D-503
Ricalcando l’incipit del romanzo di Carrère, Le mage è un lungo flashback che nasce dalla conversazione tra due uomini non casuali: Vadim Baranov (Paul Dano) e uno scrittore americano (Jeffrey Wright), esperto di politica russa. Dall’infanzia felice e agiata garantita dal lavoro governativo del padre, Baranov racconta, o meglio confessa, la sua storia, attraversando gli anni Novanta di una Russia che accarezzava il sogno di ricostruirsi una nuova identità dopo la caduta del regime comunista, per arrivare all’insediamento di Vladimir Putin (un mimetico Jude Law), passando davanti allo specchio deformante della globalizzazione della cultura di massa.

Una scena di Le mage du Kremlin
Sembra un ottimo connubio la collaborazione tra Olivier Assayas e Emmanuel Carrère. Due autori con forti personalità che hanno saputo non soverchiarsi vicendevolmente, mettendo ben in chiaro chi era incaricato di cosa, per poi creare uno spazio condiviso in cui muoversi. Le mage è quel figlio che mostra i tratti del patrimonio genetico di entrambi e sfiora soltanto la pericolosa soglia dell’autocitazionismo. È infatti consigliabile arrivare impreparati sia sulla filmografia del regista francese che dello scrittore, rischiando altrimenti di avere dei fastidiosi déjà-vu. D’altra parte, però, rimane vero che nessuno dei due aveva mai avuto la possibilità di fare all-in, ed è probabile che Le mage rappresentasse l’occasione per riproporre quello che della loro poetica era passato inosservato.
In questo senso Assayas imposta il film riproponendo il suo personaggio-ossessione, ovvero la figura dell’assistente, che da sempre appare nei suoi lavori. Un ruolo marginale che attraverso gli occhi dell’artista diventa la metafora del ruolo di regista, osservatore attento e mutacico, privilegiato nella sua posizione a stretto contatto con la realtà. Dall’altra parte, Carrère è certamente un maestro nell’innamorarsi di personaggi maschili di potere e nell’intraprendere con essi, attraverso la sua fervida immaginazione, incredibili fughe da fermo. Nel romanzo che lo ha consacrato al grande pubblico, lo scrittore russo underground Limonov, diventa il centro di un universo polarizzato tra Russia e America, che si rivela sempre più ipocrita e a cui nessuno è immune né, in fondo, desidera esserlo.Gli stessi punti cardinali ritroviamo in Le mage che, sebbene si spacci come racconto su un momento oscuro della Russia di Putin, si rivela essere una copertura, una carta che – se messa in controluce – rivela un chiaro messaggio impresso nella sua filigrana. È un gioco di specchi quello che costruiscono Assayas e Carrère tra la nuova Russia che sogna il controllo del comunismo stalinista mentre si veste da democrazia e l’America, che, trumpiana o no, è sempre assoggettata al dio denaro. Democrazia recitativa, democrazia sovranista sono ossimori per descrivere un potere che impiega tutti i suoi sforzi per annichilire e anestetizzare il suo popolo. Veri e propri momenti da horror si susseguono sullo schermo quando l’impassibile Baranov sputa, con la sua voce monocorde, le verità di una realtà capitalista, davanti a spettatori che diventano cavie da osservare in una rat race senza via d’uscita. They have created the algorithm and we are going to use it better, sono le parole di Vadim riferendosi al nuovo subdolo oppio dei popoli, internet, creando un parallelismo tra le nazioni arcinemiche nell’eterna guerra fredda: due facce della stessa medaglia.

Cosa fare quando si temono le forbici della censura? Si trova un escamotage, si crea una maschera che ricordi il vero protagonista, ma non troppo, e poi si riversa tutto quello che non è stato detto in una sola volta, perché, chissà, forse è l’ultima. Così sembra fare Le mage, una produzione francese che sbeffeggia la bandiera a stelle e strisce fin dal cast, degno di una produzione hollywoodiana, di cui si scimmiotta anche il linguaggio filmico. Una satira affilata e coraggiosa che arriva a toccare la ferita aperta della guerra in Ucraina, mettendo a nudo la difficoltà della ricerca della verità ultima, in un conflitto che perdura da ben prima del 2022. Una puntualizzazione temporale che oggi non può, e non deve, passare inosservata. Fin dal disclaimer iniziale, dove si denuncia che “i fatti narrati sono frutto di immaginazione”, Le mage ci insegna a non fidarci di tutto quello che vediamo.
In questo senso Assayas imposta il film riproponendo il suo personaggio-ossessione, ovvero la figura dell’assistente, che da sempre appare nei suoi lavori. Un ruolo marginale che attraverso gli occhi dell’artista diventa la metafora del ruolo di regista, osservatore attento e mutacico, privilegiato nella sua posizione a stretto contatto con la realtà. Dall’altra parte, Carrère è certamente un maestro nell’innamorarsi di personaggi maschili di potere e nell’intraprendere con essi, attraverso la sua fervida immaginazione, incredibili fughe da fermo. Nel romanzo che lo ha consacrato al grande pubblico, lo scrittore russo underground Limonov, diventa il centro di un universo polarizzato tra Russia e America, che si rivela sempre più ipocrita e a cui nessuno è immune né, in fondo, desidera esserlo.Gli stessi punti cardinali ritroviamo in Le mage che, sebbene si spacci come racconto su un momento oscuro della Russia di Putin, si rivela essere una copertura, una carta che – se messa in controluce – rivela un chiaro messaggio impresso nella sua filigrana. È un gioco di specchi quello che costruiscono Assayas e Carrère tra la nuova Russia che sogna il controllo del comunismo stalinista mentre si veste da democrazia e l’America, che, trumpiana o no, è sempre assoggettata al dio denaro. Democrazia recitativa, democrazia sovranista sono ossimori per descrivere un potere che impiega tutti i suoi sforzi per annichilire e anestetizzare il suo popolo. Veri e propri momenti da horror si susseguono sullo schermo quando l’impassibile Baranov sputa, con la sua voce monocorde, le verità di una realtà capitalista, davanti a spettatori che diventano cavie da osservare in una rat race senza via d’uscita. They have created the algorithm and we are going to use it better, sono le parole di Vadim riferendosi al nuovo subdolo oppio dei popoli, internet, creando un parallelismo tra le nazioni arcinemiche nell’eterna guerra fredda: due facce della stessa medaglia.

Una scena di Le mage du Kremlin
Attraverso citazioni più o meno dirette dei concetti espressi da opere innovatrici come il distopico Noi di Zamjatin, il rivoluzionario Sorvegliare e punire di Foucault e la recente teoria della divisione tra potere verticale e orizzontale, apparsa nel volume di Stefano Boni, Le mage tenta di creare degli squarci nel velo di Maya in cui le odierne società sono comodamente avvolte. Partendo dalla Russia, quindi, non solo si compie un viaggio oltreoceano, porgendo lo specchio al nuovo continente, ma anche a quello vecchio, da secoli trasformatosi in un borghese che non vuole ammettere la sua decadenza e finge di non riconoscere i nuovi padroni.
Cosa fare quando si temono le forbici della censura? Si trova un escamotage, si crea una maschera che ricordi il vero protagonista, ma non troppo, e poi si riversa tutto quello che non è stato detto in una sola volta, perché, chissà, forse è l’ultima. Così sembra fare Le mage, una produzione francese che sbeffeggia la bandiera a stelle e strisce fin dal cast, degno di una produzione hollywoodiana, di cui si scimmiotta anche il linguaggio filmico. Una satira affilata e coraggiosa che arriva a toccare la ferita aperta della guerra in Ucraina, mettendo a nudo la difficoltà della ricerca della verità ultima, in un conflitto che perdura da ben prima del 2022. Una puntualizzazione temporale che oggi non può, e non deve, passare inosservata. Fin dal disclaimer iniziale, dove si denuncia che “i fatti narrati sono frutto di immaginazione”, Le mage ci insegna a non fidarci di tutto quello che vediamo.
Le mage du Kremlin

Oliver Assayas
Cast & credits
| Titolo
Le mage du Kremlin |
|
| Origine
Francia |
|
| Durata
156 min. |
|
| Titolo testo d'origine
Le Mage du Kremlin |
|
| Autori
Giuliano da Empoli |
|
| Regia
Olivier Assayas |
|
| Interpreti
Paul Dano Alicia Vikander Tom Sturridge Will Keen Jeffrey Wright Jude Law |
|
| Produttori
Olivier Delbosc, Sidonie Dumas |
|
| Produzione
Curiosa Films, Gaumont, France 2 Cinéma |
|
| Scenografia
François-Renaud Labarthe |
|
| Costumi
Jürgen Doering |
|
| Sceneggiatura
Olivier Assayas, Emmanuel Carrère |
|
| Montaggio
Marion Monnier |
|
| Fotografia
Yorick Le Saux |
|
| Effetti speciali
Guillaume Le Gouez, Alain Carsoux |
|
| Suono
Nicolas Cantin, Nicolas Moreau, Gwennolé Le Borgne, Sarah Lelu, Olivier Goinard |