Quando Pasqua vien di Maggio: un ricordo e un profilo di Goffredo Fofi

di Marco Pistoia

Data di pubblicazione su web 23/07/2025

Goffredo Fofi

Pubblichiamo di seguito un ricordo personale di Marco Pistoia, docente di Cinema presso l'Università di Salerno. 


Era il 1984 e da poco più di un anno ero iscritto all’Università di Firenze. Anni prima, durante la quinta ginnasio, avevo marinato spesso la scuola, ma con programmi molto stimolanti e utili: lettura di giornali in un bar a debita distanza dal liceo, visioni di film nei cinema aperti fin dal mattino, visite a mostre, incursioni in biblioteca e in libreria. Stavo maturando una particolare passione per il cinema – ma non poco anche per teatro, letteratura, musica, pittura – e una mattina vidi in libreria un libro sul cinema uscito da poco: Capire con il cinema. 200 film prima e dopo il ’68 (Feltrinelli 1977). Beh, pensai, io vorrei capire di più il cinema, non con. Ma dopo averlo un po’ sfogliato lo acquistai e in poco tempo lo lessi, ma dovrei dire lo divorai. 

Di duecento film – italiani e no – forse ne avevo visti un terzo al massimo – grazie anche alle pregiate programmazioni della Rai – ma ricordo bene che mi colpì in particolare la capacità dell’autore di mettere il cinema in plurime relazioni, a partire dai suoi rapporti con la storia, la società, le culture (ecco il capire con). Da poco avevo visto – alcuni anni dopo la sua uscita – Amarcord, amandolo molto, e mi irritò non poco che questo tal Fofi si permettesse di liquidarlo ossia stroncarlo in poche righe, prendendosi burla di Fellini che, secondo Fofi, continuava a portare i pantaloni alla zuava, come il suo protagonista (cito a memoria). E, stroncatura su stroncatura, a Ultimo tango a Parigi era preferibile la sua parodia, Ultimo tango a Zagarol e Allen lo lasciava volentieri agli americani – perché era roba loro, di diritto. Anni dopo liquidò i rispettivi nuovi film di Bernardo Bertolucci e di Bellocchio con l’espressione “di Parma e Piacenza si può anche far senza” (i parmigiani lo dicevano dei piacentini). Era molto spiritoso, altra virtù affatto secondaria. 

Questa breve sintesi permette di capire com’era e come in gran parte è rimasto Goffredo Fofi: radicale, provocatore di teste e anime, con particolare predilezione per quelle dei giovani, libero e coraggioso, socialista senza partito e cristiano senza Chiesa (come diceva di sé Silone), coltissimo di cinema e letteratura e società e antropologie, intelligenza fra le più vivide che abbia conosciuto, generoso e per sé francescano. 

Fatto è che quel libro mi ammaliò e turbò, al punto che quando seppi che Goffredo sarebbe passato da Firenze per una conferenza su Romano Bilenchi all’Istituto Gramsci andai a sentirlo. Dopo lo avvicinai e lui, che all’epoca abitava a Milano, luogo dove, fra molte attività, fondò e diresse un capolavoro di rivista quale «Linea d’ombra», mi disse: se sali a Milano chiamami, ti consiglio di venire a seguire un festival di cinema indipendente italiano, Filmaker. Mi offrii di accompagnarlo alla stazione e nel tragitto volle sapere qualcosa di me, finché salutandomi mi disse: se vuoi studiare il cinema ma anche la letteratura devi andare a Bologna, dove insegna Guido Fink. Diversi esami già sostenuti non mi sarebbero stati convalidati e così rinunciai, ma poco tempo dopo il destino mi offrì di conoscere colui (Fink) che poi è stato per circa quantant’anni maestro, mentore, amico. 

Intreccio ricordi personali e profilo del grande critico e intellettuale perché in tal modo cerco di far emergere quel lato pedagogico, socratico, che è stata la quintessenza di Fofi. Del resto si era diplomato come maestro e fin dai suoi diciotto anni si dedicò a lungo a attività sociali e educative. E per quanto i suoi scritti sul cinema contengano sempre spunti e riflessioni di cui far tesoro le opere ancor più importanti rimarranno le riviste (oltre la citata, nell’ordine «Lo straniero», «Gli asini» e, per un breve periodo, «La terra vista dalla luna») e certi suoi libri a cavallo tra narrazione, memoria personale (e collettiva) e riflessioni critiche: Pasqua di maggio: un diario pessimista (Marietti 1988), Storie di treno (Edizioni L’Obliquo 1990) oltre, ovviamente, al suo precoce e liminale L’immigrazione meridionale a Torino (Feltrinelli 1964, aveva ventisette anni…). 

E con un occhio di riguardo al fondamentale L’avventurosa storia del cinema italiano. Raccontata dai suoi protagonisti (da lui co-curato con Franca Faldini). Ma Goffredo – che poi conobbi bene poco dopo il primo incontro, frequentandolo fino a pochi mesi fa – ha scritto in maniera luminosa di registi e attori (più diffusamente di tutti Totò, Sordi, Brando) e scrittori, spesso in relativamente rapidi quanto pregnanti profili biografico-artistici. Amava pensatori quali Bonhoeffer e Anders e Simone Weil, artisti quali Elsa Morante, Buñuel e Kubrick, Welles e Bresson, Lang (in particolare quello “americano”), si ricredette (altra sua virtù) su Fellini e su Allen e tanti altri nomi potrei citare, ma bastino questi giusto a mo’ di rapida configurazione della sua personalità di intellettuale di prim’ordine. La sua è stata un’utopia negativa e infatti Pasqua non cade mai di maggio, ma, secondo un adagio contadino (credo) che Goffredo ricorda nel libro, se cadesse “le galline piscerebbero di fuori”. 

Per scrivere bene di cinema, mi disse, bisogna conoscere molto altro, esercitarsi continuamente e rileggersi senza farci sconti. E anche le sue ricorrenti provocazioni sono state, anche per me, un privilegio che conserverò nel cuore e nella mente.