Dalla carrozza al treno, andata e ritorno
L’antimodernista Rossini aveva in uggia le novità tecnologiche del suo tempo e, per
quanto riguarda gli allora pionieristici treni, coltivava un autentico terrore.
Assume dunque il sapore di uno scherzo del destino (il «destino maledetto» di
cui parla, beffardamente, il libretto di Luigi
Balocchi?) che Il viaggio a Reims
allestito per festeggiare Gorizia e Nova Gorica capitali europee della cultura
2025 abbia come palcoscenico quella Stazione Transalpina che
fa da spartiacque tra le due città, e i cui binari costituirono una sorta di
equivalente italo-iugoslavo del Muro di Berlino. Eppure, nonostante
l’idiosincrasia ferroviaria rossiniana, si tratta di una scelta lungimirante
per un’opera che mette al centro da un lato l’idea del viaggio e dall’altro,
con i suoi diciotto personaggi appartenenti alle più svariate nazionalità,
quella d’una comunione tra i popoli dal sapore di Unione Europea ante litteram.
Che poi quest’apoteosi della fratellanza interculturale nascesse, quanto a
committenza, per solennizzare l’incoronazione – a Reims appunto, e giusto due
secoli fa, nel 1825 – di Carlo X, vale a dire uno dei monarchi più restauratori
della Francia postrivoluzionaria, sarà solo uno dei tanti cortocircuiti della
Storia, cui lo scettico e “impolitico” Rossini non diede peso; mentre a
chiudere il cerchio delle concordanze, rendendo ancor più impeccabile
l’operazione sottesa a questo spettacolo, resta il fatto che Carlo X, costretto
all’abdicazione, si spegnerà in un monastero di Gorizia appartenente ora al
territorio sloveno.

Blažević sfrutta tutti gli ossimori e le ambiguità del Viaggio a Reims, a cominciare proprio
dalle sue definizioni – semanticamente contraddittorie – di “dramma giocoso” e
“cantata scenica”. Tuttavia, lo fa senza ricorrere alla sapiente artificialità
di Luca Ronconi, primo regista ad aver riproposto quest’opera in epoca
moderna (sebbene le torrette mobili su cui fa spostare i personaggi assumino il
sapore di una doverosa parafrasi ronconiana); e restituisce il sorriso
derisorio di Rossini, che qui elabora un messaggio ad alta densità etica
consegnandolo attraverso una serie di siparietti da avanspettacolo, con una
comicità tutta di testa, laddove Dario
Fo – l’altro nostro grande uomo di teatro a essersi cimentato con Il viaggio a Reims – ricorreva invece a
una comicità tutta di pancia, per demistificare un libretto progressista, a
parole, ma nato per encomiare un conservatore come Carlo X.

A corroborare il risultato contribuisce poi in modo decisivo
la costumista Sandra Dekanić. Se
Blažević riesce – con rapide pennellate – a caratterizzare una a una le
innumerevoli figure del libretto, ciò è anche grazie al lavoro di questa
straordinaria collaboratrice, che trasforma i costumi (tutti d’un bianco
argentato, al pari del fantasmatico cerone che ricopre il volto dei cantanti) a
loro volta in personaggi: ognuno indossa un copricapo che rinvia all’ontologia
del rispettivo ruolo, dal gigantesco tocco per l’accademico Don Profondo al
surreale capitello che incornicia la testa della greca Delia. Mentre Wolfgang von Zoubek, utilizzato come
spartano scenografo e mago dell’illuminotecnica, nel primo caso si limita a
pochi oggetti lavorando sulla suddivisione dello spazio: al centro il palco con
la stazione sullo sfondo, ai lati due pedane che, in un gioco di secchiate
d’acqua riflesse su teli azzurri, si trasformano in vasche evocanti i bagni
termali descritti nel libretto. Come autore di video e luci, invece, crea
proiezioni antirealistiche ma sempre “psicologiche” (gli inopinati cambi di
colore, la cascata di petali durante l’aria “dei fiori” di Lord Sidney…), fino
al coup de théâtre di trasformare una
stazione belle époque come la
Transalpina in uno snodo mondiale dell’alta velocità: sul muro sfrecciano
immagini di treni supersonici, mentre intanto appaiono i tabelloni di arrivo e
partenza – compresi gli immancabili ritardi e cancellazioni – per le più
svariate capitali del pianeta. Blažević coagula tutte queste sollecitazioni in
un’impaginazione di gran sensibilità musicale (la gestualità ora replica ora
parodizza la ritmica frenetica dei “crescendo” e l’insaziabilità canora delle
colorature), dove pure le prime parti dell’orchestra – arpa, flauto – diventano
personaggi quando Rossini ritaglia loro un momento solistico. Ne scaturisce un
congegno ramificato e, tuttavia, mai dispersivo, dove le azioni si
parcellizzano nei diversi segmenti del palcoscenico, ma senza che questo si
traduca in una frammentazione visiva. Soprattutto, però, emerge la
consapevolezza che tutti quegli europeisti avant
la lettre che sembrerebbero i protagonisti del Viaggio a Reims sono, in primo luogo, dei velleitari e che il loro
viaggio eponimo, d’altronde irrealizzato, è la storia di un fallimento
collettivo. Come I soliti ignoti di Monicelli, che
dopo aver vagheggiato il furto del secolo si limitano a depredare un pentolone
di pasta e ceci, così anche loro non riusciranno a partecipare
all’incoronazione di Carlo X e dovranno accontentarsi di quelle briciole del
banchetto che sono i festeggiamenti al rientro del monarca. Difatti la loro
partenza, nell’ultima immagine che suggella lo spettacolo, non sarà su un treno
avveniristico, bensì su una carrozza ottocentesca (peraltro trainata da due
magnifici cavalli bianchi dello storico maneggio di Lipizza, non lontano da
Nova Gorica): ma di questo il passatista Rossini – almeno lui – sarà
soddisfatto.

Dopo un avvio febbrile, Marko
Hribernik avvia una fertile
dialettica tra stacchi incalzanti e fraseggi più distesi, ben supportato
dall’orchestra di Lubiana. Si dimostra inoltre concertatore attento a guidare i
giovani cantanti (molti sono usciti dall’Accademia rossiniana di Pesaro),
imprimendo un’omogeneità complessiva che, in un’opera paratatticamente a sketch come questa, non è sempre facile
da raggiungere. Tra i due soprani più in vista, la grazia di Irene Celle nei canti della poetessa Corinna è forse preferibile alla pur
divertente isteria sopra le righe della Contessa Folleville di Inés Lorans; ma poiché tra due litiganti il terzo gode, ancor meglio fa
la Madama Cortese di Lyalla Alamanova, a fuoco vocalmente e
centratissima nei panni dell’albergatrice che blandisce e manipola i suoi
pretenziosi pigionanti. Nutsa Zakaidze e Patrick Kabongo
patiscono un po’ le disomogeneità fisiologiche nelle voci di contralto profondo
e baritenore, dando però vita a una coppia marchesa polacca / conte russo di
gran sapidità teatrale. Di minor sostanza semmai l’altro tenore, Victor Jiménez Moral: un Cavaliere
Belfiore fatuo damerino come vuole il ruolo, ma vacuo pure sotto il profilo
canoro. Le voci gravi sono ben servite da Valerio Morelli (un Lord
Sidney di forbita scorrevolezza nella sua aria), Ramiro Marturana (che,
imprimendo un piglio giovanile al retorico e ridicolo Barone di Trombonok, apre
una finestra nuova sul personaggio) e Rok
Bavčar (un Don Alvaro che
restituisce tutta la spavalderia dell’hidalgo
spagnolo e gioca sull’archetipo, peraltro storicamente postrossiniano, del
baritono rivale in amore); meno, invece, da Matteo Guerzé, che di
Don Profondo non ha né la scioltezza dei sillabati né il timbro ombroso
implicito nel nome del personaggio. E anche le parti comprimariali vengono
restituite con dovuta icasticità: dal bulimico Don Luigino di David Čadež alla stralunata Delia di Alisa Izak, dal medico Don Prudenzio che s’identifica nel suo stetoscopio
– Diego Maffezzoni ne ricava un
cammeo irresistibile – alla Maddalena serva (o, meglio, cuoca) padrona plasmata
da Marianna Acito. Anche se fra tanti personaggi minori e minimi la palma
d’oro, complice un costume tra i più geniali dello spettacolo, va alla
Modestina di Ireneja Nejka Čuk:
«astratta, timida e lenta» proprio come la definisce il libretto.

Un momento dello spettacolo
© Damijan Simčič
A orchestrare la produzione troviamo una collaudata rassegna locale come il Piccolo Opera Festival, che da anni trasporta titoli operistici celebri e meno celebri in suggestive location della Venezia Giulia; mentre a pilotare lo spettacolo questa volta si è volato davvero alto affidandolo a Marin Blažević, regista, drammaturgo e teorico teatrale di punta dell’area ex iugoslava. Il tutto rafforzato dall’ottimo professionismo dell’orchestra del Teatro Nazionale Sloveno di Lubiana, da un coro nato ad hoc per gli eventi di Gorizia / Nova Gorica 2025 e da un cast internazionale, dunque del tutto coerente con lo spirito dell’opera. In tale operazione senza frontiere, il pubblico siede nella piazza (non a caso chiamata in sloveno Trg Evrope, ossia Piazza Europa) posta a poche decine di metri dal confine italiano, il cui edificio asburgico primonovecentesco color crema che funge da stazione – una lunga muraglia di tre piani, tempestati da una teoria di finestre elegantemente decorate – diventa fondale dello spettacolo: sembrerebbe di trovarsi nell’ennesima messinscena site specific, se non fosse che qui ci muoviamo all’interno di una teatralità al contempo materica e visionaria, che ripensa gli spazi anziché assecondarli.

Un momento dello spettacolo
© Damijan Simčič

Un momento dello spettacolo
© Damijan Simčič
Il viaggio a Reims
Cast & credits
| Titolo
Il viaggio a Reims |
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| Anno
2025 |
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| Città rappresentazione
Gorizia |
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| Luogo rappresentazione
Piazza Transalpina (Gorizia) - Trg Europe (Nova Gorica) |
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| Prima rappresentazione
19 giugno 2025 |
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| Evento
Piccolo Opera Festival - Celebrazioni per Gorizia e Nova Gorica capitali europee della Cultura 2025 |
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| Autori
Gioachino Rossini |
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| Libretto
Luigi Balocchi |
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| Regia
Marin Blaževic |
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| Interpreti
Irene Celle (Corinna) Nutsa Zakaidze (Marchesa Melibea) Inés Lorans (Contessa di Folleville) Lyaila Alamanova (Madama Cortese) Víctor Jiménez Moral (Cavaliere Belfiore) Patrick Kabongo (Conte di Libenskof) Valerio Morelli (Lord Sidney) Matteo Guerzé (Don Profondo) Ramiro Maturana (Barone di Trombonok) Rok Bavčar (Don Alvaro) Diego Maffezzoni (Don Prudenzio) David Čadež (Don Luigino) Alisa Izak (Delia) Marianna Acito (Maddalena) Ireneja Nejka Čuk (Modestina) Ivan Tanushi (Zefirino) Marko Erzar (Antonio) Mirko Grgorinić (Gelsomino) |
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| Scenografia
Wolfgang von Zoubek |
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| Costumi
Sandra Dekanic |
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| Luci
Wolfgang von Zoubek |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro Nazionale Sloveno di Lubiana; GO! Borderless Choir |
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| Direzione d'orchestra
Marko Hribernik |
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| Maestro del coro
Elia Macrì |
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| Note
Video: Wolfgang von Zoubek; Maestro al cembalo: Eric Foster |