu (Un operaio del mulino) Valery Gilmanov (Un prete) Jirí Rajniš (Un guardiano) Ivan Shcherbatykh (Un caporeparto) Oleg Budaratskiy (Un sergente di polizia) Massimiliano Difino (Un ospite ubriaco) Ekaterina Sannikova (Aksin’ja) Goderdzi Janelidze (Un vecchio forzato) Elena Maximova (Sonetka) Laura Lolita Perešivana (Una forzata) Xhieldo Hyseni (Un sergente) Huanhong Li (Un poliziotto) Chao Liu (Una guardia) Coro (Fantasma di Boris Timofeevič) Vasyl Solodkyy (Un insegnante) Haiyang Guo (Un cocchiere) Antonio Murgo (Primo lavorante) Joon Ho Pak (Secondo lavorante) Flavio D’ambra (Terzo lavorante) |
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| Scenografia
Zinovy Margolon |
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| Costumi
Olga Shaishmelashvili |
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| Luci
Alexander Sivaev |
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| Musiche
Dmitrij Šostakovič |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro alla Scala |
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| Direzione d'orchestra
Riccardo Chailly |
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| Coro
Coro del Teatro alla Scala |
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| Maestro del coro
Alberto Malazzi |