Al di là di Sorrentino
Apre l’82a edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia La Grazia di Paolo Sorrentino. Il regista premio Oscar per La Grande Bellezza (2013) torna in concorso al festival del Lido dopo È stata la mano di Dio (2021), con l’intermezzo di Parthenope presentato a Cannes l’anno scorso. La Grazia è un film Fremantle, prodotto da The Apartment, Piperfilm e Numero10, società di produzione del regista, nominata in onore dell’indimenticato Maradona.
Non è utile rispetto a La Grazia di Sorrentino perdersi negli usuali giochetti da cinefili, scovando analogie e citazioni nascoste. Con la sua ultima fatica il regista partenopeo ci chiede, a gran voce, di andare oltre: oltre il film, oltre la sceneggiatura, oltre le immagini, oltre i personaggi. Coerente e saggia in tal senso è stata la scelta di non rivelare la sinossi in anticipo, anche se gli spietati rumors alludevano confusamente sia a una storia d’amore che a quella di un presidente della Repubblica italiano indaffarato con dei casi per cui è stata richiesta, appunto, la grazia. Ebbene, nonostante l’apparente impossibilità di coesistenza delle due trame che potrebbero portare a generi molto lontani tra loro, La Grazia è tutte e due le cose.
Sembrerebbe dunque di fare un torto se adesso, come di consueto, si scendesse nei particolari della storia, finendo per issare i muri troppo spessi di categorie e tematiche. Ci basti sapere che Mariano De Santis (Toni Servillo) è alla fine del suo mandato da Presidente, soprannominato “cemento armato” per la perseveranza e la resilienza dimostrata nel saper rimanere al timone del paese per ben sei crisi di governo. Eccellente giurista, autore di ampi e complessi volumi sul diritto penale, sembra da anni affetto da uno stato di apatia che lo induce all’ignavia. Sulla scrivania ci sono tre casi che richiedono la sua urgente attenzione, ma nemmeno gli incitamenti dell’affezionata figlia Dorotea (Anna Ferzetti) lo risvegliano dal suo torpore. E allora, come De Santis, La Grazia si prende il tempo della riflessione, le inquadrature ampie sembrano respirare quell’aria che Dorotea e Mariano si sentono mancare. Come se padre e figlia condividessero l’unico polmone a lui rimasto. Il tempo per pensare è necessità vitale, magicamente impressa nel volto di Servillo, in quella sua profonda ruga sulla sinistra, alla fine della fronte e al confine con gli occhi. Come un pensiero assillante, è sempre presente, a volte sapientemente illuminata e valorizzata dalla posa di tre quarti che il mezzobusto di Servillo assume al centro dell’inquadratura.

I silenzi pensosi di De Santis sul tetto del Quirinale fanno un rumore familiare, “punto” da domande troppo grandi che ci accomunano in quanto esseri viventi e a cui risposta non c’è. Allora si alza gli occhi in su, al cielo che sconfina nello spazio, dalle cui misteriose profondità arriva il labile suono intermittente di una sonda spaziale. Lassù, in assenza di gravità, ci si può sentire leggeri. È all’inizio del giorno, quando l’aria è fredda e i timidi raggi del sole sono l’unica promessa di calore, che Mariano si rivolge a “lei”, ormai muta controparte e destinataria di messaggi senza ritorno. Il suo amore ha raggiunto uno stato etereo, fumoso come le nuvole delle sigarette che si concede di nascosto dalla figlia. Più che di un amore perduto, Mariano sembra innamorato di un fantasma inafferrabile, come la verità che il giurista e Presidente rincorre.
Dove risiede il “vero”, unico habitat della giustizia? E che peso ha? Sospesi tra la scelta della leggerezza e della pesantezza, come i personaggi di Kundera della sua magnum opus, Mariano e Dorotea sono legati dallo stesso amore, ma guardano la vita da due punti di vista diversi: se uno è nel passato, l’altra prova a trascinarlo nel futuro. Oltre al Presidente, oltre ai riti, sullo schermo rimane un uomo con le sue fragilità: la paura della morte, il dolore di una perdita, la solitudine e la difficoltà di lasciar andare ciò che è stato. Cercare dove l’amore si annida, e proteggerlo, sembra l’unico modo per dipanare i grovigli dell’anima.
Non stancano gli ormai consolidati “ricami” della poetica sorrentiniana (il complesso rapporto con la religione e la Chiesa, il contrasto tra gli ambienti dell’alta aristocrazia romana e i posti degli ultimi – in questo caso il carcere –, il mix tra elementi pop e sofisticata eleganza, la critica appassionata al mondo della moda, già centrale in Parthenope), ma anzi ritrovano i loro colori sgargianti, come un quadro dopo un buon restauro. Certamente de La Grande Bellezza ce n’è una sola, ed è forse per questo che i pronostici si possono già spingere fin da ora nell’escluderlo dal Leone, ma è forse con La Grazia che inizia una fase più matura, cosciente dei propri mezzi per il regista partenopeo che, come per metafora, si sta allontanando sempre di più dal capoluogo di nascita anche nelle ambientazioni dei suoi film (Parthenope si svolgeva a Napoli per terminare a Torino, La Grazia è ambientato a Roma e Torino).

Si alza sempre il cappello ai maestri ispiratori (Fellini in testa) ma con un nuovo contegno, nato dalla sicurezza dei propri punti di forza che adesso si tengono a valorizzare. Formidabile, infatti, è l’ironia sagace del personaggio di Coco Valeri, un’icona istantanea di cui tutti avevamo bisogno, brillantemente interpretata da Milvia Marigliano e, come dichiarato in sala stampa, nata dalla mente del regista senza riferimenti a cui ispirarsi. Auguriamo a Marigliano che La Grazia sia ciò che per Luisa Ranieri ha significato È stata la mano di Dio (2021).
Iconica è anche la colonna sonora che con una sorta di danza leggera avvolge lo spettatore in musiche classiche che si fondono a suoni elettronici, per poi risvegliarlo, attonito, alle note di Le bimbe piangono di Guè Pequeno, cameo nel film. Sorprendenti infine le tematiche evocate, a dir poco scottanti per il dibattito italiano odierno. Non ce lo aspettavamo dal regista “del bello”, sebbene sapessimo che di coraggio non era scevro. Adesso abbiamo la certezza che l’autore de Il Divo sappia spingersi con eleganza fin nei quesiti più spinosi.
Con assoluta certezza, un buon inizio di festival.
La Grazia

Cast & credits
| Titolo
La Grazia |
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| Origine
Italia |
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| Durata
133 minuti |
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| Regia
Paolo Sorrentino |
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| Interpreti
Toni Servillo Anna Ferzetti Orlando Cinque Massimo Venturiello Milvia Marigliano Giuseppe Gaiani Linda Messerklinger Vasco Mirandola |
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| Produttori
Andrea Scrosati, Annamaria Morelli, Paolo Sorrentino |
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| Produzione
Fremantle, The Apartment, Numero 10 |
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| Scenografia
Ludovica Ferrario |
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| Costumi
Carlo Poggioli |
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| Sceneggiatura
Paolo Sorrentino |
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| Montaggio
Cristiano Travaglioli |
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| Fotografia
Daria D'Antonio |
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| Effetti speciali
Rodolfo Migliari |
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| Suono
Emanuele Cecere, Mirko Perri |
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| Lingue disponibili
Italiano |