C'era una volta... e per tutta una vita.
Umberto Orsini sul palco del Teatro della Pergola parla al pubblico come si farebbe a un amico di lunga data e racconta sé stesso, come farebbe un vecchio – per puro piacere di raccontare – a noi e ai suoi compagni di scena, Diamara Ferrero e Flavio Francucci. Lo spettacolo mostra l’attore novantunenne all’interno di un camerino, piuttosto anonimo, ma a lui ormai familiare data la lunga carriera, in attesa di entrare in scena per l’ultima replica della tournée de Il temporale di August Strindberg. A sollecitarlo nella preparazione c’è Francesca, solerte assistente ventiduenne, che con il suo temperamento si offre scenicamente come perfetto contraltare del vecchio attore “stanco”, insieme all’altro personaggio in scena, Paolo, per una combinazione onomastica curiosamente dantesca. Questi, ventottenne, vigile del fuoco, addetto alla sicurezza del teatro, si intromette bonariamente nel camerino di Orsini, non solo per svolgere le proprie funzioni, bensì per avere occasione di entrare in contatto con quella che lui stesso definisce «una persona gentile».

Simpaticamente, infatti, Orsini interpreta la parte dell’attore navigato, che desacralizza un po’ l’andare in scena: preferendo agli esercizi di riscaldamento della voce, una bella sigaretta! Insomma, se Stanislavskij testimoniava che il grande attore ottocentesco Tommaso Salvini indossava il costume di Otello ben tre ore prima dell’esibizione, Orsini, al contrario, rimanda la “vestizione” fino agli ultimi minuti prima dell’apertura di sipario e pensa letteralmente a tutta la sua vita fuorché alla parte. Solo appena prima di entrare in scena si chiederà: «Com’era l’ultima battuta?» e la recitazione mnemonica del testo di Strindberg offrirà al pubblico una chiave di lettura retrospettiva su tutto il racconto onirico della vita dell’attore. Allora, sarà la volta di varcare la soglia del camerino, trasmettendo alla sala tutta la dignitosa compostezza e concentrazione del grande attore esperto, che maneggia benissimo la “sacralità” del proprio mestiere.

Tutta la drammaturgia intessuta da Umberto Orsini e dal regista Massimo Popolizio regge sul rapporto dell’attore con la propria memoria: strumento indispensabile per la scena, ma anche per la vita. Il discorso, in questo modo, non è solo metateatrale né riguarda esclusivamente il singolo attore dalla vita eccezionale. Lo scivolamento dal realistico all’onirico, dal presente al passato, inizia con la lettura di un libro che Orsini pare aver ricevuto in camerino da un ammiratore misterioso, ma che si rivela essere proprio un suo carissimo volume di gioventù. Così, stupito da quel ritrovamento di una parte di sé, si immerge in una lettura a voce alta, che diventa un soliloquio e che – con un cambio di luci – presto si trasforma in un monologo rivolto direttamente al pubblico. L’iniziale nudità della scenografia si spiega non appena iniziano le proiezioni su tutte le pareti e lo spazio si riempie di ricordi, tanto che, come dice lo stesso Orsini, «se per un miracolo le persone che ho amato tornassero a vivere, io sarei il più vecchio» (intervista su «la Repubblica», “Firenze”, 13 novembre 2025).

A questo punto, il racconto dell’avventura di vita di Umberto Orsini prende avvio dall’esame di ammissione all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, tentato con tutta la speranza e l’incoscienza dei ventuno anni. Non ci sono toni autocelebrativi nell’aneddoto, anzi l’attore sottolinea in più modi le scarse risorse economiche e la fortuna che lo accompagnarono agli inizi del proprio percorso. Quindi l’infanzia assume una parte importante nella costruzione dell’auto-narrazione. Per essa Orsini si avvale anche dell’uso del dialetto piemontese, come lingua delle sue origini, capace di annullare le distanze temporali ed evocare i genitori in dialoghi altrimenti impossibili. Ancora, è riesumata la prima adolescenza e un compagno di calcetto che poté dimostrare generosamente i propri sentimenti verso il tredicenne Umberto, finché il contesto sociale intollerante non gli impose una censura.
Viene da chiedersi quanta autobiografia e quanta fantasia si intreccino in questa operazione di ricostruzione, ma la recitazione di Orsini ci persuade che sia tutto sinceramente vero. Il merito è di alcune calibrate pause dell’eloquio, che creano momenti di sospensione, in cui l’attore sembra per un attimo perdere il filo del discorso – come succede nella vita, specie se lunga e fatta di tanti ricordi, tanti incontri, tanti pensieri –, per poi riprendere “semplicemente” a parlare, ridestandosi. Altre volte, invece, è Francesca a ridestare tutti noi – Orsini e pubblico – dal sogno, bussando alla porta del camerino. In questo modo il regista produce delle cesure efficaci per cambiare argomento, ma anche per cristallizzare un’emozione: come alla fine del racconto sulle Kessler (ricordo che lascia sfuggire una leggera incrinatura nella voce di Orsini), mentre il nostro attore imita maldestramente le due gemelle che ballano sorridenti proiettate sul fondale, giocoso e malinconico a un tempo. Similmente, l’emozione è sollevata dall’urlo ripetuto: «Mi manchi, Corrado!» nel camerino vuoto, quando Orsini ricorda l’amico dalla battuta brillante, Corrado Pani, che spesso canzonava la sua vita continuamente in viaggio e le difficoltà nell’incontrarsi tra una tournée e l’altra.

Un ruolo importante nel racconto è affidato alle donne: a partire dalla comparsa in sogno della giovanissima ed eterea compagna d’Accademia Virna Lisi, Orsini si accosta con venerazione a figure femminili di cui racconta di aver conosciuto l’affascinante complessità (come nel caso della collega Sylvia Kristel sul set di Emmanuelle 2). Ironizza sulla frequenza con cui da ragazzo si recava al cinema del fratello per vedere e rivedere le più belle dive dei suoi tempi, carico di tutta la giovanile genuinità (che nulla, si direbbe, ha da spartire con ciò che oggi definiamo male gaze). Tuttavia, il posto d’onore è lasciato senza dubbio a Rossella Falk. Orsini racconta che dopo sessant’anni di vita l’uno a fianco all’altra, negli ultimi momenti della sua malattia, non smise di voler essere un suo allievo, commettendo di proposito i soliti vecchi errori di dizione, per amore di lasciarsi correggere da lei. Allora, immerse in una nube di dolcezza e magone – così lievitata in tutta la sala – seguono le scene finali dello spettacolo, scandite dalle espressioni gergali di un altoparlante del camerino: «la mezza», «chi è di scena», «sipario».
In conclusione, quella della vita di Orsini si consegna a noi come una storia d’altri tempi, in cui si parla di accademie per attori, lunghissime tournée, fotoromanzi, sceneggiati e certi amori “finché morte non ci separi”. Al momento degli inchini, nell’espressione di gratitudine del nostro attore, verso un pubblico che lo applaude in piedi, sembra trasparire un velo di malinconia; o forse si tratta di consapevolezza? Orsini prende per mano i suoi compagni di scena e sembra voler dir loro: «È solo la prima. Bisogna ancora tenere duro».
* Studentessa del Laboratorio di culture digitali e arti performative nel corso di Scienze dello Spettacolo del Dipartimento SAGAS.
Prima del temporale

Cast & credits
| Titolo
Prima del temporale |
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| Origine
Italia |
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| Anno
2025 |
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| Durata
1 ora e 20 minuti, senza intervallo. |
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| Data rappresentazione
18/11/2025 |
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| Città rappresentazione
Firenze |
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| Luogo rappresentazione
Teatro della Pergola |
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| Prima rappresentazione
18/11/2025 |
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| Autori
da un'idea di Umberto Orsini, Massimo Popolizio |
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| Regia
Massimo Popolizio |
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| Interpreti
Umberto Orsini (Umberto Orsini) Diamara Ferrero (Francesca) Flavio Francucci (Paolo) |
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| Produzione
Compagnia Umberto Orsini |
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| Scenografia
Marco Rossi, Francesca Sgariboldi |
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| Costumi
Gianluca Sbicca |
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| Suono
Alessandro Saviozzi |
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| Luci
Carlo Pediani |
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| Note
assistente alla regia Mario Scandale |