Ricordo di Paolo Bonacelli

di Alessandro Tinterri

Data di pubblicazione su web 19/12/2025

Paolo Bonacelli

Paolo Bonacelli ci ha lasciati. Lo abbiamo rivisto con commozione il 29 ottobre, a un paio di settimane dalla sua scomparsa, nella Giornata particolare di Aldo Cazzullo dedicata a Leonardo da Vinci. Cazzullo vi aveva, infatti, inserito l’iconico Leonardo di Bonacelli, che incontra Massimo Troisi e Roberto Benigni sperduti nel passato in Non ci resta che piangere (1984). Obbedendo alla raccomandazione che Sergio Tòfano, insegnante all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, rivolgeva ai suoi allievi («Togliere, togliere»), nel film di Benigni Bonacelli ha tratteggiato il ritratto di Leonardo da Vinci con poche pennellate e ancor meno battute, in un cameo indimenticabile, che gli valse la candidatura al David di Donatello per il migliore attore non protagonista. Controllato e sobrio, solo allo stadio Bonacelli eccedeva, divertendosi a interpretare la caricatura del tifoso, al punto che – raccontava Alessandro d’Amico, col quale era solito andare a vedere le partite della Roma – gli stessi ultrà si voltavano per vedere chi fosse quello scalmanato.

Non meno indimenticata da chi ha avuto la fortuna di vederla a teatro, l’interpretazione del Sogno di Oblomov, riduzione teatrale di Siro Ferrone dal romanzo di Gončarov nella quale Bonacelli vestiva la vestaglia di Oblomov, mentre Gianni Galavotti era il fedele servo brontolone Zachar, spettacolo del Teatro Stabile dell’Aquila nella stagione 1985/86 per la regìa di Beppe Navello. Chi lo avesse perduto o chi avesse voglia di rispolverarne il ricordo può ricercarne nella rete la registrazione trasmessa dal secondo canale radiofonico della Rai nella rubrica Invito a teatro. Grazie alla concentrazione del mezzo radiofonico emerge un testo straordinario, in cui si confrontano due attori impareggiabili, dalla voce inconfondibile, le intonazioni e le pause perfette, con il risultato di un nitore espressivo assoluto.

Romano di adozione, era nato nel viterbese, a Civita Castellana, il 28 febbraio 1937 ed è morto a Roma l’8 ottobre 2025. Ammesso all’Accademia nel 1958, si era diplomato nel ’61, tra i suoi compagni di corso Claudia Giannotti e Ugo Pagliai: «Ho studiato tre anni sotto la guida di Sergio Tofano, uno dei pochi grandi attori con il dono dell’insegnamento. Ci diceva: siate semplici, imparate ad essere uomini nella scena più che attori nella vita» (Stefania Chinzari, «“l’Unità», 24 gennaio 1993). La sua lunga carriera di attore si è svolta parallelamente tra i Teatri Stabili e il cinema. In teatro riempiva la scena, al cinema bucava lo schermo. La sua prima scrittura fu nel febbraio 1962 con il Teatro Popolare Italiano nella discussa riduzione della pirandelliana Questa sera si recita a soggetto a firma di Gerardo Guerrieri e Vittorio Gassman, parodia di registi contemporanei italiani (da Grassi a Visconti) e stranieri (da Jean-Louis Barrault a Orson Welles), per la quale Marta Abba, detentrice dei diritti, intentò una causa vinta da Gassman.

A metà degli anni Sessanta, nella stagione delle “cantine romane”, Dacia Maraini, Alberto Moravia e Enzo Siciliano diedero vita, in un teatrino di via Belsiana, alla Compagnia del Porcospino con Paolo Bonacelli e Carlotta Barilli, sua compagna, dalla quale ebbe il figlio Paolo, danzatore e coreografo. Nella rivista «Sipario» del luglio 1973 Bonacelli ricorderà la volta in cui la Compagnia del Porcospino al suo terzo spettacolo decise di mettere in scena Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo di Carlo Emilio Gadda: «La prima lettura a tavolino ci lasciò sgomenti: un intrico inestricabile di cose e persone a noi sconosciute, o al massimo orecchiate, neologismi che ci rendevano affranti e meschini, si susseguivano sotto i nostri occhi di attori abituati, nella più disgraziata delle ipotesi, a districarci con fatica nelle similitudini e analogie intraducibili delle pièces anglosassoni. Angosciati ci guardavamo, negli occhi e sommessamente ci chiedevamo: e la storia? Ma qui non c’è la storia. E la psicologia dei personaggi? Non ci sono personaggi! E il finale? Come facciamo senza finale?». Superato il primo sconcerto, gli interpreti, penetrati dalle sue invenzioni linguistiche, entrano nel grande gioco: «prova dopo prova il “vortice” gaddiano cominciò a coinvolgerci: ogni battuta era una scatola a sorpresa: allusioni, rancori, beffe, ferite, sarcasmi scherzi, insulti».

Finché si va in scena e gli attori si accorgono con loro grande stupore che lo spettacolo funziona e il pubblico accetta di buon grado di partecipare alla nuova sperimentazione: «la comunicazione con il pubblico cominciò a realizzarsi punto per punto e a noi che recitavamo improvvisamente si chiarivano ancora di più altre follìe di quella scrittura che ci aveva così vivamente traumatizzati agli inizi. E questo singolare rapporto con il testo si sarebbe ripetuto in forme analoghe per le altre 120 e più repliche […] Lì, nella cantina proseguimmo per più di cinquanta giorni, conoscemmo spesso il cartello “tutto esaurito”, con un pubblico finalmente “diverso” che veniva a sedersi fin sulla pedana dove una sedia a dondolo e un’altalena erano stati sufficienti a trasformare un testo “radiofonico” in uno spettacolo teatrale». Da quell’esperienza germinò Porcospino 2 e iniziò il sodalizio con Mario Missiroli, un repertorio innovativo, Gombrowicz (Il matrimonio), Witkiewicz (Commedia ripugnante di una madre), scelte coraggiose e tanti debiti.

Colto e rigoroso, lettore vorace e appassionato, autoironico, dotato di una corrente di naturale simpatia e di spiccato senso dell’umorismo, Paolo Bonacelli era attore a suo agio sia nel repertorio classico quanto nella drammaturgia contemporanea, che ha frequentato con una inclinazione al teatro dell’assurdo, di cui era interprete ideale grazie a una recitazione naturalmente straniata. Bonacelli era un attore curioso, aveva casa a Londra, imparò l’inglese per seguire la stagione teatrale londinese e il suo rapporto con Harold Pinter merita una menzione particolare. Nominato nel 1994 direttore artistico del Teatro di Sardegna, dopo aver visto No Man’s Land a Londra, decise di portare Terra di nessuno in Italia con la regìa di Guido De Monticelli. Lo spettacolo venne recensito in termini entusiastici da Giovanni Raboni sul «Corriere della sera» dell’11 marzo 1994: «La commedia è molto ben recitata da Massimo De Francovich che è un ospite impeccabilmente viscido e forbito e da Paolo Bonacelli che è un padrone di casa spesso esilarante nei suoi toni strascicati e nelle sue fulminee amnesie da alcolizzato». Incuriosito, Pinter volò a Roma. Quella sera a cena dopo lo spettacolo nacque un’intesa tra i due destinata a durare, al punto che Bonacelli a Londra sarebbe stato spesso ospite a casa dell’attore-drammaturgo inglese, con il quale trascorreva lunghe serate conversando amabilmente.

Seguì un altro Pinter, ancora con la regìa di De Monticelli, Il ritorno a casa (The Homecoming), a proposito del quale Gianfranco Capitta sul «Manifesto» del 22 ottobre 1994 scrisse: «lo spettacolo merita di essere visto, oltre che per il testo, per l’abiezione fascinosa suscitata da Paolo Bonacelli, il padre che nessuno vorrebbe mai diventare».

In una delle rare interviste (per lo più rilasciate a «l’Unità»), apparsa sul «Corriere della Sera» del 29 febbraio 1991 dichiarò di preferire il cono d’ombra: «Per carità. Che stia lontano da me la popolarità. Sarebbe un peso insopportabile».

Nel cinema ha lavorato in un’ottantina di film con i più grandi registi italiani, da Giuliano Montaldo a Ettore Scola, da Elio Petri a Francesco Rosi, da Michelangelo Antonioni a Marco Bellocchio, da Nanni Loy a Roberto Rossellini. Jim Jarmush lo notò nel film L’eredità Ferramonti (1976) di Mauro Bolognini, in cui recitava in coppia con Adriana Asti, della quale è il marito, Paolo Furlin, l’astuto deputato veneto nella Roma postunitaria, e gli affidò il ruolo dell’avido e viscido Rifki in Fuga di mezzanotte (Midnight Express, 1978). Spavaldamente, con una punta di personale divertimento, prese parte a film scomodi, bersagliati dalla censura, quali Caligola (1979) di Tinto Brass e il pasoliniano Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), nel quale interpretava il sadico Duca, rappresentante del potere politico nella fascista Repubblica Sociale Italiana.

Ottimo comprimario, Paolo Bonacelli nel 1992 vinse il David di Donatello come migliore attore non protagonista per l’interpretazione del cocainomane avvocato D’Agata, lo zio palermitano, in Johnny Stecchino di e con Roberto Benigni.

Una lunga carriera cinematografica, che lo ha visto spesso impegnato in parti di fianco, mentre in teatro suo era il ruolo del protagonista. E al teatro andava anche la sua preferenza.

Attivo anche alla radio, protagonista ricorrente nella fortunata trasmissione Le interviste impossibili, programma della seconda rete radiofonica Rai in onda nel 1974 e 1975, in cui illustri scrittori, da Giorgio Manganelli a Umberto Eco, da Alberto Arbasino a Guido Ceronetti, da Andrea Camilleri a Edoardo Sanguineti, interpretavano il ruolo dell’intervistatore nell’intervista dagli stessi immaginata a un famoso personaggio storico. Di volta in volta Bonacelli prestò la sua voce, tra gli altri, a Socrate e a Freud, entrambi intervistati da Sanguineti, Maometto, intervistato da Fabio Carpi, e Otto von Bismarck, intervistato da Vittorio Sermonti, sino al Signor Neanda, nell’intervista all’uomo di Neanderthal scritta da Italo Calvino. Bonacelli diede al Signor Neanda una voce cavernosa, lenta e perentoria con la quale ribatteva alle ipotesi avanzate dal malcapitato intervistatore (Sermonti, in quanto Calvino aveva preferito non esibirsi), smentendole sistematicamente con l’inconfutabile affermazione “Io c’ero”, ripetuta sino a farne un tormentone dall’irresistibile effetto comico.

Sarà forse in memoria del Signor Neanda che Pupi Avati lo chiamò a interpretare l’ospite centenario, coevo della nascita della radio nel docufilm Nato il sei ottobre (2024), celebrazione del 6 ottobre 1924, data della prima trasmissione radiofonica italiana. Con quel cameo l’ultraottuagenario Paolo Bonacelli si congedò dal suo pubblico, anche questa volta in poche battute, senza troppo indulgere alla commozione, con una sfumatura di ironia, tenendo la scena da par suo, una volta di più, l’ultima.