Il gioco delle identità femminili
Con Maldonne, Leïla Ka approda al suo primo lavoro corale dopo essersi distinta con la trilogia Pode Ser (2018), C'est toi qu'on adore (2020) e Se faire la belle (2022), dopo aver ricevuto il Premio Rivelazione Coreografica dei Syndacats de la critique e aver coreografato per Beyoncé e il Balletto Nazionale Cileno. In questa nuova creazione la giovane coreografa francese, oggi tra le figure più acclamate del panorama internazionale, mette in campo un linguaggio che intreccia la danza urbana e quella contemporanea, con accenti teatrali, portando sulla scena cinque danzatrici in un’esperienza coreografica di forte intensità fisica e simbolica.
Lo spettacolo si apre con una sequenza che, a un primo sguardo, può apparire eccessivamente insistita, fatta di gesti ripetuti, ritmi cadenzati e un’atmosfera che sembra rallentare la percezione del tempo. In realtà, questo inizio diviene un lungo respiro preparatorio: un terreno che mette lo spettatore nella condizione di accogliere la densità che segue. Il crescendo che ne deriva è dirompente. Col passare dei minuti, la scena si riempie di energia, fino a diventare un vortice travolgente, in cui i corpi delle interpreti esplodono di vitalità. Ciò che colpisce è la straordinaria precisione delle danzatrici: i movimenti vengono ripetuti a canone, moltiplicati nello spazio con un rigore che lascia stupefatti, quasi ci si domandasse come sia possibile memorizzare ed eseguire con tale nitidezza sequenze tanto complesse. Questo rigore, però, non è mai sterile virtuosismo (anzi, la performance non punta mai su grandi salti o gesti estremi), è piuttosto la manifestazione di una disciplina che si fa linguaggio collettivo, un codice condiviso che permette alla coreografia di trasformarsi in un atto corale di ribellione.

Un momento dello spettacolo
© duylau.pix
Gli abiti, elemento centrale della creazione, si susseguono senza sosta. In scena scorrono circa quaranta cambi: paillettes, animalier, camicie da notte, vestiti troppo stretti o troppo larghi, che vengono sovrapposti, tolti, lasciati cadere o appesi. È un archivio visivo che restituisce la stratificazione di identità che una donna può incarnare. Ogni vestito è un ruolo sociale, un’etichetta, un frammento di vita che segna il corpo. A tratti si ha la sensazione di assistere a un mosaico di femminilità, che si rigenera di continuo sotto lo sguardo dello spettatore.
Particolarmente suggestivo è il momento in cui dalla graticcia calano ami da pesca: le danzatrici vi appendono i propri abiti, trasformando l’azione scenica in una potente immagine simbolica. L’effetto che suscita è quello di una doppia tensione: da un lato un’idea di cattura e costrizione, dall’altro la possibilità di liberarsi da ciò che opprime o adesca. La coreografa sembra qui suggerire che ogni identità imposta, ogni ruolo assegnato, può essere appeso e lasciato andare, ma al tempo stesso non senza fatica, non senza un atto di consapevolezza.
Sul piano sonoro, la drammaturgia musicale accompagna e amplifica il percorso coreografico. I primi minuti in silenzio, in cui si percepiscono soltanto i respiri affannati (molto marcati) delle interpreti, creano una tensione palpabile, una prossimità intima tra pubblico e performer. Successivamente la colonna sonora si stratifica: si passa dalle pulsazioni elettroniche cariche di ritmo, dal pathos struggente di Je suis malade di Lara Fabian, fino a incursioni nella musica classica. Ogni passaggio sembra aggiungere una nuova sfumatura emotiva, sostenendo i continui cambiamenti di ritmo e atmosfera che attraversano la pièce.

Un momento dello spettacolo
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Il lavoro delle luci contribuisce in maniera determinante a creare un’atmosfera densa e mutevole. I fasci luminosi disegnano lo spazio, esaltano i dettagli degli abiti, a tratti isolano i corpi per poi ricondurli in una dimensione collettiva. La scena diventa così un territorio in cui le interpreti si muovono come figure cangianti, costantemente reinventate dallo sguardo dello spettatore. La dimensione simbolica si intreccia, dunque, con quella fisica. Il sudore, il ritmo del respiro, persino gli sputi in palcoscenico, i gesti ripetuti e condivisi restituiscono allo spettatore la concretezza del corpo come veicolo di ribellione, ma anche come luogo di vulnerabilità. Si parla allo stesso tempo, pertanto, di forza, vulnerabilità, disciplina e liberazione e tutto ciò rende Maldonne un lavoro così efficace e toccante.
La serata al Teatro Cantiere Florida, a una settimana esatta dall’inizio della XXXII edizione di Fabbrica Europa, ha confermato la capacità di Leïla Ka di attrarre e coinvolgere: la sala era gremita e il pubblico ha risposto con entusiasmo a una performance che unisce potenza visiva e forza emotiva. Ka dimostra di possedere una voce artistica capace di parlare al presente, di raccontare attraverso il linguaggio del corpo la complessità dell’essere donna oggi, con tutte le sue sfumature, contraddizioni e battaglie. Un’opera che celebra la “sorellanza” e la pluralità, ma che soprattutto invita a guardare oltre le convenzioni, trasformando il palcoscenico in uno spazio di lotta e poesia. Una creazione che non lascia indifferenti, capace di affermare la coreografa francese come una delle voci più vitali e originali della scena contemporanea. Assistere a questo spettacolo è stato sicuramente un grande privilegio e non si può che restare ammirati di fronte all’intensità di queste cinque interpreti: Justine Agator, Adèle Bonduelle, Océane Crouzie, Lise Messina e Flore Ruiz-Moret.
Maldonne

Un momento dello spettacolo
© duylau.pix
Cast & credits
| Titolo
Maldonne |
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| Anno
2025 |
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| Durata
55 min. |
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| Data rappresentazione
20 settembre 2025 |
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| Città rappresentazione
Firenze |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Cantiere Florida |
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| Evento
Fabbrica Europa 2025 |
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| Interpreti
Justine Agator Adèle Bonduelle Océane Crouzier Lise Messina Flore Ruiz-Moiret |
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| Produzione
Compagnie Leïla Ka e CENTQUATRE – Parigi |
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| Costumi
Leïla Ka |
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| Coreografia
Leïla Ka |
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| Suono
Rodrig De Sa / Sacha Menez-Allanic |
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| Luci
Laurent Fallot/ responsabile luci: Laurent Fallot e Clara Coll Bigot |
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| Note
Assistente coreografa: Jane Fournier Dumet Coproduzione: La Garance – Scène nationale de Cavaillon, Théâtre Malakoff – Scène nationale, Théâtre d'Angoulême – Scènenationale, Théâtre de Suresnes Jean Vilar – festival Suresnes Cités Danse 2024, Centre Chorégraphique National d'Orléans – regia Maud Le Pladec, Centre Chorégraphique National – Ballet de Lorraine – regia Petter Jacobsson dans le cadre de l'Accueil-studio, Les Quinconces et L'espal –Scène nationale du Mans, Espaces Pluriels, scène conventionnée d'interêt national Art et création – Danse, Pau, La Manufacture – CDCN Nouvelle- Aquitaine Bordeaux/La Rochelle, La Passerelle – Scène nationale de St-Brieuc, Fondation Royaumont, Espace 1789 – Scène conventionnée d'interêt national Art et création pour la danse de St-Ouen Con il sostegno di Le Quatrain – équipement culturel de Clisson Sèvre et Maine Agllo, Ville de Gouesnou – Centre Henri Queffélec Patrocinio: Caisse des Dépôts Residenze artistiche: Fondation Royaumont / Fondation d'entreprise Hermes |