La maschera violenta della buona educazione
Per Antonio Zavattieri, «Yasmina Reza descrive un certo tipo di borghesia, medio colta […] in cui si contrappongono due stili di vita, di pensiero e di ideali. Ma definirei queste caratteristiche più di relazione e di personalità che non di appartenenza culturale e di politica. La nostra natura, sotto la superficie perbenista, ci porta alla sopraffazione. Nasconde ancora il desiderio dell’annientare e del massacro» (Programma di sala). Il regista sceglie quindi il testo per la funzionalità scenica intrinseca, ritmica e percussiva; per l’abilità a suscitare dubbi senza offrire risposte, tantomeno certe o rassicuranti. E proprio per l’ambigua valenza dialettica delle battute, sente necessario non giudicare le scelte dei personaggi.

Un momento dello spettacolo
© Federico Pitto
In casa degli Houllié ecco convenuti i genitori del bambino che s’è azzuffato con loro figlio, causandogli una brutta ferita alla bocca. Le coppie vogliono chiarire di persona modi e responsabilità dell’incidente e valutarne le conseguenze; nell’intento d’una soluzione pacifica e civile, in spirito di collaborazione. L’approccio è dunque gentile ed educato, garantito dalla correttezza e dalla buona fede. Gli ospiti, parte offesa, mostrano subito accoglienza ai Reille, offrendo il dolce che introduce la chiacchierata. La madre Véronique è colta ed esperta d’arte. Al momento si occupa d’un saggio sui problemi dei paesi africani. Dal matrimonio con Michel, rappresentante di commercio, ha avuto due figli, maschio e femmina. Benestante anche l’altra coppia: Annette, è agente finanziaria e Alain, il marito, avvocato, collabora con una casa farmaceutica. Dalle buone maniere, perfino compiaciute – siamo persone ragionevoli, perbene, noi! – in breve si scivola verso l’espressione di luoghi comuni radicati, pregiudizi resi princìpi assoluti. L’incontro diventerà una sfida, mostrando soprattutto delle coppie i lati recessi e peggiori.
La trama delle reazioni personali si svolge come in un rude vaudeville, in crescendo cruento. L’azione s’arricchisce dal sottotesto di esercizi verbali, variazioni musicali, in stile marivaudiano: la sensibilità della sua dispute, che contagiava la situazione dei tre amici in polemica rappresentati in Arte, qui si ripropone. Analogamente, il meccanismo della lotta irrompe a condizionare anche lo spazio scenico dello scontro. È il disegno di Nicolas Bovey a contrastare nel suo candore, la sua semplicità – “per sottrazione”, spiega lo scenografo – con il clima cupo, di crescente ostilità e che degenera in violenza anche fisica. E tutto bianco è il salotto, con pareti e mobili, salvo la macchia scarlatta del mazzo di tulipani disposto dalla padrona di casa. La luce abbagliante esaspera lo stato dei contendenti, precipitati dalla calma disinvolta e distesa nel gioco al massacro. Il linguaggio, ricco di malizie e sarcasmi, di dichiarazioni e ritrattazioni, contraddittorio quando da formalmente allusivo, per crollo di freni e sospesa finzione, diventa incontrollabile e l’autentica rozza spontaneità trabocca più allarmante oltre la soglia di guardia.

Un momento dello spettacolo
© Federico Pitto
Scorrono, fra gli episodi salienti, il malore di Annette che deturpa vomitando il catalogo prezioso del pittore amato di Véronique; e l’abbandono cosciente e gratuito del criceto che papà Michel compie all’insaputa della sua bambina. Poi l’accendersi delle schermaglie verbali, sotto l’effetto dei troppi bicchieri di rhum che sciolgono i freni inibitori. Fra le partenze esitanti, i rientri dubbiosi dei Reille, l’azione è scandita dal metronomo delle telefonate di Alain, monotoni colloqui di lavoro.
Belle e convincenti sono le prove degli attori, distinte nelle varianti personali dell’adesione al ruolo, realisticamente sentito e vissuto. Alessia Giuliani dà a Véronique carattere e colorito, accesi quanto i suoi fiori. L’impatto reattivo impetuoso calibra il sarcasmo nel demolire gli avversari, concedendo un pianto dosato al vittimismo e trovando risate d’autentico sollievo. Impulsiva invadente in rivalsa, nei confronti del marito, in particolare. Andrea Di Casa interpreta un Michel premuroso e rispettoso (malgrado i sentimenti di superficie), man mano più volgare, però, fino al turpiloquio, quale liberazione sincera incontenibile. Francesca Agostini muta la sua Annette, da condiscendente compagna e madre, assorbita più dai compiti famigliari che dalla carriera, a persona che si scopre debole e umiliata quando si ubriaca e prova un momento di simpatica complicità con l’altra donna. Infine, distrugge l’ideale d’armonia e di bellezza ipocrita e crudele rappresentato dalla fioriera. Antonio Zavatteri s’addossa il compito di equilibrare, senza sminuirla, la pena del commiato, morboso e distruttivo, pur esentando la vicenda da valutazioni moralistiche sui protagonisti. Questo distacco s’aggiunge al ritmo incalzante impresso agli eventi, che molto coinvolge gli spettatori, siano momenti di comicità irrefrenabile o di vago sconforto, tutti intonati al clima da tragicommedia.
Le Dieu du carnage

Un momento
dello spettacolo
© Federico Pitto
Cast & credits
| Titolo
Le Dieu du carnage |
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| Anno
2025 |
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| Durata
75 min. |
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| Data rappresentazione
2 dicembre 2025 |
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| Città rappresentazione
Genova |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Duse |
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| Titolo originale
Le Dieu du carnage |
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| Autori testo d'origine
Yasmina Reza |
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| Traduzione
Laura Frausin Guarino e Ena Marchi |
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| Regia
Antonio Zavattieri |
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| Interpreti
Francesca Agostini (Annette Reille) Andrea Di Casa (Michel Houllié) Alessia Giuliani (Véronique Houllié) Antonio Zavattieri (Alain Reille) |
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| Produzione
Teatro Nazionale di Genova |
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| Scenografia
Nicolas Bovey |
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| Costumi
Anna Missaglia |
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| Luci
Nicolas Bovey |