La cieca obbedienza al sistema

di Lorenzo Gorini*

Data di pubblicazione su web 21/01/2026

Bros

Il pubblico sta finendo di accomodarsi in sala, ma la pesante atmosfera distopica di Bros di Romeo Castellucci aleggia nell’aria ancora prima che si abbassino le luci. Sul palco due macchinari, simili a un grosso taser e a una cinepresa, ruotano su sé stessi a ritmo regolare, accompagnati da forti suoni meccanici e immersi nella luce fioca e quasi nebulosa di una scenografia che ricorda un seminterrato o una sala interrogatori. Cala il buio e si capisce subito di essere parte di un’esperienza immersiva quanto più lontana possibile da una classica rappresentazione teatrale. L’oscurità e il silenzio durano per i primi due minuti abbondanti, fino alla comparsa di un uomo anziano con una lunga tunica bianca, appena illuminato, che si trascina sul palco recitando in una lingua indecifrabile dei passi della Bibbia dal libro del profeta Geremia. Alla fine della scena l’anziano profeta, interpretato dall’attore rumeno Valer Dellakeza, si spoglia completamente, si stende su un letto e ha inizio lo spettacolo.


Un momento dello spettacolo
© Jean-Michel Blasco
                                     

Entrano in scena ventitré uomini in divisa da poliziotti, dispiegano verso il pubblico striscioni con scritte in latino – i “motti” (scritti da Claudia Castellucci ed elencati nel programma di sala), tradotti in italiano dalla voce fuoricampo dell’altoparlante – e iniziano a eseguire una serie di ordini impartiti da un’entità superiore, invisibile, che guida gli attori in diretta come burattini al servizio del potere. Il gruppo di poliziotti, infatti, è formato da attori non professionisti, “presi dalla strada”, che accettano di eseguire qualsiasi ordine gli venga dato attraverso un auricolare, con cieca obbedienza, seguendo rigide regole di comportamento (anch’esse elencate nel programma di sala) e senza conoscere minimamente l’evoluzione degli eventi.  Lo svolgimento non segue un filo narrativo, è piuttosto una sequenza di azioni simboliche di grande impatto emotivo, a tratti quasi disturbanti, che celano riflessioni sul concetto di “de-individuazione” dell’agente di polizia, che silenzia la propria coscienza nel nome del collettivo, di quella fratellanza che dà il nome all’opera ma che si basa sui valori della violenza e della disciplina. Non troppo celata è la critica alle forze dell’ordine, rappresentate come un potere incontrastabile, un organo di supervisione costante, di una violenza efferata e spesso gratuita che sposa pienamente i concetti teorizzati nel cosiddetto “effetto Lucifero”: l’essere umano tende ad assumere comportamenti inaspettati in base al contesto sociale in cui si trova e al ruolo che ricopre.


Un momento dello spettacolo
© Jean-Michel Blasco


Nel continuo susseguirsi di scene, nello spettatore si alternano emozioni contrastanti: dall’ansia che scaturisce da scene violente di percosse e torture perpetrate dagli agenti si passa al senso di grottesco dato dall’adunata di fronte a un idolo deforme venerato come un dio (che ricorda molto le adunate naziste e fasciste della Seconda guerra mondiale). Nel finale, entra in scena un bambino, di quattro o cinque anni, con una tunica bianca, molto simile a quella dell’anziano profeta, simbolo dell’innocenza infantile; il bambino prende il centro del palco e, in un momento carico di pathos, riceve un manganello da uno degli agenti, disperdendosi poi tra il gruppo di poliziotti rimasti sullo sfondo. Una chiusura potente e significativa, un vero e proprio passaggio di consegne che ci mostra come chiunque possa essere corrotto dal potere, dal senso di superiorità e appartenenza sociale che derivano dall’indossare una divisa, dall’essere parte di un gruppo. 

Bros non è uno spettacolo per i deboli di cuore: non c’è da stupirsi che alcuni spettatori abbiano scelto di lasciare la sala dopo qualche minuto. Non si tratta di una visione facile, il pubblico è emotivamente coinvolto dal principio e ci sono parecchi elementi inconsueti che possono sembrare privi di senso, sia a livello scenico che interpretativo, e possono infastidire o stranire chi non ha un’apertura totale verso l’immersività dell’esperienza. Le luci sempre soffuse creano un effetto di velatura dello sguardo, come a sottolineare l’anonimato degli agenti, ma in netto contrasto troviamo il minuzioso lavoro sul sonoro, spesso molto aggressivo e ad alto volume (come i colpi di pistola sparati a salve), ma che include anche lente musiche d’accompagnamento per i momenti di pathos. La parola viene quasi completamente omessa e questo rende ancora più essenziale il fattore multisensoriale che, oltre ai già citati elementi di luce e sonoro, si manifesta anche attraverso l’olfatto con il forte odore d’incenso che a un certo punto invade la sala. L’impronta autoriale di Castellucci è molto forte e i riferimenti sono numerosi e specifici; i poliziotti, tra una scena e l’altra, si mettono in posa per ricreare celebri dipinti (riconosciamo La fucilazione del 3 maggio 1808 di Francisco Goya e La libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix) e portano sul palco gigantografie a soggetto vario, tra cui una foto di Samuel Beckett che rivela la già chiara influenza del teatro dell’assurdo.


Un momento dello spettacolo
© Jean-Michel Blasco

Insomma, è difficile descrivere a parole un’esperienza così totale. Nell’arco di appena ottanta minuti, Castellucci inserisce riferimenti all’arte, al cinema, alla drammaturgia e alla Bibbia, ma quello che rimane maggiormente impresso una volta calato il sipario è la forte critica sociale. L’agente di polizia diventa il simbolo per eccellenza dell’alienazione dell’uomo nella società contemporanea; gli attori non recitano una parte a memoria ma, come afferma il regista nell’intervista di Angela Consagra presente nel programma di sala, «è tutto il contrario dell’improvvisazione. […] Lo spettacolo risulta sempre uguale in qualsiasi parte del mondo lo si replichi». La rinuncia alla coscienza individuale è però un concetto che riguarda tutti noi: forse siamo tutti burattini in mano al potere delle convenzioni sociali, tutti accettiamo l’omologazione in nome dell’ordine, siamo costantemente controllati e osservati dai nostri dispositivi proprio come i poliziotti dello spettacolo controllano e osservano costantemente il pubblico. 

Romeo Castellucci, riconosciuto internazionalmente per la sua visione originale del teatro, crea un piccolo mondo dove le arti si mescolano tra loro, si alternano la violenza e la confusione, il grottesco e l’esoterismo, ma tutto risulta estremamente coerente. Per quanto l’esperienza sia di difficile comprensione, si viene assorbiti dall’aura mistica della scenografia cupa, delle luci soffuse, dell’imponente sonoro e della potenza espressiva, simbolica ed emotiva messa in campo dagli attori nella rappresentazione delle scene. Bros tocca tutte le corde dell’animo umano e ha molteplici chiavi di lettura, ma la cosa certa è che si tratta di uno spettacolo unico in tutti i suoi aspetti, che lascia dentro di noi il segno del suo passaggio.


*Studente del Laboratorio di culture digitali e arti performative nel corso di Scienze dello Spettacolo del Dipartimento SAGAS.



Cast & credits

Titolo 
Bros
Origine 
Italia
Anno 
2021
Durata 
80 minuti senza intervallo
Data rappresentazione 
17/01/2026
Città rappresentazione 
Firenze
Luogo rappresentazione 
Teatro La Pergola
Prima rappresentazione 
16/01/2026
Autori 
Romeo Castellucci
Soggetto 
Romeo Castellucci
Regia 
Romeo Castellucci
Interpreti 
Valer Dellakeza
Luca Nava
Sergio Scarlatella
Produzione 
Societas, Kunstenfestivaldesarts (Bruxelles), Printemps des Comédiens 2021 (Montpellier), LAC Lugano Arte e Cultura, Maillon Théâtre de Strasbourg, Temporada Alta 2021 (Girona), Manège-Maubeuge, Le Phénix Scène nat
Scenografia 
Plastikart studio
Costumi 
Atélier Grazia Bagnaresi
Sceneggiatura 
Romeo Castellucci, Piersandra Di Matteo
Suono 
Romeo Castellucci
Luci 
Romeo Castellucci
Musiche 
Scott Gibbons