L’uovo del cigno

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 07/12/2025

Lohengrin

L’epos germanico – le sue mitologie, i suoi poemi, le sue fiabe – quasi sempre fu per Wagner la piattaforma da cui partire, rappresentando prima un’imprescindibile memoria storica e poi, filtrandolo, una sorta di magazzino dell’inconscio. Un regista italiano di oggi, soprattutto se intende rivolgersi a un pubblico nuovo e in qualche modo vergine, sarà attratto da questo reticolo di relazioni simbolico-psicanalitiche, senza che però, dietro di esse, ci sia quella cultura condivisa che accomunava Wagner e i suoi contemporanei. Come a dire: il magazzino dell’inconscio resta, la memoria storica viene meno. È un percorso ermeneutico semplificativo, forse pure banalizzante, ma probabilmente fisiologico se si vuol portare in scena un Wagner “odierno” e “moderno”: sicché proprio da qui sono partiti Damiano Michieletto e il suo scenografo Paolo Fantin per il Lohengrin che ha aperto la nuova stagione dell’Opera di Roma. 

Lo spettacolo è elegante nell’impaginazione, ondivago negli spunti, interlocutorio negli esiti. Il lavoro registico in senso stretto, e più ancora la drammaturgia di Mattia Palma che ne è alle spalle, non sembra indenne da qualche vacuità concettuale: l’alterità del protagonista qui si sostanzia nel ritratto d’una sorta di extraterrestre, glissando così sulle grandi domande ontologiche attorno alla natura di Lohengrin (il Messia? L’artista incompreso? Wagner stesso?); la stantia vecchiaia del potere – le sue cristallizzate ritualità, il suo endemico bellicismo – trovano didascalica raffigurazione in un Enrico l’Uccellatore decrepito e zoppicante; e costruire tutta la vicenda, fin dal preludio, attraverso il punto di vista di Elsa è – per un autore obiettivamente maschilista come Wagner – una femminilizzazione che sa di politically correct, se non proprio di marketing costruito a tavolino. L’immagine più iconica del Lohengrin tradizionale – il cigno che traghetta il protagonista lungo le acque – viene ovviamente cassata: per gli incantesimi non c’è spazio, nel Wagner di Michieletto (il niveo uccello acquatico, si sa, è il fratellino di Elsa trasformato da un sortilegio di Ortrud). Tuttavia il ripensamento della situazione – qui il piccolo Gottfried, fantasma vagante per il palcoscenico, è stato proprio ucciso – consente soluzioni poetiche. E, uscito dalla porta del plot, il cigno rientra dalla finestra delle suggestioni figurative: Lohengrin compare trascinando una piccola bara che, scoperchiata, lascia fuoriuscire un nembo di piume bianche.


un momento dello spettacolo 
© Fabrizio Sansoni

Il regista dipana dunque una serie di spunti o, talvolta, di mere trovate. Sono ora suggestivi, ora gratuiti (Elsa sepolta sotto la sabbia fino al collo, come la Winnie di Giorni felici di Beckett), ora fallaci (Telramund si suicida, e con largo anticipo rispetto al momento in cui il personaggio dovrebbe uscire di scena, anziché venire ucciso da Lohengrin): in ogni caso, si tratta di sollecitazioni che non si coagulano in una narrazione unitaria. A conferire plasticità di resa provvede però la scenografia di Fantin, vera protagonista dello spettacolo grazie anche alle luci ad alta densità semantica di Alessandro Carletti. In Wagner i personaggi sono Idee, prima ancora che psicologie teatralmente palpitanti, e Fantin restituisce tale dicotomia attraverso una scenografia insieme artigianale e tecnologica, concreta (l’arcuata recinzione di legno abbracciante il palcoscenico, che il sangue di Telramund renderà ancor più materica) e astratta. Sotto quest’ultimo profilo è un uovo gigantesco – ideale lascito del cigno che non c’è, e destinato a proliferare in una quantità incontrollata di uova – l’elemento visivo più totalizzante: simbolo di vita (quando compare la prima volta è racchiuso in un’incubatrice) e trasformazione (la rinascita del piccolo Gottfried), ma anche colonna d’Ercole che non è lecito oltrepassare, o sfinge che non è dato interrogare. E quando Elsa farà la fatale domanda proibita, sbircerà nella feritoia – inequivocabilmente ginecologica – che si è dischiusa nel guscio: uscendone accecata, in una sofoclea punizione della propria hybris conoscitiva.


un momento dello spettacolo 
© Fabrizio Sansoni

Gli oggetti di scena rappresentano poi il viatico per un viaggio – molto wagneriano, in fondo – attraverso momenti iconici della cultura tedesca ottocentesca, novecentesca e contemporanea: sottotraccia trapelano Goethe (la vasca da bagno dove fuoriescono i vestitini di Gottfried rimandano all’annegamento del bambino di Margherita nel Faust), Mann (la colata  liquida sul corpo di Lohengrin durante l’ordalia evoca quel “colore d’argento” che l’autore dei Buddenbrook vedeva come il protagonista dell’opera), Sebald (gli anelli concentrici illuminati al neon del secondo atto si direbbero una citazione dei suoi Anelli di Saturno). E anche i costumi senza tempo, talvolta un po’ prosaici, di Carla Teti sono più fedeli allo spirito dell’autore di quanto non possa sembrare: come quello borghesuccio e con veletta di Ortrud, atto a sottolineare il politicante arrivismo del personaggio – cosa su cui Wagner insisteva molto – piuttosto che la sua natura demoniaca. Ulteriore tassello di un allestimento probabilmente utile nel far conquistare a Wagner nuovo pubblico, ma meno innovativo di quanto voglia apparire.

Alla quarta inaugurazione come direttore musicale del teatro romano, Michele Mariotti sigla una lettura che pone al centro la qualità del suono. Per vie diverse, addiviene al medesimo percorso di Michieletto: eleganza formale e un certo stemperamento del pondus wagneriano. L’obiettivo è chiaramente quello che, almeno da Karajan in poi, è stato definito un “Wagner liricizzato”. Tuttavia, nel caso di Mariotti ciò non vuol dire solo sfumature e morbidezze, ma pure cantabilità (nel doppio senso di sostegno ai solisti e capacità di far “cantare” gli strumenti), perfino occasionale ricorso ai “tempi rubati”. Non mancano nemmeno le sonorità sfolgoranti: anch’esse, però, vengono riportate nell’alveo d’una narrazione musicale tutta intessuta di equilibrato nitore e gentili trasparenze. Il rischio di una certa omogeneizzazione – fin dal preludio, pagina in sé molto propizia a valorizzare questo tipo di lettura – è dietro l’angolo e Mariotti non sempre riesce ad aggirarlo, ma l’ottimo appiombo ottenuto dall’orchestra e la sontuosa resa fonica del coro (molti gli aggiunti, per l’occasione) pareggiano largamente il conto.


un momento dello spettacolo 
© Fabrizio Sansoni

Il cast è disomogeneo per qualità dei singoli e, soprattutto, divergenza di concezioni canore. Dunque, a un protagonista “all’italiana” – non dimentichiamo l’antica tradizione esecutiva di Pertile e Gigli in quest’opera – come Dmitry Korchak, che mette il suo background di belcantista al servizio d’un canto wagneriano luminoso, ricchissimo di mezzevoci e capace di autentico “legato” anche nei passaggi più epici, si oppone l’inveterata prassi bayreuthiana del Telramund di Tómas Tómasson, totalmente aspro e declamatorio. Per qualità di timbro e proiezione lo sopravanza di molte lunghezze l’altro baritono, Andrei Bondarenko (d’altronde è dai tempi di Titta Ruffo e Galeffi che l’Araldo ruba la scena a Telramund), mentre Clive Bayley è un Enrico l’Uccellatore anziano vocalmente oltre che fisicamente, arroccato in uno Sprechgesang ruvido e consunto. Le due donne, invece, chiudono con Korchak una triangolazione di eccellenti interpretazioni, risultando pure in fertile alchimia tra loro: soprano mezzosopranile l’Elsa di Jennifer Holloway, mezzosoprano sopraneggiante l’Ortrud di Ekaterina Gubanova. L’una lirica come complessione ma d’una concentrata drammaticità nell’accento, capace di far lievitare il ruolo di Elsa ad autentica protagonista, esplorandone i recessi più bui al di là del cliché della donna vittima e calunniata; l’altra senza tentazioni erinniche e invece subdola, serpentina, algidamente sensuale nel canto non meno che nella resa scenica. Quel che si dice due grandi “attrici vocali”.



Lohengrin

Cast & Credits




un momento dello spettacolo 
© Fabrizio Sansoni


Cast & credits

Titolo 
Lohengrin
Anno 
2025
Data rappresentazione 
2 dicembre 2025
Città rappresentazione 
Roma
Luogo rappresentazione 
Teatro dell'Opera di Roma
Prima rappresentazione 
27 novembre 2025
Autori 
Richard Wagner
Regia 
Damiano Michieletto
Interpreti 
Clive Bailey (Re Enrico l'Uccellatore)
Andrei Bondarenko (L'araldo)
Ekaterina Gubanova (Ortrud)
Jennifer Hollowar (Elsa)
Dmitry Korchak (Lohengrin)
Tómas Tómasson (Friedrich von Telramund)
Scenografia 
Paolo Fantin
Costumi 
Carla Teti
Luci 
Alessandro Carletti
Orchestra 
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Direzione d'orchestra 
Michele Mariotti
Coro 
Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Maestro del coro 
Ciro Visco
Note 
Drammaturgia: Mattia Palma