La maschera violenta della buona educazione

di Gianni Poli

Data di pubblicazione su web 13/12/2025

La maschera violenta della buona educazione

Sul finire del Novecento Yasmina Reza s’affermava per la capacità di sceneggiare, con scrittura secca e dinamica, rapporti personali messi a prova dalle convenzioni e dai condizionamenti psicologici e sociali. In questa commedia del 2006 trova una fonte profonda d’ispirazione nel demone ancestrale dell’istinto umano belluino e distruttivo. Se nella pièce Arte del 1994 la forza motrice del dibattito drammatico scaturiva dal mettere in mostra un dipinto assolutamente bianco, sconvolgente la misura dei valori estetici dei visitatori, qui l’uniforme iperrealtà dello spazio del confronto riflette ed esalta il relativismo dei giudizi, dei sentimenti e delle scelte comportamentali. Oltre ad alternare alla drammaturgia saggi sociologici e antropologici, la scrittrice sa giocare con il linguaggio comune sui conflitti che il subconscio serba celati all’avventura più esteriore della vita. I suoi personaggi appaiono sempre sotto pressione, pronti a trasformarsi in esseri imprevedibili, animali feroci e pericolosi. Figure che si specchiano in quelle di altrettanti spettatori, rivelando le loro debolezze e storture. 

Per Antonio Zavattieri, «Yasmina Reza descrive un certo tipo di borghesia, medio colta […] in cui si contrappongono due stili di vita, di pensiero e di ideali. Ma definirei queste caratteristiche più di relazione e di personalità che non di appartenenza culturale e di politica. La nostra natura, sotto la superficie perbenista, ci porta alla sopraffazione. Nasconde ancora il desiderio dell’annientare e del massacro» (Programma di sala). Il regista sceglie quindi il testo per la funzionalità scenica intrinseca, ritmica e percussiva; per l’abilità a suscitare dubbi senza offrire risposte, tantomeno certe o rassicuranti. E proprio per l’ambigua valenza dialettica delle battute, sente necessario non giudicare le scelte dei personaggi. 


Un momento dello spettacolo
 © Federico Pitto


In casa degli Houllié ecco convenuti i genitori del bambino che s’è azzuffato con loro figlio, causandogli una brutta ferita alla bocca. Le coppie vogliono chiarire di persona modi e responsabilità dell’incidente e valutarne le conseguenze; nell’intento d’una soluzione pacifica e civile, in spirito di collaborazione. L’approccio è dunque gentile ed educato, garantito dalla correttezza e dalla buona fede. Gli ospiti, parte offesa, mostrano subito accoglienza ai Reille, offrendo il dolce che introduce la chiacchierata. La madre Véronique è colta ed esperta d’arte. Al momento si occupa d’un saggio sui problemi dei paesi africani. Dal matrimonio con Michel, rappresentante di commercio, ha avuto due figli, maschio e femmina. Benestante anche l’altra coppia: Annette, è agente finanziaria e Alain, il marito, avvocato, collabora con una casa farmaceutica. Dalle buone maniere, perfino compiaciute – siamo persone ragionevoli, perbene, noi! – in breve si scivola verso l’espressione di luoghi comuni radicati, pregiudizi resi princìpi assoluti. L’incontro diventerà una sfida, mostrando soprattutto delle coppie i lati recessi e peggiori. 

La trama delle reazioni personali si svolge come in un rude vaudeville, in crescendo cruento. L’azione s’arricchisce dal sottotesto di esercizi verbali, variazioni musicali, in stile marivaudiano: la sensibilità della sua dispute, che contagiava la situazione dei tre amici in polemica rappresentati in Arte, qui si ripropone. Analogamente, il meccanismo della lotta irrompe a condizionare anche lo spazio scenico dello scontro. È il disegno di Nicolas Bovey a contrastare nel suo candore, la sua semplicità – “per sottrazione”, spiega lo scenografo – con il clima cupo, di crescente ostilità e che degenera in violenza anche fisica. E tutto bianco è il salotto, con pareti e mobili, salvo la macchia scarlatta del mazzo di tulipani disposto dalla padrona di casa. La luce abbagliante esaspera lo stato dei contendenti, precipitati dalla calma disinvolta e distesa nel gioco al massacro. Il linguaggio, ricco di malizie e sarcasmi, di dichiarazioni e ritrattazioni, contraddittorio quando da formalmente allusivo, per crollo di freni e sospesa finzione, diventa incontrollabile e l’autentica rozza spontaneità trabocca più allarmante oltre la soglia di guardia. 



Un momento dello spettacolo
 © Federico Pitto

Scorrono, fra gli episodi salienti, il malore di Annette che deturpa vomitando il catalogo prezioso del pittore amato di Véronique; e l’abbandono cosciente e gratuito del criceto che papà Michel compie all’insaputa della sua bambina. Poi l’accendersi delle schermaglie verbali, sotto l’effetto dei troppi bicchieri di rhum che sciolgono i freni inibitori. Fra le partenze esitanti, i rientri dubbiosi dei Reille, l’azione è scandita dal metronomo delle telefonate di Alain, monotoni colloqui di lavoro.   

Belle e convincenti sono le prove degli attori, distinte nelle varianti personali dell’adesione al ruolo, realisticamente sentito e vissuto. Alessia Giuliani dà a Véronique carattere e colorito, accesi quanto i suoi fiori. L’impatto reattivo impetuoso calibra il sarcasmo nel demolire gli avversari, concedendo un pianto dosato al vittimismo e trovando risate d’autentico sollievo. Impulsiva invadente in rivalsa, nei confronti del marito, in particolare. Andrea Di Casa interpreta un Michel premuroso e rispettoso (malgrado i sentimenti di superficie), man mano più volgare, però, fino al turpiloquio, quale liberazione sincera incontenibile. Francesca Agostini muta la sua Annette, da condiscendente compagna e madre, assorbita più dai compiti famigliari che dalla carriera, a persona che si scopre debole e umiliata quando si ubriaca e prova un momento di simpatica complicità con l’altra donna. Infine, distrugge l’ideale d’armonia e di bellezza ipocrita e crudele rappresentato dalla fioriera. Antonio Zavatteri s’addossa il compito di equilibrare, senza sminuirla, la pena del commiato, morboso e distruttivo, pur esentando la vicenda da valutazioni moralistiche sui protagonisti. Questo distacco s’aggiunge al ritmo incalzante impresso agli eventi, che molto coinvolge gli spettatori, siano momenti di comicità irrefrenabile o di vago sconforto, tutti intonati al clima da tragicommedia.    

 


Le Dieu du carnage

Cast & Credits


Un momento 
dello spettacolo 
© Federico Pitto

Cast & credits

Titolo 
Le Dieu du carnage
Anno 
2025
Durata 
75 min.
Data rappresentazione 
2 dicembre 2025
Città rappresentazione 
Genova
Luogo rappresentazione 
Teatro Duse
Titolo originale 
Le Dieu du carnage
Autori testo d'origine 
Yasmina Reza
Traduzione 
Laura Frausin Guarino e Ena Marchi
Regia 
Antonio Zavattieri
Interpreti 
Francesca Agostini (Annette Reille)
Andrea Di Casa (Michel Houllié)
Alessia Giuliani (Véronique Houllié)
Antonio Zavattieri (Alain Reille)
Produzione 
Teatro Nazionale di Genova
Scenografia 
Nicolas Bovey
Costumi 
Anna Missaglia
Luci 
Nicolas Bovey