Satura Lanx
Altro film atteso dopo quello di Park Chan-wook era Frankenstein di Guillermo del Toro, presentato oggi in Sala Darsena subito dopo il documentario di Gianfranco Rosi Sotto le nuvole. Del Toro torna a Venezia dopo la vittoria nel 2017 con La forma dell’acqua. Da allora ha poi diretto La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (2021) e Pinocchio di Guillermo del Toro (2022), prodotto (come quest’ultimo lavoro) da Netflix, la piattaforma di streaming online che dal 2013 si è lanciata nella produzione cinematografica.
“La grande
quantità può creare confusione, a meno che non si abbiano le idee chiare”. Sono
queste più o meno le parole del personaggio di Henrich Harlander (Christoph Waltz), inventato dalla sceneggiatura
di Del Toro forse seguendo uno slancio di conscia – o inconscia – autocritica.
La sensazione che si ha alla fine del film è proprio la stessa che si prova
quando ci si perde nel doom scrolling
delle locandine proposte dalla piattaforma Netflix per poi non vedere niente.

Poneva certamente vari interrogativi l’impresa che il regista messicano si apprestava a realizzare, mettendosi a tu per tu con il capolavoro di Mary Shelley, tra le pietre angolari del genere gotico e ispiratore di innumerevoli adattamenti. Un film che già in partenza oscillava quindi tra il rischio di cadere in un didascalico servilismo al soggetto originale, imbevuto degli stilemi del romanzo settecentesco non ancora introiettati dalla geniale ingenuità della giovane Shelley, e l’assemblaggio citazionistico delle trasposizioni a esso ispirate.
È chiaramente
visibile uno sforzo realizzato per crearsi un’indipendenza nella fitta foresta
di tributi, ma non sufficiente. Frankenstein
di Del Toro rimane a metà tra il piglio autoriale di un regista che da
sempre dimostra passione per la scrittura delle sue opere e il peso del pegno
da pagare. A ciò si aggiungano i limiti della citata produzione, che sembra
soffrire di horror vacui nel rimpinzare
ogni sua storia dei temi più attuali cercando di coprire i più svariati gusti
dell’audience ed esibendo un cast stellare ma qui del tutto dimenticabile.

Nella ricetta di Frankenstein infatti ci possiamo trovare una critica all’industria della guerra finanziatrice dalle mani sporche di sangue che si alimenta degli scarti da essa stessa creati; traumi e dinamiche familiari da far girare la testa a Freud (non bastava il binomio creatore-mostro); randomici inni ambientalisti tra veganesimo e diritti animali; allusioni queer e di genere. A condimento, una lunga serie di citazioni si affollano, stratificano e distraggono dal godimento dello spettacolo. Si parte dai film direttamente ispirati all’opera di Shelley, dove si saccheggiano elementi poco influenti come la scena dello specchio del Frankenstein prodotto dalla Edison Studios del 1910 a scelte più intrusive (e di dubbio gusto) come quella di Jacob Elordi per la parte del mostro, dettata dalla stazza dell’attore, proprio come fece la Universal con Boris Karloff, quando l’opera del truccatore Jack Pierce nel film del 1931 scolpì per sempre l’immagine della creatura.
Successivamente si
sbatte come mosche su di un vetro contro echi che vanno dalla mano del
non-morto di Romero, agli abiti
gessati degli scheletrici personaggi di Tim
Burton, fino alla faccia di metallo dell’androide di Metropolis (1927), per poi saltare al capitolo dei giganti della
saga Alien, Prometheus (2012),
qui nella posa del pensatore di Rodin.
Vengono ingiustificatamente scomodati capolavori letterari della stazza di Amleto, Ozymandias di Percy Bysshe
Shelley, Dracula di Stoker, senza farci mancare Dr Jekyll and Mr Hyde, insieme a quelli
cinematografici, come il tocco vitale del misterioso monolite di Odissea nello spazio che va a braccetto
con la creazione di Michelangelo. La
fronte si increspa e la bocca si schiude quando infine appaiono, in sequenza
sistematica, scene, oggetti e personaggi direttamente prelevati dai classici
Disney, come Biancaneve, La Bella e la Bestia, Bambi, Il Re Leone.

Cosa rimane dunque dell’estro kitsch di Del Toro? E di Frankenstein? Poco di entrambi, purtroppo: il primo è stato impagliato per diventare pezzo da museo, il secondo è smussato da una produzione i cui unici pregi sono da riconoscere nel budget, garanzia di scenografie e costumi da sogno (o meglio, da incubo). Se la stessa affannosa reverenza avuta per le citazioni fosse stata mostrata anche nei confronti del soggetto originale, non sarebbe stato forzato il concetto dell’aspetto esteriore non canonico come handicap sociale, nel film solo vagamente sfiorata. Al contrario, è pregevole la virata che Del Toro apporta al cuore pulsante del romanzo gotico, ovvero la creazione di un universo dannato per aver negato alla donna il ruolo di generatrice di vita. La tematica nel film si raccoglie nel personaggio di Elizabeth (Mia Goth), che a sua volta diviene creatrice inconsapevole infondendo un’anima in quello che fino a quel momento era stato solo un corpo.
Insomma Del Toro era sicuramente l’uomo giusto per un così lauto pasto, avendo dimostrato in altre occasioni di saper rimanere nei binari produttivi (Hellboy, Pacific Rim). Ci si augurava che, come nel caso di Pinocchio (Oscar al miglior film di animazione nel 2023), la grande casa di produzione lasciasse spazio all’irriverenza surreale e politicamente schierata che il regista del Labirinto del Fauno può (ancora) dimostrare.
Frankenstein

Cast & credits
| Titolo
Frankenstein |
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| Origine
USA |
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| Anno
2025 |
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| Durata
149 min. |
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| Data rappresentazione
30 agosto 2025 |
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| Città rappresentazione
Venezia |
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| Luogo rappresentazione
Sala Grande |
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| Prima rappresentazione
30 agosto 2025 |
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| Regia
Guillermo Del Toro |
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| Interpreti
Oscar Isaac Jacob Elordi Christoph Waltz Mia Goth Felix Kammerer Charles Dance David Bradley Lars Mikkelsen Christian Convery |
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| Produzione
Double Dare You (Guillermo del Toro), Demilo Films (J. Miles Dale), Bluegrass 7 (Scott Stuber) |
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| Distribuzione
Netflix – Cai Mason |
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| Scenografia
Tamara Deverell |
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| Costumi
Kate Hawley |
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| Sceneggiatura
Guillermo del Toro |
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| Montaggio
Evan Schiff |
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| Fotografia
Dan Laustsen |
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| Effetti speciali
Dennis Berardi |
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| Suono
Nathan Robitaille, Nelson Ferreira, Christian Cooke, Brad Zoern, Greg Chapman |
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| Musiche
Alexandre Desplat |
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| Lingue disponibili
Inglese |
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| Note
Dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley |