Ricordo di Giorgio Panni
Chi a Genova si trovi a percorrere salita San Matteo, che collega la centrale piazza De Ferrari con la medievale piazza San Matteo, noterebbe tre vetrine allestite per ricordare Giorgio Panni (Roma 1933-Genova 2025), lo scenografo che, insieme con la compagna, la regista Daniela Ardini, nel 1986 ha fondato l’Associazione Culturale Lunaria Teatro, all’indomani della prima romana di Lunaria di Vincenzo Consolo, debutto registico di Ardini, neo diplomata all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio d’Amico” con i compagni di corso dell’Accademia. Cugino del direttore d’orchestra Marcello Panni, nipote di Adriana Panni – storica animatrice per un cinquantennio dell’Accademia Filarmonica Romana – Giorgio Panni approda a Genova nel dopoguerra.
La vita è fatta di incontri, che spesso ne determinano il destino. L’incontro di Giorgio Panni con il genovese Aldo Trionfo avviene quando quest’ultimo, assistente di Luchino Visconti sul set di Senso, ne segue il doppiaggio alla Titanus, dove lavora Panni padre, che gli chiede se mai vi sia qualche lavoretto per quel figlio con poca voglia di studiare. Passa qualche tempo e Trionfo telefona proponendogli di fare l’autista (oggi si direbbe il runner) dello scenografo del film Divisione Folgore di Duilio Coletti: «A ripensarci è l’inizio di un’avventura che è durata quarant’anni» (G. Panni, Un’avventura durata quarant’anni, intervista a cura di D. Ardini, in Il teatro di Trionfo, a cura di F. Quadri, Milano, Ubulibri, 2002, p. 211).
Ha venticinque anni, quando si unisce al genovese Trionfo per partecipare all’impresa della Borsa di Arlecchino, il caffè-teatro ricavato nei fondi del palazzo della Borsa di Genova, mini palcoscenico d’avanguardia fondato nel 1957 dall’impresario Paolo Minetti con un gruppo di attori tra cui Myria Selva, Gino Lavagetto – che ben presto trova in Aldo Trionfo il suo regista stabile – cui si uniscono gli scenografi Lele Luzzati e Luca Crippa. In quel teatrino sperimentale, dove attori e spettatori si sfiorano, va in scena un repertorio di atti unici, che spazia da Feydeau e Courteline ai contemporanei del teatro dell’assurdo: da Adamov a Ionesco, da Tardieu al Beckett di Fin de partie con Paolo Poli nei panni di Clov e le scene di Luca Crippa. Alla Borsa di Arlecchino Poli (con spesso al suo fianco una estrosa, scoppiettante Claudia Lawrence) ha modo di collaudare il suo talento e il suo apporto segna una svolta. Nasce lì il suo sodalizio con Luzzati: «Quando ero alla Borsa di Arlecchino a Genova una volta ho recitato l’Escuriale di Ghelderode, dove interpretavo Felipe II di Spagna. Luzzati era andato in una discarica a trovare seggiole rotte e in scena allestì una grande catasta. Io mi arrampicavo, arrivavo in cima e avevo il trono lassù. Per farlo più regale aveva incollato pezzi d’oro qua e là. Faceva impressione in quegli ipogei genovesi» (Alfabeto Poli, a cura di L. Scarlini, Torino, Einaudi, 2013, p. 72).
Nel 1961 alla Borsa si affaccia anche Carmelo Bene con Lo strano caso del dottor Jekyll e del Signor Hyde di Robert Louis Stevenson su commento musicale del chitarrista genovese Vittorio Centanaro e scene di Giancarlo Bignardi (altro scenografo di cui Panni si proclama allievo), da lì transitano cantautori genovesi come Umberto Bindi, Gino Paoli e il giovanissimo Fabrizio De André.
L’attrice Myria Selva non ha dubbi: «La vera “Borsa” nasce con Aldo Trionfo. Lo capimmo tutti subito. Aldo era un regista. Non che gli altri non lo fossero. Semplicemente Aldo viveva per essere regista. Non so come spiegare. La differenza era sostanziale sia nell’atteggiamento, nella forma mentis, sia nella scelta dei testi, nella programmazione del repertorio. Quando è arrivato lui ho capito che era arrivato “il” regista» (La Borsa di Arlecchino e Aldo Trionfo, a cura di D. Ardini e C. Viazzi, Genova, De Ferrari, 2008, p. 62).
Alla Borsa di Arlecchino Giorgio Panni fa il suo apprendistato, osserva, impara, dà prova di quella generosa disponibilità destinata a diventare una sua caratteristica peculiare e il 21 marzo 1958 debutta con la scena e i costumi per Il bello indifferente, monologo di Jean Cocteau, regista Aldo Trionfo. Ne nasce un’intesa destinata a durare nel tempo: «Il mio lavoro di scenografo era bellissimo: avevo la possibilità di inventare e costruire, seguendo e ampliando i suoi suggerimenti registici, contenitori fantasiosi e mai adoperati per quello che sembravano: scatole cinesi con segreti, armadi con tante uscite, scale apribili con botole, navi inventate, carri che erano case. E Aldo si divertiva a costruire situazioni imprevedibili stimolato da questi oggetti di fantasia» (G. Panni, Compagni in una lunga strada, in Una giovinezza ferita. Gli spettacoli elisabettiani di Aldo Trionfo, a cura di C. Peirolero, Genova, Costa & Nolan, 1991, p. 13).
Dice bene Margherita Rubino nel bel ricordo di Giorgio Panni, scritto a caldo per «Il Secolo XIX» del 5 maggio 2025: «Con Luzzati e Trionfo formò un trio anomalo di intellettuali cui interessava il teatro e solo il teatro».
Quando Trionfo assume la direzione del Teatro Stabile di Torino, il trio si compone con Luzzati scenografo e Panni suo assistente: il primo spettacolo come collaboratore alla scenografia è Vita e morte di re Giovanni (1973) di Shakespeare, per il quale realizza dei sontuosi carri barocchi. In seguito firma alcune tra le scenografie più interessanti per gli spettacoli di Trionfo come Nerone è morto? (1974) di Miklós Hubai, nella traduzione di Umberto Albini, con Franco Branciaroli e Wanda Osiris, una grandiosa scenografia da rivista con scalone centrale, inquadrato da quinte luccicanti; o Francesca da Rimini (1988) di D’Annunzio, in cui Elisabetta Pozzi si aggira in una sorta di girone dantesco.
Il 1988 si celebrano i cinquant’anni dalla morte del Vate nazionale e Trionfo firma altre due regie dannunziane: La nave e La città morta. La scena della prima è così descritta da Franco Quadri: «Certo la scena elaborata da Giorgio Panni è nitidamente esemplare: due piattaforme marmoree di tre gradini ciascuna, da isolare come podi ai due lati o da accostare secondo varie possibilità, davanti a una tenda o a un sipario di pali verticali; questi con la semplice sollecitazione di un argano si alzano a fare da corona a una prua lignea di una nave sorgente dal suolo, varata tra scrosci di applausi alla conclusione» (Il teatro di Trionfo, cit., p. 289).
Per la dannunziana Città morta (1988), con Alida Valli, Panni realizza una scenografia altrettanto impressionante, che accende la fantasia di Franco Quadri: «una scalinata di impervi gradoni che si ripete con perfetta simmetria nelle pareti e nel soffitto, delineando l’apertura cavernicola di uno scavo, o gli spalti d’un teatro antico, o anche un luogo mediterraneo; ma allo stesso tempo vi si potrà vedere un simbolico gorgo labirintico alla Escher, che dà l’effetto di risucchiare attori e spettatori verso il quadrilatero terminale, cielo di una prigione o voragine di un pozzo» (ivi, pp. 284-85).
Nel 1976 al Teatro Metastasio di Prato debutta Faust Marlowe Burlesque di Aldo Trionfo e Lorenzo Salveti, regista lo stesso Trionfo e scene di Luzzati e Panni, con due protagonisti d’eccezione, Carmelo Bene e Franco Branciaroli. Panni racconta che Trionfo si è ispirato alle tombe di famiglia dei genovesi nel cimitero monumentale di Staglieno: «Dunque abbiamo fatto tutta questa scenografia, con guglie e pinnacoli, per due minuti veri cronometrati. L’entrata scenografica fu così: Franco Branciaroli e Carmelo Bene, al buio andavano a mettersi uno a destra, l’altro a sinistra, ciascuno al suo lettino; si alzavano le luci, si illuminava il sipario rosso messo a fondale dietro i letti sistemati in prima, gli attori stavano dentro al letto, poi il sipario si apriva e dietro appariva tutta questa scenografia bellissima. Appena riprendeva il dialogo, il sipario si richiudeva, la scenografia spariva e non si vedeva più» (ivi, p. 214).
Nel 1975 Tonino Conte, Lele Luzzati e Aldo Trionfo fondano a Genova il Teatro della Tosse, inaugurato l’8 ottobre dall’Ubu re di Jarry per la regia di Tonino Conte. Anche in questo caso, come per il manifesto della Borsa di Arlecchino, il segno grafico di Luzzati permane nel logo del Teatro, all’inizio ospitato in uno spazio minimo in Salita della Tosse, cui segue una peregrinazione in altre sedi provvisorie della città, per approdare nel ’78 all’Alcione, un teatro dalla grande sala, decorato da Luzzati, dove resterà sino al 1986. Per quel teatro Panni e Luzzati nel 1980 realizzano le scene per un’indimenticabile edizione de I corvi di Becque, regista Trionfo.
Nel 1987 la Tosse trova finalmente la sua sede stabile nel Teatro di Sant’Agostino, nel centro storico di Genova, realizzato ex novo e dotato di tre sale: la principale, dopo la scomparsa di Aldo Trionfo (1989) a lui intitolata, la sala Dino Campana e l’Agorà. Panni è con il grande regista per il suo ultimo spettacolo, Però, peccato, era una gran puttana, riduzione e regia di Aldo Trionfo dell’elisabettiano John Ford di ‘Tis Pity she’s a Whore, per il quale lo scenografo progetta una pedana rossa «che attraversa il nero del palcoscenico, con due podi più alti ai due estremi, circondati da un sistema di scale» (ivi, p. 291).
Come si è detto nel 1986, al termine degli anni della direzione di Aldo Trionfo (1980-86) dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Panni realizza l’allestimento scenico di Lunaria di Vincenzo Consolo per la regia di Daniela Ardini. Dal loro sodalizio nascono oltre trenta spettacoli all’insegna dell’Associazione Lunaria Teatro, vocata a un teatro di poesia e alla riproposizione dei classici (la Ardini si è laureata in Lettere classiche con Umberto Albini), che dal 1995 organizza a Genova e in Liguria il Festival in una notte d’estate, giunto oggi alla XXVIII edizione.