Un tappeto rosso per gli elefanti!
Promette bene l’82ª Mostra del Cinema di Venezia, che accenderà il Lido dal 27 agosto al 6 settembre 2025. Alberto Barbera, ormai saldo al timone del festival da dodici anni (e già confermato anche per il 2026), ha messo insieme un programma che non tradisce le attese, alternando grandi nomi e nuove voci non solo nella competizione principale.
Tra gli annunci che hanno già fatto scalpore, spicca l’assegnazione del Leone d’Oro alla Carriera a due leggende viventi: Kim Novak, volto indimenticabile di La donna che visse due volte e Una strega in paradiso, e Werner Herzog, che delizierà il pubblico con il suo ultimo lavoro Ghost Elephants in cui in un surreale altopiano dell’Angola l’ornitologo Steve Boyes ricerca una leggendaria mandria di elefanti mai avvistati da occhio umano.
A guidare la giuria del concorso principale sarà Alexander Payne, regista di Sideways e Paradiso amaro, che lo scorso anno ha conquistato pubblico e critica con The Holdovers. Con lui siedono il regista e sceneggiatore Stéphane Brizé il cui ultimo film Le occasioni dell’amore (Hors-saison) ha partecipato al concorso dell’80a edizione della mostra; la regista e sceneggiatrice italiana Maura Delpero il cui Vermiglio si è aggiudicato lo scorso anno il Leone d’Argento; l’attrice, scrittrice e sceneggiatrice brasiliana Fernanda Torres, il cui ultimo lavoro da protagonista nel film di Walter Salles Ainda estou aqui (miglior sceneggiatura a Venezia 2024) le è valso il Golden Globe e la nomination agli Oscars. Altra presenza in giuria è quella dell’attrice cinese Zhao Tao, musa ispiratrice del regista Jia Zhangke, David di Donatello come Miglior Attrice per la sua interpretazione in Io sono Li di Andrea Segre nel 2012. Completano la giuria lo sceneggiatore, produttore e regista Cristian Mungiu, nome di spicco della cosiddetta nuova generazione di registi rumeni; e Mohammad Rasoulof (premio speciale della giuria a Cannes 2024), esponente della resistenza culturale iraniana che condivide con il collega regista Jafar Panahi la difficile storia di persecuzioni e incarceramenti a seguito delle svariate accuse di propaganda antigovernativa.
Il compito della giuria non sarà semplice. Aprirà la rassegna dei ventuno titoli in Concorso Paolo Sorrentino con La Grazia, la cui trama rimane un mistero. Vista l’assonanza del titolo con La grande bellezza, aleggia la curiosità del confronto con il film premio Oscar, senza dimenticare l’ottima prova presentata a Venezia 78, È stata la mano di Dio (Leone d’argento), e il meno acclamato Parthenope, ultimo lavoro uscito nelle sale questo inverno.
Attesissimo Guillermo del Toro (Il labirinto del Fauno, La Forma dell’acqua, Pinocchio), si misura con un monumento della letteratura gotica come Frankenstein, scritto dalla giovanissima Mary Shelley nel 1818 e da allora fucina di ispirazione per ogni sorta di rilettura, interpretazione o adattamento. Vista la scelta “invadente” di Mia Goth per il ruolo femminile, ci si chiede se il regista messicano abbia scelto la strada di una rivisitazione della trama. Colpo a sorpresa la presenza di Park Chan-wook (Oldboy, Mademoiselle, Decision to Leave) con No Other Choice, ispirato al romanzo The Ax di Donald E. Westlake, a sua volta adattato per lo schermo da Costa-Gavras. Da sempre autore di trame dinamiche e tematiche che toccano le corde più profonde dell’animo umano, No Other Choice sembra voler raccontare una storia di frustrazione e giustizia personale. Olivier Assayas (Irma Vep, Personal Shopper) firma Le mage du Kremlin, scritto con Emmanuel Carrère e basato sul romanzo di Giuliano da Empoli, con Jude Law nei panni di Putin.
Merito di Barbera l’aver portato per la prima volta al Lido (dopo anni di fedeltà a Cannes) Jim Jarmusch. Il suo corale Father Mother Sister Brother vede nel cast attori affezionati come il cantautore Tom Waits e Cate Blanchett. Come nella miglior tradizione del regista, l’opera si dividerà in episodi con l’intento di raccontare i delicati rapporti umani.
Grande ritorno sullo schermo (da cui era assente dal 2017) è quello della regista statunitense Kathryn Bigelow, madrina del genere d’azione, celebre per Point Break, The Hurt Locker e Zero Dark Thirty. Bigelow questa volta sceglie di mettere in scena l’ansia dell’arma nucleare che abita i suoi ricordi d’infanzia e che nell’ultimo anno è tornata d’attualità.
Si preannuncia commovente The voice of Hind Rajab di Kaouther ben Hania, già a Venezia con l’accattivante L’uomo che vendette la sua pelle (2020) nella sezione Orizzonti. Hania, che non smette di provocare con la forza dei suoi soggetti, sceglie di mettere in scena un fatto di cronaca che ha sconvolto il mondo: il 29 gennaio scorso Hind Rajab, una bambina palestinese di sei anni, chiamava i volontari dell’associazione Mezzaluna Rossa perché rimasta incastrata – unica sopravvissuta – nell’auto di famiglia. Il film non crea filtri con la realtà, trasmettendo integralmente la lunga conversazione telefonica tra i volontari e la piccola.
Attesa per Duse di Pietro Marcello, che nel 2019 con Martin Eden ha regalato a Venezia una delle interpretazioni più preziose di Luca Marinelli premiata con la Coppa Volpi. Duse racconta gli ultimi anni di lavoro della Divina (Valeria Bruni Tedeschi), quando spinta da difficoltà economiche decise dopo dodici anni di interrompere il suo ritiro dalle scene e di imbarcarsi per la sua ultima tournée oltreoceano. Siamo certi che la delicatezza ed eleganza di Marcello si faranno notare discostandosi dai clichés del genere biopic per catturare l’anima schiva della donna dietro le luci della diva. Omaggia un’altra grande figura del teatro italiano Franco Maresco con Un film fatto per Bene, che fin dal titolo richiama Carmelo Bene, le cui idee dissacratorie sono al centro dell’indagine di un improvvisato detective.
Torna a Venezia dopo il Leone d’oro per Povere Creature! il regista greco Yorgos Lanthimos con Bugonia, remake del film coreano Save the Green Planet del 2003. Come in Kinds of Kindness, Lanthimos continua il suo viaggio in quella condizione psichiatrica definita sindrome di Capgras, secondo la quale chi ne soffre è fermamente convinto che le persone a lui più vicine siano rimpiazzate da replicanti o impostori dalle stesse esatte sembianze. Ci si augura che la prova sia migliore dell’ultimo lavoro, che ha lasciato non poche perplessità.
Dopo tre anni di assenza dal Lido torna anche Noah Baumbach, autore insieme alla moglie Greta Gerwig (Barbie, 2023) della commedia Jay Kelly, basata sulle crisi di identità di un attore di successo. C’è grande curiosità intorno al film, in gran parte ambientato in Italia, per la prova di George Clooney che si vocifera eccellente. Un’altra coppia di registi-sceneggiatori è quella composta da Mona Fastvold e Brady Corbet che scrivono a quattro mani The Testament of Ann Lee. Come in The World to Come (2020), ricostruzioni di epoche passate e protagoniste femminili tornano a essere il perno di una trama incentrata sulla narrazione, in chiave musical, della vita della fondatrice degli “Shakers”, una setta religiosa del Settecento.
Da menzionare L’Étranger di François Ozon, adattamento del celebre romanzo di Albert Camus, che affronta un’opera così impegnativa in virtù della sua storia familiare tra Francia e Algeria. Degni di nota anche À pied d’œuvre di Valerie Donzelli, terzo film francese in Concorso, sulle difficoltà di chi lascia tutto per inseguire il sogno di diventare scrittore; Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi, il cui bianco e nero narra gli intricati strati di storia che giacciono sopra e sotto il suolo di Napoli; Elisa di Leonardo di Costanzo su un fatto di cronaca nera raccontato nel libro di Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali Io volevo ucciderla (2022), portando al centro la tematica della giustizia riparativa e della collaborazione attiva con la vittima.
Orphan è il terzo lungometraggio dell’ungherese Lázló Nemes che vinse a Cannes con la sua opera prima Il figlio di Saul (2015) e che adesso si addentra nei ricordi di famiglia per narrare la delusione di un figlio alla scoperta del suo vero padre. Mentre The sun rises on us all di Cai Shangjun prende in prestito dalla serie TV di Wong Kar Wai Blossoms Shanghai (2023) non solo la grande star Xin Zhilei, ma anche le tematiche di amori difficili e impossibili tipiche della filmografia del regista di Hong Kong.
Silent Friend di Ildikó Enyedi è un film a episodi ambientato nel giardino botanico di una città universitaria tedesca dove si erge un albero di ginkgo millenario. Sotto di esso si dipanano tre storie ambientate in epoche lontane da loro, sotto gli occhi della natura, vera protagonista dell’opera. Il titolo più pop in concorso è decisamente The Smashing Machine di Benny Safdie, biopic dedicato a Mark Kerr (Dwayne Johnson), formidabile lottatore di arti marziali miste. Johnson, wrestler e attore, promette un’interpretazione mimetica. Esordio alla regia della grande attrice taiwanese Shi Qi è il film Nühai, la cui scrittura le ha impegnato molti anni per poter raccontare le incomprensioni generazionali tra madre e figlia.
Menzione particolare per Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli, già esordiente al Lido con Amanda e qui di nuovo con Benedetta Porcaroli protagonista, impegnata in un’altra esplorazione dei fragili anni dell’adolescenza. Laura Samani, tornata alla regia dopo il successo di Piccolo Corpo (Cannes nel 2021), conferma con Un anno di scuola la sua sensibilità nel trattare tematiche di genere. Akio Fujimoto propone invece Hara Watan, la storia di due bambini privati dell’infanzia: un vero “film della transumanza” che segue il loro viaggio dal Bangladesh alla Malesia. Un’opera in cui il concetto di confine diventa labile come quello tra le produzioni che l’hanno resa possibile, unendo gli sforzi di troupes giapponesi, francesi, malesi e cinesi.
Dalle letture delle milizie comuniste rumene nasce invece il soggetto di Dinți de lapte di Mihai Mincan, che mette al centro una bambina di dieci anni, unica custode del ricordo della sorella scomparsa al tramonto della dittatura di Ceaușescu. Tornano infine le trame sospese in Pin de Fartie di Alejo Moguillansky con la produzione di Laura Citarella, uscita trionfalmente dalla 79ª edizione del festival veneziano con il suo enigmatico Trenque Lauquen (2022), film sulle possibilità che il non-finito apre.
La sezione Fuori Concorso lascia perplessi per le grandi potenzialità di alcuni titoli spendibili nella sezione principale. È il caso de Il Maestro di Andrea Di Stefano, che ritrova Pierfrancesco Favino dopo L’ultima notte di amore (2023) e lo affianca a una giovane allieva tredicenne in una storia di formazione ambivalente, tra guida imperfetta e inesperienza ingenua. La prima, in Sala Darsena il 31 agosto, occupa un posto tipico da Concorso. Sceglie di rimanere fuori Luca Guadagnino con il suo After The Hunt, thriller con Julia Roberts nei panni di una donna che ricopre un’alta carica culturale ma dal passato oscuro, strizzando l’occhio al capolavoro di qualche anno fa di Todd Field Tár (2022). Mai così attuale appare invece Dead’s Man Wire di Gus Van Sant, che porta sullo schermo il caso di Tony, il terrorista che l’8 febbraio 1977 minacciò a morte il suo agente di banca dopo aver scoperto di essere stato truffato. La vendetta personale di Luigi Mangione è già storia. Julian Schnabel promette scintille con In the Hand of Dante, interpretato da Oscar Isaac in un racconto che evade la concezione lineare del tempo, sovrapponendo ere storiche e identità.
Restano salde le sezioni di Venice Immersive dedicata alle sperimentazioni VR, Biennale College vetrina per esordi a basso budget, e Venezia Classici, dal 2012 dedicata ai restauri, quest’anno presieduta da Tommaso Santambrogio insieme a una giuria di ventiquattro studenti di cinema selezionati nelle università italiane. La novità del 2025 è invece Venezia Spotlight, che prende il posto di Orizzonti Extra. Come sempre, accanto al programma ufficiale, restano parte integrante le sezioni autonome: la Settimana della Critica (SIC), organizzata dal SNCCI, e le Giornate degli Autori, promosse da ANAC e 100autori.
IN CONCORSO
La Grazia di Paolo Sorrentino (Italia)
(27 agosto 2025, ore 08:30 Sala Darsena)
Orphan di Lázló Nemes (Ungheria, Regno Unito, Germania, Francia)
(27 agosto 2025, ore 19.00 Sala Darsena)
Jay Kelly di Noah Baumbach (USA, Regno Unito, Italia)
(28 agosto 2025, ore 8.30 Sala Darsena)
Bugonia di Yorgos Lanthimos (Regno Unito)
(28 agosto 2025, ore 11.15 Sala Darsena)
À pied d'œuvre (At work) di Valerie Donzelli (Francia)
(29 agosto 2025, ore 8.30 Sala Darsena)
Eojjeol suga epoda (No Other Choice) di Park Chan-wook (Corea del Sud)
(29 agosto 2025, ore 11.15 Sala Darsena)
Sotto le nuvole (Below the Clouds) di Gianfranco Rosi (Italia)
(30 agosto 2025, ore 8.30 Sala Darsena)
Frankenstein di Guillermo del Toro (USA)
(30 agosto 2025, ore 11.15 Sala Darsena)
Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (USA, Irlanda, Francia)
(30 agosto 2025, ore 19.30 Sala Darsena)
Le mage di Kremlin di Olivier Assayas (Francia)
(31 agosto 2025, ore 11.00 Sala Darsena)
The Testament of Ann Lee di Mona Fastvold (Regno Unito)
(31 agosto 2025, ore 19.15 Sala Darsena)
The Smashing Machine di Benny Safdie (USA)
(1 settembre 2025, ore 11.15 Sala Darsena)
L'Ètranger di François Ozon (Francia)
(2 settembre 2025, ore 8.30 Sala Darsena)
A House of Dynamite di Kathryn Bigelow (USA)
(2 settembre 2025, ore 11.15 Sala Darsena)
The voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania (Tunisia, Francia)
(3 settembre 2025, ore 8.30 Sala Darsena)
Duse di Pietro Marcello (Italia)
(3 settembre 2025, ore 11.15 Sala Darsena)
Nühai (Girl) di Shu Qi (Taipei)
(3 settembre 2025, ore 20.00 Sala Darsena)
Elisa di Leonardo Di Costanzo (Italia, Svizzera)
(4 settembre 2025, ore 11.15 Sala Darsena)
Silent Friend di Ildikó Enyedi (Germania, Francia, Ungheria)
(4 settembre 2025, ore 19.30 Sala Darsena)
Un film fatto per Bene (Bravo Bene!) di Franco Maresco (Italia)
(5 settembre 2025, ore 8.30 Sala Darsena)
The sun rises on us all di Cai Shangjun (Cina)
(5 settembre 2025, ore 11.15 Sala Darsena)
82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025
