Il Nuovo Balletto di Toscana debutta con la sua ultima creazione, il dittico coreografico
SISIFO FELICE, frutto della collaborazione autoriale tra
Philippe Kratz e
Pablo Girolami. L’opera, presentata al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino nell’ambito di Fabbrica Europa, si distingue per una notevole intensità e una stringente attualità; essa celebra la potenza intrinseca del gesto tersicoreo, dispiegando un ricco palinsesto di riferimenti che spaziano dalla tradizione accademica alle “derive” contemporanee, senza mai compromettere l’estetica formale né la risonanza emotiva.
Fin dall’incipit, l’atmosfera si rivela satura di tensione. L’impianto illuminotecnico – che proietta fasci di luce invadendo la platea – instaura un senso di disorientamento, generando nello spettatore un’attesa quasi ansiogena. L’aria si fa rarefatta, con una qualità quasi cinematografica, mentre le figure dei danzatori emergono dalle penombre in un valzer solipsistico. La colonna sonora, un
soundscape di pioggia scrosciante e porte cigolanti, evoca immediatamente suggestioni da
horror movie. Tale apertura colloca il lavoro nell’alveo del teatrodanza, richiamando vagamente – per suggestioni – le atmosfere sospese e le solitudini abitate proprie di capolavori come
Café Müller di
Pina Bausch.
Un momento dello spettacolo
© Andrea Avezzù
L’elemento centrale e trionfante è la danza stessa. L’elasticità, il dinamismo e la padronanza tecnica degli interpreti sono evidenti e tale rigore accademico di base – che pure nella seconda parte sfiora il rischio della ripetitività – costituisce il fondamento su cui si innesta un’audace e intrinsecamente contemporanea contaminazione stilistica. La coreografia si dimostra pienamente allineata allo spirito del tempo, abbracciando, ad esempio, una fluida decostruzione dei ruoli di genere nei passi a due. Questa sensibilità per la contemporaneità dei rapporti, unita a un ritmo incalzante ma mai tedioso, evoca per freschezza e formula strutturale l’estetica di giovani autori già affermati, si pensi a
Sofia Nappi e alla sua KOMOCO. Tuttavia, la compagnia dimostra anche uno sguardo retrospettivo: lo spettacolo è un continuo gioco di equilibri e vettori di forza, dove il contatto si configura non solo come dialogo ma come scontro fisico e indagine sulla gravità, richiamando alla mente le pionieristiche ricerche sul corpo e sulla dinamica di mastri della
post-modern dance come
Trisha Brown,
Simone Forti o le celebri pratiche di
violent contact di
Steve Paxton.
Di notevole impatto visivo è l’apparato scenografico, dominato da uno sfondo che rende omaggio all’astrazione pittorica di
Piet Mondrian. Non si tratta tuttavia di un mero fondale decorativo: l’installazione incornicia senza celare. I danzatori compiono in scena azioni di spoliazione e rivestimento, riducendo il gesto all’essenzialità, rigettando l’artificio e ponendo il corpo al centro della narrazione. Nei momenti di pausa dall’azione coreutica, essi abitano uno spazio liminare, sedendosi sul proscenio in veste di osservatori o futuri attori del dramma del mito di Sisifo.
Un momento dello spettacolo
© Andrea Avezzù
Un passaggio di grande suggestione – pur consapevoli del rischio di iterazione, evidentemente calibrato – è la sequenza scandita da una musica marcatamente “da discoteca”, che sorprendentemente rievoca posture e schemi iconografici dell’antichità, quasi una riviviscenza dei corpi moderni dalle pitture vascolari greche. La bellezza statuaria e l’imponente presenza scenica degli interpreti, specialmente nelle costruzioni corali, non possono non rimandare alle grandi architetture coreografiche e all’esaltazione dell’interprete tipiche di
Maurice Béjart (si ricordi, per analogia, a
Bolero). In definitiva,
SISIFO FELICE si manifesta soprattutto come danza pura. La drammaturgia, sebbene ispirata al mito e alla riflessione di
Albert Camus sull’assurdo, non si fa mai didascalica, rimanendo un sottotesto filosofico. È un’opera che, grazie all’eccellente fusione tra rigore tecnico e ibridazione stilistica, si configura come un saggio sul corpo contemporaneo, il quale accetta di spingere il proprio masso con elegante, dinamica tenacia e un misurato tocco di manierismo che, se dosato, non guasta.