Lo spettacolo Rimaye della compagnia AZIONIfuoriPOSTO, firmato da Silvia Dezulian e Filippo Porro, trascende la mera performance per configurarsi come un’esperienza sensoriale profonda. È un viaggio ipnotico che si snoda tra la fredda, sublime magnificenza dei poli e l’intimità bruciante della memoria familiare. Già il titolo, mutuato dall’alpinismo – la rimaye è il crepaccio terminale che separa il ghiaccio in movimento dalla roccia fissa – svela l’indagine centrale della compagnia: la relazione dialettica tra corpi umani e corpi glaciali, entrambi destinati a modificarsi e, ineluttabilmente, a scomparire.
Il dispositivo scenico stabilisce immediatamente un ponte tra epoche distanti. Sul piano del palco, un tappeto bianco immacolato funge da tela primordiale su cui si leggono due date scolpite come pietre miliari: “1917” e “1932”. Esse segnano le nascite di una bambina e della sua bisnonna, stabilendo il perimetro temporale di questa rievocazione e ponendo l’accento sulla fragilità delle generazioni passate e future. La magia coreografica prende avvio dal movimento di un vasto telo bianco che simula un ghiacciaio vivo e pulsante; figure emergono e si ritirano da questa massa con moto inarrestabile, quasi una marea al contrario che intende riavvolgere il nastro del tempo fino alla soglia del 1932. L’uso delle luci di Maria Virzì si rivela magistrale: posizionate basse e laterali, ricreano la perenne atmosfera dei crepuscoli polari, inondando lo spazio di una luce algida e spettrale che accentua la maestosità del ghiaccio. Ed è proprio da questa massa silente che affiorano lentamente frammenti di figura umana: una mano, un braccio, un piede, come se il passato si stesse faticosamente liberando dalla sua prigione glaciale.

Un momento dello spettacolo @Giulia Lenzi
La coreografia, che evoca suggestioni da La Mer di Loïe Fuller (1925) o Water Study di Doris Humphrey (1928), è una sinfonia di corpi fluidi interrotta da scatti nervosi, quasi spettri della memoria. Il climax emotivo si raggiunge con l’ingresso di una bambina (Dorotea Porro), la “2017”. La sua risata, pura e cristallina, si riverbera tra i suoni sordi ed evocativi del ghiacciaio. Il tessuto sonoro si arricchisce poi di voci di diversa lingua ed età, un coro multi-temporale che inizia a cantare tante micro-storie. A metà dello spettacolo la scena subisce una metamorfosi: il telo si solleva, agganciato a dei cavi, trasformandosi in un maestoso fondale innevato. I danzatori – ora ben visibili – indossano abiti che rimandano agli esploratori, ai condottieri o ai popoli autoctoni in terre estreme, vestiti che sottolineano il ruolo di testimoni e custodi di un “fare” che rischia di perdersi. Ora anche il movimento muta: scalano, procedono in cordata, non solo danzano ma narrano, rievocano ricordi, costruendo le proprie memorie nell’“aria sottile” dell’alta quota. La performance si trasforma in un’ode potente alla montagna e, al contempo, in un omaggio struggente ai suoi lutti e alla neve che si scioglie inesorabilmente, creando – come oggi è imprescindibile sapere – una reazione a catena.

Un momento dello spettacolo @Giulia Lenzi
La bambina, con il suo registratore vintage, rimane il fulcro della narrazione. Il suo è uno sguardo curioso, puro, ancora inconsapevole. Si arrampica senza paura tenendo le fila dell’azione e saggiando, incurante, la resistenza del ghiaccio (e degli adulti). Con l’imperfezione e la spontaneità proprie dell’infanzia, ella racconta il senso delle piccole cose, della pura osservazione che apparentemente sembra insignificante. Cammina letteralmente sugli adulti danzatori, trattandoli come pietre, sassi, montagne innevate. Il suo gioco effimero si intreccia all’azione concreta dei “grandi”, che scattano “foto di famiglia”, passando il testimone alle nuove generazioni che, se non decideranno le sorti del mondo, lo avranno comunque nelle proprie mani.
RIMAYE è un’opera che commuove e interroga, proponendo uno stile forse meno
mainstream ma autentico, originale e comunicativo. Nel finale, sulle note della Sinfonia N. 40 di
Mozart, il ghiaccio scenico si fa simbolicamente acqua e il cerchio del tempo si chiude. La bambina, simbolo del futuro, scala la platea canticchiando una canzoncina imparata dalla bisnonna, lasciandoci con la consapevolezza che le persone continuano a vivere attraverso la stratificazione e la cura dei loro ricordi.