Omaggio a un teatro mitico

di Italo Papandrea

Data di pubblicazione su web 15/12/2025

Le Palais Garnier. 150 ans d’un théâtre mythique

Il 5 gennaio 1875, dopo quindici anni di lavori, veniva inaugurato il Palais Garnier, nuova sede dell’Opéra di Parigi, alla presenza del Presidente della Repubblica, il maresciallo Mac Mahon. La mostra realizzata alla Bibliothèque-musée dell’Opéra in collaborazione con la Bibliothèque Nationale de France, curata da Mathias Auclair, Benoît Cailmail, Boris Courrège e Inès Piovesan, celebra i centocinquanta anni trascorsi da quella data e omaggia un teatro che è uno dei simboli dello spettacolo mondiale. L’allestimento declina con eleganza i vari aspetti che hanno contribuito alla costruzione del mito del Palais Garnier, presentando un percorso variegato di opere: dipinti, disegni, affiche, maquette, costumi, fotografie, materiali audiovisivi. La disposizione delle sezioni, non numerate, attenua i confini dettati dal classico ordine cronologico, anche in virtù dell’irregolarità degli spazi di allestimento: le epoche sfilano ma allo stesso tempo si fondono sulle pareti e negli occhi del visitatore; storia e topografia del mito convivono in un flusso orizzontale, vivo e presente.


Jean-Léon Gérôme, Ritratto di Charles Garnier, 1877, olio su tavola
© Jean-Léon Gérôme / BnF, Bibliothèque-musée de l'Opéra
 

La dimensione politica del mito – il Palais Garnier come palais national, dimora dell’istituzione erede dell’Académie Royale de Musique voluta da Luigi XIV e affidata dal 1672 al fiorentino Giovan Battista Lulli – occupa inevitabilmente le prime sale. Napoleone III, scampato all’attentato messo in atto da Felice Orsini e dai suoi complici davanti al teatro di rue Le Peletier il 14 gennaio 1858, intende dotare Parigi di un teatro per l’opera nuovo, definitivo e sicuro. Il progetto di un architetto giovane e sconosciuto, Charles Garnier – di cui è presente in mostra l’intenso ritratto, realizzato da Jean-Léon Gérôme – vince il concorso bandito nel 1860. I disegni di Garnier mostrano la facciata di un edificio sontuoso e imponente. La copia ridotta del soffitto della sala principale, dipinto da Jules-Eugène Lenepveu, è la sineddoche ideale per tutti gli spazi del nuovo teatro che riecheggiano volutamente i fasti di Versailles. Se la sconfitta di Sedan e la fine del Secondo Impero accantonano il cantiere, l’incendio della sala di rue Le Peletier nel 1872 rimescola inaspettatamente le carte e ne accelera il compimento: la Terza Repubblica non può che accogliere il Palais Garnier e farne a sua volta luogo di prestigio e di rappresentanza. Charles Garnier, incredibilmente costretto a pagare il suo palchetto di secondo ordine centoventi franchi, assiste all’inaugurazione del 1875.


Jules-Eugène Lenepveu, Le triomphe de la Beauté, charmée par la Musique, au milieu des Muses et des Heures du jour et de la nuit, copia in scala ridotta del soffitto della salle de spectacle, 1872, olio su tela, 
BnF, Bibliothèque-musée de l'Opéra 
(Il soffitto attualmente visibile fu invece commissionato a Marc Chagall da André Malraux, ministro degli Affari culturali, e inaugurato nel 1964)
 

Altra declinazione è quella del Palais come décor. Garnier progetta un edificio che non si limita a ospitare spettacoli ma che è esso stesso una scenografia perpetua nel quale praticare il rito sociale del guardare e dell’essere guardati: dal vestibolo scandito dalle quattro statue colossali di altrettanti rappresentanti della musica francese, italiana, tedesca e inglese (rispettivamente Rameau, Lulli, Gluck e Händel), al celebre e luminoso grand escalier circondato da innumerevoli punti di osservazione, fino al grand foyer e alla sala all’italiana di oro e velluti rossi, il Palais inganna lo spettatore – mimando l’arte che allo stesso tempo ospita – e lo trasforma in attore.


Il Palais Garnier in costruzione nel 1866
© Louis-Émile Durandelle – BnF, Département des Arts du spectacle

La danza occupa una posizione di assoluta centralità nella storia del teatro, che ne è uno dei templi mondiali. La mostra non può fare a meno di esibire una selezione di opere che aprono squarci seducenti (alla fine dei quali si rimane in verità un po’ affamati) su due stagioni celebri. Quella dei Ballets russes è rievocata da Shéhérazade e dall’Oiseau de feu, rappresentati per la prima volta al Palais Garnier nel 1910, entrambi su coreografie di Michel Fokine. Due grandi tele di Jacques-Émile Blanche ne immortalano vividamente i protagonisti: Ida Rubinštejn e Vaclav Nižinskij in Shéhérazade, Tamara Karsavina nell’Oiseau de feu.


Jacques-Émile Blanche, Tamara Karsavina nell'Oiseau de feu, 1910, olio su tela
© Jacques-Émile Blanche – BnF, Bibliothèque-musée de l'Opéra
 

Altra stagione emblematica del prestigio del teatro è poi quella di Rudolf Nureev, direttore del balletto dal 1983 al 1989. Le creazioni di Nureev si innestano felicemente sulla riscoperta del repertorio classico sollecitata dall’amministratore Rolf Liebermann e dal direttore della danza Raymond Franchetti nel decennio precedente. La maquette di Ezio Frigerio per La Bayadère del 1992, ultima coreografia di Nureev, condensa nella sua sontuosità in miniatura la memoria e l’eredità di una stagione irripetibile.


Ezio Frigerio, Modello di scenografia per La Bayadère, 1992, gouache
BnF, Bibliothèque-musée de l'Opéra
 

Le ultime sale esplicitano, più che la conclusione alla quale la mostra approda, il cuore dell’idea intorno alla quale, fin dall’inizio, orbita: il palais des légendes. In questo nucleo trovano spazio, dopo la danza, il canto, la letteratura, il cinema; personaggi e opere che hanno contribuito a costruire e diffondere il mito dell’Opéra Garnier. Primo fra tutti, il romanzo di Gaston Leroux, Le Fantôme de l’Opéra (1910), che conta una nutrita serie di adattamenti cinematografici, fra i quali quello di Arthur Lubin del 1943, di cui si è esposta l’affiche. Un’antologia di brevi sequenze tratti da film per i quali il Palais Garnier ha posato da coprotagonista, più che da semplice scenografia, viene offerta ai visitatori in una piccola sala attrezzata: spiccano cult come La Grande Vadrouille (1966) di Gérard Oury ma anche la brevissima sessione di posa di Audrey Hepburn sul grand escalier in Funny Face (1957) di Stanley Donen. L’abito disegnato da Marcel Escoffier e indossato da Maria Callas nella Norma del 1964 (con la regia di Zeffirelli) porta all’apice e raddoppia il racconto mitico illustrato dai curatori. Una scelta di registrazioni di scene di spettacoli piuttosto recenti, sia opere che balletti, riporta il visitatore al ventunesimo secolo e chiude idealmente il cerchio.


Marcel Escoffier (dis.), Costume indossato da Maria Callas 
nell'atto IV di Norma, 1964, seta, mussola, velluto
Centre national du costume et de la scène (Moulins) / 
deposito Opéra national de Paris
 

Nel complesso la mostra risponde pienamente allo spirito celebrativo che ne è stato lo stimolo. I curatori hanno optato per un percorso fluido, non strabordante, dalla durata di visita media, dalle grafiche sobrie e dai pannelli esplicativi contenuti, accessibili al pubblico più vasto. Di conseguenza la selezione delle opere esposte è costretta talvolta ad accennare, piuttosto che a raccontare, i colori e le tessere del mito: un limite ma anche una scelta strategica efficace per il visitatore, incoraggiato ad approfondire personaggi e spettacoli al di là delle sale percorse e a sfogliare il catalogo pubblicato per le edizioni della Bibliothèque Nationale de France.


Le Palais Garnier. 150 ans d’un théâtre mythique




Ingresso della mostra

Le Palais Garnier. 150 ans d'un théâtre mythique

(Parigi, Opéra National de Paris, Palais Garnier, 15 ottobre 2025-15 febbraio 2026)













































































Affiche per uno spettacolo dei Ballets russes al Palais Garnier, 1910, affiche tipografica,
BnF, Bibliothèque-musée de l'Opéra











































René Lefebvre-Frappier,
affiche per il film Phantom of the Opera di Arthur Lubin, 1943, litografia a colori, Bibliothèque Historique de la Ville de Paris