La tragedia della violenza
di Carmelo Alberti
Data di pubblicazione su web 16/06/2025
Nella visione artistica del regista svizzero s'incrociano da una parte la continuità culturale con le radici arcaiche della terra, prima e dopo le tracce della tragicità greca, dall'altra la pratica del confronto, della discussione sulla condizione umana, come un atto politico necessario per la sopravvivenza della collettività. Con questo lavoro s'eleva in modo significativo la sua maestria nel segnalare come la mitologia dell'eroe emarginato e deriso sveli il limite che c'è nel rapporto tra la furia distruttiva delle battaglie per il dominio e la forza evocativa del racconto, unica forma possibile per avviare un processo catartico.
Citando una battura del Filottete di Sofocle («ché insonne è il sonno degl’infermi, tutto ascolta e tutto vede»),Milo Rau delinea due vicende parallele: quella di una fotografa di guerra, catapultata negli spazi degli scontri più feroci, e la storia di Azad Hassan, insegnante iracheno di Mosul, che il tribunale dell’ISIS condanna all’amputazione della mano in base a false accuse. La scena, disegnata da Anton Lukas, sembra un campo di rovine, corredato da un ampio schermo da cui parla e agisce Azad, perché non può venire in Italia; è un fondale che, talvolta, mostra riprese ravvicinate sul volto della protagonista, oppure il particolare del taglio sanguinante sulla sua gamba. La donna narra le fasi di un’esistenza vissuta oltre i margini di sfide continue; fin da giovanissima s’impone recitando la parte maschile di Neottolemo, il figlio di Achille inviato nell’isola di Lemno per convincere Filottete a cedere il suo arco, essenziale per vincere i troiani. Attratta da una dolente inclinazione per la sofferenza, ben presto la passione teatrale lascia il posto alla voglia di testimoniare l’aggressività degli esseri attraverso le foto, soprattutto dopo aver fissato con la camera ottica una folla in un mercato un attimo prima che un’esplosione compia una strage. Ora vive con la certezza di saper prevedere il furore degli uomini, alla stregua di Cassandra, la «veggente» violata e inascoltata, fino a quando anch’essa non cade vittima, stuprata dal gruppo, e viene travolta dalla stessa violenza che ama ritrarre.


Un momento dello spettacolo
© Nurith Wagner-Strauss
Anche per Azad, che dialoga in video con Ursina avanzando nel paesaggio verdeggiante del suo paese, l’isteria della moltitudine elettrizzata dall’avvento dello stato islamico si trasforma giorno dopo giorno nel terrore dinanzi a una legge che proibisce ogni cosa e annienta chi osa dissentire.
Insieme al fratello subisce l’insania di un rito collettivo, compiuto nel nome di una sacralità assurda e inutile. Ora, nascondendo il moncone nella tasca, accompagna nel filmato la sua ospite sul luogo del supplizio, quasi a voler ricucire lo strappo con la brutalità del passato. Dintorno, la vita quotidiana scorre ignara e distante, come se nulla fosse mai accaduto, negando i segni che hanno deturpato migliaia di corpi e di coscienze. Per Milo Rau la tragedia della violenza e la rappresentazione dell’inganno dialogano con le sorgenti del mito, come avveniva nel teatro greco, diventando la testimonianza estrema della realtà che coinvolge gli astanti, e affermandosi come un viaggio politico lungo i sentieri della storia. The Seer è una straordinaria occasione per riflettere sulle incongruenze di un’età senza pace, che gli spettatori hanno approvato con lunghi applausi.
Nel ricevere il Leone d’argento, cerimonia che è possibile vedere per intero su Biennale Channel, Ursina Lardi ha proferito, con voce ferma in italiano, un discorso esemplare, lodato da un’interminabile ovazione. Senza esitare ha denunciato davanti alle autorità presenti il paradossale e incomprensibile declino delle istituzioni culturali. «Il rispetto e la stima per l’arte – ha detto – soprattutto in tempi come questi, in cui si tende a smantellare le condizioni che rendono possibile l’arte, in tempi come questi fare teatro è diventato di per sé un atto politico. Il teatro per il solo fatto di esistere ci rivela come possiamo essere liberi, ci impedisce di dimenticare ciò che l’uomo sa dell’uomo».
Le spinte illiberali presenti in tante nazioni indicano un’ingerenza «brutale, virile, persino inumana» della classe politica. Ma – prosegue Ursina – «la complessità del mondo sfugge alle ideologie e l’arte è uno strumento potente per comprendere e dare forma al nostro tempo. L’arte sarà forse indifesa, ma è e resterà sempre indistruttibile. E così conclude: «Nella motivazione del mio premio Willem Dafoe parla di radicalità ed empatia nel mio modo di recitare. Esatto. Dobbiamo essere
radicali, empatici. Celebriamo la capacità umana di poter fare un passo di lato, nonostante tutto, nonostante gli intrighi del quotidiano e del presente politico, senza paura, senza riserve, con la mente lucida e il cuore in fiamme, perché questa è resistenza».

Un momento dello spettacolo
© Nurith Wagner-Strauss
Cast & credits
| Titolo
The Seer |
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| Anno
2025 |
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| Durata
85 min. |
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| Data rappresentazione
12 giugno 2025 |
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| Città rappresentazione
Venezia |
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| Luogo rappresentazione
Arsenale, Teatro alle Tese |
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| Prima rappresentazione
Prima italiana |
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| Autori
Milo Rau - Ursina Lardi |
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| Regia
Milo Rau |
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| Interpreti
Ursina Lardi Azad Hassan |
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| Scenografia
Anton Lukas |
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| Costumi
Anton Lukas |
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| Sceneggiatura
Bettina Ehrlich, Carmen Hornbostel |
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| Suono
Elia Rediger |
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| Luci
Stefan Ebelsberger |
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| Lingue disponibili
tedesco, arabo |
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| Note
Ispirato al Filottete di Sofocle Video: Moritz von Dungern Traduzioni (arabo): Susana Abdul Majid Consulenza e coordinamento (Iraq) Sardar Abdullah Coproduzione La Biennale di Venezia,Schaubühne Berlin,Wiener Festwochen Free Republic of Vienna Con il sostegno di Goethe-Institut e Fondament |