Un’altra Cina

Un momento dello spettacolo
© Conservatorio di Como
Accerchiato da tutte queste sollecitazioni Bazzini
realizza un’opera contraddittoria, che trova il maggior punto d’interesse
proprio nei suoi contrasti e nelle sue antitesi. Emerge infatti la tensione,
almeno ideale, verso una struttura incessantemente sviluppata e senza netti
stacchi tra i singoli brani, affiancata però (almeno negli ultimi due atti) da
pezzi facilmente enucleabili, talvolta addirittura strofici. Gli echi del
sinfonismo tedesco – Mendelssohn nei momenti più magico-fantastici –
convivono con un veterobelcantismo della parte vocale. Allo scavo della scrittura
orchestrale (la reiterata presenza della banda sul palco è tutt’altro che
esornativa) fanno riscontro forme invecchiate, compresa la “stretta” dei
concertati. E, in una sorta di nec sine te nec tecum, l’ombra verdiana
continua ad aleggiare: lo stregonesco terzo atto è ricalcato proprio sul terzo
atto del Macbeth, che Verdi aveva revisionato giusto due anni prima.
In tutto questo Bazzini non addiviene a una sintesi
stilistica, che forse neppure cerca: Turanda è un referto di molteplici
tendenze, da parte di un musicista probabilmente consapevole di essere alle
prese con la sua prima e ultima esperienza teatrale. Il preziosistico libretto
di Antonio Gazzoletti non lo agevola granché, ma l’immaginosità
programmaticamente meccanica del teatro di Gozzi corrobora le bifasicità che
intridono la partitura; ed essere un serbatoio di musica del presente e del passato
non impedirà a Turanda di diventare una finestra sul futuro: l’inno al
sole su cui si apre sarà ispirazione per l’incipit dell’Iris di Mascagni.
Mentre andando a Puccini – che di Bazzini fu il più celebre allievo – è superfluo
specificare il titolo della sua ultima, postuma opera.
A ridare vita a quest’opera-meteora (il pubblico della
Scala non l’accolse benevolmente alla première del ’67, e nel ventesimo
secolo Turanda è sopravvissuta solo come flatus vocis grazie alla
Turandot pucciniana) ha provveduto il Conservatorio di Como, nell’ambito
d’un pluriennale progetto volto a mettere in sinergia le forze del
conservatorio stesso con quelle dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra
studenti musicisti e studenti scenografi – coordinati dai rispettivi docenti – si
è dunque creato un laboratorio condiviso, poi sfociato in una produzione
tutt’altro che minimalista (un’ottantina di strumentisti tra orchestra e banda,
oltre novanta costumi) che ha debuttato in ottobre appunto a Como, per
approdare a Milano l’8 dicembre: una sorta di contro-Sant’Ambrogio, dove allo star
system dell’inaugurazione scaligera del giorno prima faceva riscontro uno
spettacolo senza divi né tentazioni glam in una sede comunque storica
come l’ex Teatro Lirico, oggi Teatro Gaber. Ne è sortito uno spettacolo serio e
di qualità, in cui era palese il capillare lavoro di concertazione svolto da Bruno
Dal Bon sulla Filarmonica e sul Coro del conservatorio comasco; mentre,
al contempo, la regia meticolosa e speculativa di Stefania Panighini ha
saputo volgere in chiave ermeneutica le suggestive scenografie e i magnifici
costumi degli studenti di Brera.
Un momento dello spettacolo
© Conservatorio di Como
La vera differenza tra la Turandot dell’allievo
e la Turanda del maestro, infatti, non è che l’una si svolge in Cina e
l’altra in Persia, né che Timur in Puccini è il padre biologico del principe
ignoto, mentre il suo omologo in Bazzini – il sacerdote Ormut – ne è il padre
spirituale. E neppure che le soluzioni dei tre indovinelli, al contrario
dell’opera pucciniana, qui sono “l’anno”, “l’aratro” e “gli occhi”; o che Liù
cede il passo a una schiava, Adelma (ruolo peraltro fedelmente ricalcato su
Gozzi), anch’ella infatuata del principe, ma niente affatto disposta a sacrificarsi.
La differenza nevralgica è racchiusa nelle motivazioni del personaggio: Turandot
teme gli uomini, vendicare lo stupro dell’antenata rappresenta un alibi, il suo
“gelo” nasconde solo un terrore verso il maschio. Turanda, invece, è più
sessuata e più trasgressiva: non rifiuta l’accoppiamento in sé, ma l’idea della
maternità. Non accetta il ruolo di madre, nel quale il matrimonio con un
principe pretendente la imprigionerebbe, e intorno a questo la Panighini
costruisce lo spettacolo: una sorta di “teatro dell’utero”, anche
esplicitamente ginecologico in talune immagini, incentrato sul conflitto tra
identità femminile e aspettative della società. Dove, cioè, una civiltà
declinata al maschile – il potere religioso, quello politico, tutta una cultura
dominante di cui Bazzini stesso, che in un teatro “al femminile” probabilmente
non credeva, fu poi un minuscolo tassello – si scontra con sogni e pulsioni di
una ragazza che, trasformandosi in donna, uscirebbe dimidiata anziché
accresciuta.
Sotto questo profilo è significativa la capacità di
“far recitare” i costumi della protagonista, trasfigurandoli: la gorgiera
diventa una gabbia, il guardinfante evoca un cilicio, ogni accessorio di
femminilità si converte in boomerang penitenziale. Gestualità sempre abilmente
modellate, una calibrata alternanza di pieni e vuoti in palcoscenico, rapidi
affondi coreografici ad alta densità semantica (le sfere luminose, simbolo di
gravidanza, che le fanciulle si rimpallano nel preludio) completano poi l’impaginazione
di uno spettacolo dove i solisti s’inseriscono fluidamente.
Sono tutti studenti di conservatorio e tutti
orientali, ad eccezione della protagonista Anna Cimarrusti: notevole
sensibilità interpretativa e qualche asperità in zona acuta, a fronte comunque di
un’emissione ben strutturata. All’altro soprano – Adelma – si richiede vocalità
meno drammatica e più flessibile: Lee Juhyeon l’affronta con
disinvoltura e, nella sua ballatella con coro, anche tenue virtuosismo. Weihao
Du è un tenore lirico e non troppo sonoro, tuttavia di voce
sufficientemente ben proiettata per oltrepassare la muraglia
dell’orchestrazione di Bazzini. I due bassi – sacerdote e re, come sarà nell’Aida
– hanno trovato in Yonghyun Kim una voce incisiva, forse
musicalmente non disciplinatissima, e in Minsu Kim un interprete
meno a fuoco ma un cantante più corretto.
Tutti sono stati felicemente sostenuti dalla direzione
di Dal Bon: una lettura musicale che ha unito passo energico e senso del
dettaglio, momenti debitamente maestosi mai disgiunti, però, da una sorta di
pudica introspezione. A ben vedere, proprio quest’ultima si direbbe la linfa
sotterranea di un compositore dall’imprinting cameristico come Bazzini e,
dunque, la sua cifra più autentica. Anche quel viraggio dalla subitanea rudezza
della parola tronca alla riflessiva distillazione della parola piana – da Turandot
a Turanda – sembrerebbe sottintenderlo. Turanda

Un momento dello spettacolo
Cast & credits
| Titolo
Turanda |
|
| Anno
1867 |
|
| Data rappresentazione
8 dicembre 2025 |
|
| Luogo rappresentazione
Teatro Lirico “Giorgio Gaber” |
|
| Prima rappresentazione
Teatro alla Scala |
|
| Autori
Antonio Bazzini |
|
| Libretto
Antonio Gazzoletti |
|
| Regia
Stefania Panighini |
|
| Interpreti
Anna Cimarrusti (Turanda) Juhyeon Lee (Adelma) Yonghyun Kim (Sacerdote) Weihao Du (Nadir) Minsu Kim (Re di Persia) |
|
| Produzione
Conservatorio di Como in collaborazione con Casa Ricordi |
|
| Scenografia
Accademia di Belle Arti di Brera |
|
| Costumi
Accademia di Belle Arti di Brera |
|
| Orchestra
Orchestra del Conservatorio di Como |
|
| Direzione d'orchestra
Bruno Dal Bon |
|
| Coro
Coro del Conservatorio di Como |