Ricordo di Omero Antonutti

di Alessandro Tinterri

Data di pubblicazione su web 23/07/2025

Omero Antonutti

La mostra Il tempo di Omero. Voce, corpo, sguardo di Antonutti, a Palazzo Gopcevich dal 4 luglio al 12 ottobre, realizzata dalla Casa del Cinema di Trieste e curata da Paolo Quazzolo e Massimiliano Spanu, da un’idea di Franco Però, ci offre l’occasione di ricordare un attore assai particolare: friulano d’origine, ma triestino di adozione, ben noto al pubblico del Teatro Stabile di Genova negli anni d’oro di Luigi Squarzina, ma reso ancor più noto dalle sue interpretazioni cinematografiche, a partire da Padre padrone. 

Omero Antonutti nasce il 3 agosto 1935 a Blessano, una frazione di Basiliano, paese della pianura friulana di poche migliaia di abitanti a sei chilometri da Udine, dove la madre Anna, anche lei friulana, è tornata giusto il tempo di partorire per rientrare poi a Trieste. Il padre Giuseppe, ferroviere, durante la guerra convince moglie e figli a sfollare a Orsaria, località collinare ricca di vigneti, dove risiede la famiglia materna per sottrarli alla minaccia dei bombardamenti. Ed è allora che Omero per comunicare con i coetanei impara a parlare friulano. 

Nel dopoguerra, con un diploma di perito meccanico in tasca, viene assunto alla Fabbrica Macchine Sant’Andrea: «Avevo la responsabilità del reparto modellistico, che studiava e realizzava i modelli in legno, i quali servivano come “stampi” per la fusione in ghisa di singoli elementi dei grandi motori marini» (G. Botteri, Omero Antonutti, Trieste, Comunicarte, 2017, p. 7). Per superare l’imbarazzo nelle riunioni di lavoro derivante dal marcato accento triestino, si iscrive a un corso di dizione del Teatro Stabile di Trieste. Per tre anni continua a lavorare di giorno in fabbrica, mentre la sera frequenta i corsi di recitazione, dormendo quattr’ore per notte, finché nel saggio di fine anno 1957-58, La vita dell’uomo del russo Leonid N. Andreev, viene notato da Giorgio Bergamini, critico del «Piccolo»: «I valori più evidenti sono emersi in alcune parti individuali come quella sostenuta da Omero Antonutti, che era “l’Uomo”, da lui raffigurato con bella diversità e spontaneità di linguaggio culminato nel momento della maledizione contro il destino. Antonutti è un giovane promettente e ben dotato di sensibilità» (ivi, pp. 10-11). 

Il debutto “professionale” avviene il 14 novembre 1959 ne L’ispettore generale di Gogol’, regista Giacomo Colli, protagonista Leonardo Cortese, al Teatro Stabile di Trieste, dove entra da scritturato, anche se continua a lavorare ai cantieri navali. Il repertorio della prima stagione varia da La leggenda di Liliom di Molnár a La cagnotte di Labiche alla novità Avevo più stima dell’idrogeno di Carlo Terron (debutto registico di Mario Maranzana) fino a I dadi e l’archibugio di Alfredo Balducci, regia di Sergio Velitti (scene e costumi di Dario Fo). 

Nella stagione successiva 1960-61 Un marito di Italo Svevo, messo per la prima volta in scena da Sandro Bolchi, con le scene di Guido Marussig, debutta al Teatro Manzoni di Milano e vede Omero Antonutti vestire i panni di Paolo Mansi. La vedova scaltra è il suo primo Goldoni. E ancora Sandro Bolchi dirige il suo primo Pirandello, Così è (se vi pare). Lavora poi con il triestino Fulvio Tolusso, giovane assistente di Strehler, nell’Arlecchino servitore di due padroni (scene di Emanuele Luzzati) al castello di San Giusto e nel Furfantello dell’Ovest di Synge. Ma la svolta avviene nel 1962 quando la Stabile triestina mette in scena Tre quarti di luna di Luigi Squarzina. Quest’ultimo viene a supervisionare lo spettacolo e in quel frangente conosce Antonutti. Squarzina, direttore artistico del Teatro Stabile di Genova al fianco di Ivo Chiesa dal 1962 al 1976, gli propone una scrittura di due anni e così Omero Antonutti lascia Trieste e l’ufficio tecnico dei Cantieri navali dell’Adriatico. 

Il Teatro Stabile di Genova vive una stagione entusiasmante, che segna la sua traccia più duratura nella storia del teatro italiano del secondo dopoguerra, coincidente con la maturità artistica di Squarzina e una compagnia straordinaria per livello artistico e affiatamento. Quello genovese, considerato il secondo Stabile dopo il Piccolo Teatro di Milano, consolida vieppiù il proprio prestigio e, sotto la guida di Squarzina e Chiesa, riesce a superare gli anni della contestazione, mentre il binomio Grassi-Strehler, che aveva presieduto l’istituzione milanese dalla sua fondazione, si rompe alla vigilia del ’68. 

Nei primi anni Sessanta al centro del teatro genovese campeggia un primo attore della caratura di Alberto Lionello, “immenso” (definizione di Squarzina), capace di variare dal registro comico a quello drammatico. Nel 1962, appena arrivato a Genova, Antonutti si trova nel pieno della bagarre provocata da Il diavolo e il buon dio di Sartre. Lo spettacolo suscita in città le scomposte reazioni della stampa e dei cattolici conservatori, placati solo dall’intercessione del cardinale Siri: grande interpretazione di Lionello nei panni di Goetz, ma anche Antonutti si fa notare dal critico del «Secolo XIX», Carlo Maria Rietmann, che lo saluta come «un’autentica sorpresa, per la schietta foga con la quale ha dato vita all’importante, difficile personaggio di Karl» (ivi, p. 17). 

Nella parte di Enrico Kopler è ancora accanto a Lionello ne La coscienza di Zeno, riduzione teatrale del triestino Tullio Kezich dell’omonimo romanzo di Italo Svevo, ed è poi Brighella ne I due gemelli veneziani di Goldoni, regia di Squarzina, scene e costumi di Gianfranco Padovani, in cui un rutilante Alberto Lionello entusiasma le platee di mezzo mondo: al debutto il 9 marzo 1963, seguono negli anni quattrocentotrenta repliche in Italia e all’estero, nelle principali città europee sino a Mosca, nelle Americhe del nord, del centro e del sud, raccogliendo ovunque ovazioni. Una per tutte, quella di Jean-Jacques Gautier, critico del «Figaro»: «Che compagnia! Che vitalità, che giovinezza, che ardore, che colore, che ritmo, che ensemble! […] Vibrano, scalpitano, ballano, fanno capriole. Hanno polvere da sparo nelle vene e razzi ai piedi. È meraviglioso vederli, meraviglioso di elasticità, agilità, allegria; per questi genovesi il teatro è ancora una festa e sembrano divertirsi tanto quanto gli spettatori. Da molto tempo uno spettacolo del Théâtre des Nations non procurava tanta gioia» (M. Giammusso, Il Teatro di Genova, Milano, Leonardo, 2001, p. 93). 

Il 21 febbraio 1967 viene affidata a Omero Antonutti la parte del protagonista ne Il drago del russo Evgenij Schwarz, un testo antihitleriano del periodo stalinista, riletto dal regista Paolo Giuranna come metafora contro tutte le dittature. La direzione artistica di Squarzina si traduce nella rivisitazione di classici come Troilo e Cressida (1964, Antonutti è Diomede) e Giulio Cesare (1971, Cassio) di Shakespeare o Le baccanti di Euripide (1968, Penteo), ma anche approfondimenti di autori: emblematico il caso di Goldoni con Una delle ultime sere di Carnovale (1968, sior Momolo), I rusteghi (1969, Canciano) e La casa nova (1973, Anzoletto), tutti spettacoli che si avvalgono di una compagine goldoniana unica nel panorama della scena italiana, con attrici di livello quali Lilla Brignone, Lina Volonghi, Lucilla Morlacchi, Margherita Guzzinati, Grazia Maria Spina, Esmeralda Ruspoli, Elsa Vazzoler, Wanda Benedetti e attori del calibro dello stesso Omero Antonutti, Eros Pagni, Camillo Milli, Gianni Galavotti, Giancarlo Zanetti, Gianni Fenzi, Sebastiano Tringali, Alvise Battain. 

Altri autori: il Pirandello di Ciascuno a suo modo (1961), memorabile regia squarziniana dove Omero Antonutti, alla ripresa sostituisce Mario Valdemarin nei panni di Doro Palegari, e Questa sera si recita a soggetto (1972, Rico Verri); Madre Courage e i suoi figli di Brecht (1970, Eilif). Infine, Omero Antonutti partecipa appieno alla stagione del teatro-documento con Cinque giorni al porto di Vico Faggi e Luigi Squarzina (1969, il prefetto Camillo Garroni), 8 settembre di De Bernart, Squarzina e Zangrandi (1971, generale Giacomo Carboni) e Rosa Luxemburg di Faggi e Squarzina (1976, Lenin/Karl Liebknecht). Edoardo Sanguineti è colpito dal suo Lenin «a tratti più vero del vero, tanto è iconograficamente credibile», al pari di Mauro Manciotti, critico del «Secolo XIX»: «ad Omero Antonutti è toccato il privilegio di portare per la prima volta sulla scena il personaggio di Lenin e lo ha fatto con ammirevole sicurezza, sfruttando una non comune somiglianza fisionomica ed una accurata documentazione iconografica per la parte gestuale» (Botteri, Omero Antonutti, cit., p. 27). 

È l’ultima regia di Squarzina a Genova, prima di assumere la direzione del Teatro Stabile di Roma, dove Antonutti non lo segue, restando ancora a Genova per la stagione 1976-77, che lo vede impegnato nel Complice di Dürrenmatt (Cop), regista il giovane Marco Sciaccaluga, e ne L’anitra selvatica di Ibsen per la regia di Luca Ronconi, che impone agli attori un radicale cambio di registro recitativo. Ricorda in proposito Antonutti come Ronconi più volte li apostrofasse, chiedendo chi avesse loro insegnato a recitare: «All’ennesima uscita di questo tenore ho sentito il bisogno – e la voglia – di rispondergli: “Quello stesso che è stato il tuo maestro, Luigi Squarzina”» (ivi, p. 31).

Ormai Omero Antonutti è pronto per un altro radicale mutamento: lasciare il palcoscenico per il grande schermo. Il suo è un avvicinamento timido e progressivo, fatto di piccole partecipazioni: Le piacevoli notti, 1966, di Armando Crispino e Luciano Lucignani, con Gina Lollobrigida, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Adolfo Celi; nel ’74 una breve apparizione come parlamentare comunista in Anno uno di Rossellini, protagonista Luigi Vannucchi nei panni di Alcide De Gasperi; nel ’75 è un cameriere sardo nel film di Comencini La donna della domenica dal romanzo di Fruttero e Lucentini, con Jacqueline Bisset, Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant, Lina Volonghi. 

Ma la svolta avviene nel 1977 con Padre padrone di Paolo e Vittorio Taviani, dal libro autobiografico di Gavino Ledda, in cui Antonutti dà vita al personaggio di un pastore depositario di una cultura arcaica: «Nella vita, prima o poi capitano degli incontri che bisogna cogliere e corteggiare al momento giusto: è quanto è avvenuto tra me e i fratelli Taviani, che erano rimasti colpiti dalla mia interpretazione di Cassio nel Giulio Cesare di Squarzina» (ivi, p. 39). Come ricorda la costumista Lina Nerli Taviani, la trasformazione è impressionante: «Si presentò un signore elegantissimo, giovane, agile, brillante. E noi l’abbiamo invecchiato di trent’anni […] ma Omero si è appropriato con professionalità ed entusiasmo dei suoi vestiti, del suo cappelletto sgualcito. Ogni mattina, in camerino, arrivava un signore e ne usciva un vero pastore sardo che si avviava sul set… anche il passo era quello di un pastore» (ivi, p. 43).   

Se Squarzina è stato il suo mentore per quanto riguarda il teatro, per il cinema lo sono i fratelli Taviani, che dicono del suo apprendistato sul set: «Lui, vecchio uomo di teatro, volle imparare il nuovo codice espressivo, partendo dall’alfabeto, senza falsi pudori, con l’ingenuità che viene dall’entusiasmo della scoperta e insieme con la sapiente astuzia di cui affila in segreto le sue armi» (ivi, p. 45). Da quel film nasce un’intesa destinata a riprodursi con La notte di San Lorenzo (1982), Kaos (1984, Colloquio con la madre, ritratto dai toni delicati di un convincente Pirandello), Good Morning Babilonia (1987), sino a Tu ridi (1997), episodio mai proiettato, sacrificato per ridurre i tempi di un film incentrato sulla comicità di un giovane Antonio Albanese, in cui Antonutti riprendeva le sembianze dello scrittore siciliano al Teatro Valle nella tempestosa prima dei Sei personaggi in cerca d’autore. 

Nel 1980 è il protagonista nel film di Theo Anghelopoulos Alessandro il Grande (O Megalexandros). Per il suo aspetto pensoso, austero, per l’intensità dello sguardo, diviene un attore apprezzato dal cinema d’autore, che Omero Antonutti con grande coerenza ha sempre privilegiato nelle sue scelte: da Quartetto Basileus (1983) di Fabio Carpi a Un eroe borghese (1995) di Michele Placido, da I banchieri di dio - Il caso Calvi (2002) di Giuseppe Ferrara (in cui si ripropone l’impressionante adesione anche fisionomica al personaggio di Guido Calvi) a Romanzo di una strage (2012) di Marco Tullio Giordana. Non solo in Italia, ché in Spagna si afferma come un volto noto al grande pubblico, a partire da Nell’occhio della volpe (La verdad sobre el caso Savolta, 1979) di Antonio Drove, cui seguono El sur (1983) di Victor Erice; A peso d’oro (El Dorado, 1988) di Carlos Saura, in cui interpreta Aguirre (personaggio reso famoso da Werner Herzog); i film con il cileno Miguel Littín e altri, al punto che nel 1988 alla Mostra del cinema del Mediterraneo a Valencia gli viene tributato un omaggio con una personale di quattordici suoi film dal titolo Bien venido Antonutti. Ma ci sono anche lo svizzero Villi Hermann di Matlosa (1981) e di Bankomatt (1989) e lo Spike Lee di Miracolo a Sant’Anna (Miracle at St. Anna, 2008).

Al Festival di Cannes, dove si proiettava El sur di Erice, in un’intervista per «La Stampa» del 19 maggio 1983 di Lietta Tornabuoni, che lo definiva «un modello positivo di uomo forte, protettivo, anche quando è autoritario, saggio, affascinante», Antonutti si schermiva: «È un modello che non mi somiglia: io non sono padre, non sono violento, sono timido. Soltanto in quest’ultimo periodo mi sono liberato dal timore di essere esclusivamente una invenzione dei registi […] capita che resti senza lavorare per mesi. Dopo Padre padrone, sono rimasto senza cinema per due anni: tutti credevano che io fossi un vero pastore sardo, e nessuno mi scritturava come attore. Anche adesso, da cinque mesi non lavoro: non sono abbastanza commerciabile e ai commercianti dico di no». Di fatto Omero Antonutti continua a lavorare moltissimo, oltre che nel cinema, anche in film per la televisione e in miniserie televisive e, grazie a una voce dal timbro inconfondibile, alla radio e nel doppiaggio (tra gli altri, Jean-Louis Trintignant, Omar Sharif e Christopher Lee).   

Nell’intervista citata, ironizzando sulla frequenza di figure paterne nella galleria dei suoi personaggi, Lietta Tornabuoni definisce Antonutti «padre eterno del nostro cinema migliore» (non ultimo il Noè della Genesi: la creazione e il diluvio, film televisivo del 1994 di Ermanno Olmi, di cui era anche voce narrante) e nella sua apparizione postuma sul grande schermo, in un’atmosfera di sogno felliniano sul tetto del duomo di Milano, Omero Antonutti si congeda da noi spettatori interpretando il padre di Bettino Craxi nel film di Gianni Amelio Hammamet (2020).



Sopra nella foto: Omero Antonutti e Lina Volonghi in Questa sera si recita a soggetto di Pirandello al Teatro Stabile di Genova nel 1972, regia di Luigi Squarzina (Publifoto, Genova)