Dipingere il pensiero, tracciare lo spirito

di Erminia Murchio

Data di pubblicazione su web 23/07/2025

Dipingere l’invisibile


Palazzo Ducale, Fondazione per la Cultura Genova, ha ospitato sino al 13 luglio, nell’Appartamento e nella Cappella del Doge, la mostra antologica Giorgio Griffa Dipingere l’invisibile, a cura di Ilaria Bonacossa e Sébastien Delot, in collaborazione con Fondazione Giorgio Griffa. Per l’artista torinese (1936) un ritorno nella città della madre, che aveva apprezzato l’originale specificità della sua poetica già a partire dagli anni ’70: una sua personale a La Bertesca di Francesco Masnata e Nicola Trentalance nel 1974, l’anno successivo la presenza a Pittura (focus sull’Arte Povera) per arrivare nel 1977 alla Samangallery di Ida Gianelli e, ivi, una monografica nel 1980. Anche in anni più recenti (2015) è stato possibile seguirlo nell’evoluzione dei suoi vari cicli pittorici in Esonerare il mondo, presso ABC ARTE.

Risulta impossibile “inquadrarlo” in un unico movimento. Sicuramente un maestro dell’astrattismo, cui arrivò ascoltando e seguendo il proprio pensiero visivo e filosofico. Collocato fra l’informale, il minimalismo, il concettuale, ma anche il pop, dalla sua pittura emergono con quieta potenza il gesto, il segno, la linea, il colore, la luce e la forma che non è forma, bensì sequenza di tratti, segni (derivati da gesti rituali e millenari), in un tutt’uno con la matematica, la musica, la fisica quantistica, la poesia, la storia della pittura, e la spiritualità zen. Indubbiamente, negli anni ’60 e ’70 si sentiva molto vicino all’Arte Povera, per la sua personale esigenza di riconoscere “l’intelligenza della materia” nel mentre che ricercava “l’intelligenza della pittura”. 

Torinese e internazionale per tutta la vita, il suo legame con Genova si riallaccia anche grazie a Ilaria Bonacossa, attuale direttrice di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, per alcuni anni responsabile di Artissima: occasione per conoscersi e collaborare insieme. L’artista conta circa duecento esposizioni personali in Italia e all’estero e un numero maggiore di partecipazioni a collettive in istituzioni internazionali. Inoltre, le sue opere hanno trovato collocazione nei musei di arte contemporanea di tutto il mondo. Ha partecipato a tre Biennali di Venezia (1977, 1980 e 2017).



Ha iniziato a disegnare e dipingere a dodici anni, dapprima con il figurativo, anche se il suo maestro, Filippo Scroppo (1910-1993), era un astrattista. A quindici anni scopre la filosofia Zen e, anche se aveva ormai abbandonato lo studio del violino, continua a coltivare la passione e l’ascolto della musica, che accompagna sempre i suoi momenti creativi, specie la classica e il jazz. Come tutti i veri artisti non si ferma mai; la sua ricerca interiore procede di pari passo con quella di nuovi contesti, metodi, tecniche, strumenti, materia: «le lavagne di Beuys […] mi riportano allo stato primario in cui le parole, le immagini e i segni coesistono in un intreccio inestricabile di noto e ignoto»; «nel 1967-1968, smetto semplicemente di dedicarmi alle figure perché mi sembrano ormai superflue».

Sono gli stessi anni in cui non utilizza più il telaio: l’opera non ha più bisogno di essere incorniciata, non è più “un quadro”, predilige tele grezze non trattate (arriverà alla leggerezza delle tarlatane, quasi garze trasparenti), appoggiate e fissate per terra; abbandona la pittura ad olio per l’acrilico, poi la tempera, infine anche l’acquerello. Tutto il contrario dell’action painting di Pollock. Griffa si siede e osserva. Ascolta. Ascolta il ritmo del mondo, ascolta il silenzio, la materia, lo spazio, la luce, il pensiero e poi si muove con delicatezza ma precisione, sulla tela, con il pennello e, con gesti sciamanici, dipinge… il pensiero. «Quando dico di dipingere il pensiero, non dico niente di nuovo, la pittura lo ha sempre fatto. Le magnifiche divinità della pittura egizia, con le loro teste di animali, sono appunto la pittura di un pensiero».



Ė una continua ricerca di equilibrio tra concetto, spazio, materia e gesto: «ogni attore fa la sua parte, la mano, il pennello, la concentrazione, il tempo, l’acqua, i colori che penetrano nel tessuto, il tessuto che li riceve, eccetera». Sébastien Delot evidenzia come Giorgio Griffa abbia «compreso l’importanza dell’oblio […] un processo necessario per accedere e dare spessore al tempo sensibile. Dare vita a un tratto, a una linea, a una forma gli permette di esprimere il suo rapporto con la memoria secolare della pittura. […] Come un musicista, questo pittore torinese propone sottili variazioni intorno allo spazio, al colore, alla linea. Deve costantemente dimenticare tutto per avvicinarsi il più possibile all’origine».   

Nelle undici sale di Palazzo Ducale ripercorriamo i cicli lungo i quali si è sviluppato l’itinerario artistico del nostro: Segno colore, Segni primari, Segno e campo, Ritmo, Ignoto, Alter ego, Frammenti, Trasparenze, Numerazioni, Tre linee con arabesco, Canone aureo, Sciamano, Dilemma, Océanie, Disordine, Non finito, Poesia.

Possiamo intuire molte suggestioni antiche: dalle pitture rupestri di 35.000 anni fa della grotta di Chauvet, ai ghirigori delle calligrafie orientali, all’amatissimo Matisse, a Débussy e un suo spartito musicale, per non parlare dell’omaggio a Eugenio Montale nei cento anni dalla pubblicazione di Ossi di seppia. Del resto, poesia e musica sono fondamentali nell’ispirazione e nei riferimenti: «Prima dello scritto, la parola. Prima del linguaggio, la poesia». 

Non è semplice attraverso le parole restituire le atmosfere, le impressioni, le emozioni che si provano visitando questa esposizione, c’è un che di magico e di spirituale, pur nell’estrema semplicità, che fuoriesce dalle sequenze di lettere, numeri, linee, tracciate con evanescenti colori su queste tele inchiodate alle pareti. Possiamo solo caldeggiare di visitarla e di soffermarsi difronte al video, girato da Marko Seifert e Raphael Janzer, che riprende Giorgio Griffa mentre crea Disordine IR: fa capire in modo immediato quali siano metodo e processo artistico, praticamente un privilegio che ci viene concesso.

Concludiamo con una citazione di Ilaria Bonacossa: «Il lavoro di Giorgio Griffa ha la forza silenziosa dell’acqua nella sua capacità trasformativa che mette in scena una poetica e ipnotica sospensione. […] I suoi colori distintivi e sorprendenti, mai saturi, manifestano una cristallina allegria legata alla scelta di sfumature pastello che sembra poter catturare l’invisibile».


Dipingere l’invisibile





La monografica su Giorgio Griffa al Palazzo Ducale di Genova (22 marzo-13 luglio 2025)