Il poliziesco nella favola
Raccontava
Sesto Bruscantini che, durante le prove di un Flauto magico dove
cantava Papageno, eseguito in italiano com’era uso in Italia negli anni
Cinquanta, fu duramente ripreso dal direttore –Vittorio Gui – per
essersi permesso d’interpolare qualche gag
estemporanea durante i dialoghi parlati. Altri tempi. Oggi è consapevolezza
assodata come, in un Singspiel, il
rigorismo sulla fedeltà alle parti in prosa sia la più antifilologica delle
scelte: le sezioni recitate nascevano come malleabili canovacci; lo stesso Schikaneder – non solo autore del
libretto, ma anche primo interprete di Papageno – vi apportava modifiche di
serata in serata; e, dal 1791 a oggi, non sono stati in pochi a vagheggiare una
drastica riscrittura del testo extramusicale della Zauberflöte, a cominciare da Goethe.
In una prospettiva storica, dunque, non c’è nulla
d’avventato nella scelta di Michal Znaniecki – uno dei maggiori registi
d’opera polacchi di oggi, in passato abbastanza attivo pure in Italia, ma da
molti anni assente dai nostri palcoscenici – di prendere l’estremo capolavoro
mozartiano e, lasciando intatti musica e canto, costruirvi attorno una drammaturgia
di tutt’altro segno. A risultare innovativo è, piuttosto, il materiale
narrativo-psicologico cui ha attinto per questa rivisitazione: portando Die Zauberflöte
in scena all’Opera di Breslavia (la più “tedesca”, per vicende storiche e
contiguità geografica, tra le grandi città polacche), ha affidato la
riscrittura dei dialoghi a Marek Krajewski, giallista di culto in
Polonia come in altri paesi dell’Europa orientale. E creatore di un vero e
proprio sottogenere – il “giallo storico” – che esplora la Breslavia a cavallo
tra i tardi anni Venti e la metà degli anni Quaranta: come a dire, dalla vigilia
del nazismo all’occupazione dell’Armata Rossa.

Letterato a tutto tondo
come si conviene ai gialli “d’autore”, Krajewski in Italia non è diventato un
caso editoriale, sebbene Einaudi abbia pubblicato tre dei suoi innumerevoli
romanzi; dunque, per lo spettatore italiano non sarà semplice comprendere la
febbre che si è creata attorno alla messinscena, né cogliere fino in fondo il
gioco dei rimandi che essa innesta tra Eberhard Mock – il commissario nato
dalle pagine di Krajewski – e i personaggi di Mozart. Ma se si tiene presente l’osmosi tra questi polizieschi e
la topografia cittadina (osterie, vicoli e parchi breslavesi qui sono molto più
d’una mera location), nonché l’enorme
popolarità che ha presso i lettori mitteleuropei questo poliziotto ambiguo
nella morale e debole davanti alla bottiglia (nella città esistono itinerari
turistici attraverso i “luoghi di Mock”), si capirà perché Znaniecki ha voluto
reintitolare l’opera Il flauto magico a
Breslavia: dando vita a uno spettacolo che, dopo aver inaugurato con
successo la passata stagione, è stato ripreso pure quest’anno.
Prima ancora che parta
l’Ouverture, Mock entra dunque in
scena come commentatore esterno (è il baritono Jacek Jaskula, qui usato
solo in qualità di formidabile attore, che ha tutta la sanguigna e declinante
fisicità del personaggio): sorta di Virgilio che conduce lo spettatore
attraverso una Breslavia intesa come palude morale, dove le vicende di Tamino e
Papageno s’innestano su uno sfondo di cocaina, sesso e violenza. Siamo tra i
più tipici ingredienti dei romanzi di Krajewski, fedeli alla musa più del noir che del giallo “puro”. A questo
punto, però, scattano due domande, sul piano dei contenuti e su quello dello
stile: qual è il senso della trasformazione del Flauto magico in
un’indagine poliziesca? E la sua musica – ora luminosa e incantata, ora severa
e arcaicizzante – regge l’impatto con una dimensione dark, pulp, talvolta
perfino splatter? Alla prima si può
rispondere che, con le identità nascoste dei suoi personaggi (Sarastro dato per
mago malvagio e in realtà sacerdote illuminato, la Regina della Notte vista
come mater dolorosa ma, alla resa dei conti, creatura malefica), Il flauto
magico è già di per sé una sorta di
giallo: scoprire capovolgimenti psicologici e motivazioni sotterranee diventa
qui il fulcro dell’investigazione. Quanto alla seconda domanda, una partitura
variegata e stratificata come Die Zauberflöte ci ha abituati alle letture
musicali più disparate e antitetiche: se l’operazione di Znaniecki e Krajewski
penalizza l’aspetto giocoso e favolistico, sta di fatto che pure celebri
direttori d’orchestra – Furtwängler,
Klemperer, oggi Muti – hanno eluso o eludono tale componente.

© Wojciech Palacz
Così facendo, Il flauto
magico a Breslavia non è la storia di un’elevazione (come suggerirebbero le
prove cui deve sottoporsi Tamino), ma di una degradazione. O per meglio dire –
e questa è una tematica cara ai romanzi di Krajewski – di un’elevazione
attraverso la degradazione. Sarastro diviene una sorta di criminale che si
trasforma in strumento nelle mani di Dio, Tamino un investigatore venuto da
fuori (diciamo l’Herbert Anwaldt di Morte
a Breslavia, destinato a diventare un prezioso sodale di Mock) incline a
lasciarsi travolgere dai piaceri di malaffare che pullulano nella città. Quanto
alla componente massonica – capitale in Mozart, così come massone è Mock –
viene filtrata attraverso un immaginario nazi-esoterico debitore, per
quanto riguarda i romanzi della serie, soprattutto della Fine del mondo a Breslavia. Molti dei personaggi, poi, cambiano
nome e alcune sono figure che i lettori di Krajewski già conoscono: è il caso
della maîtresse Gabi Zelt, che qui
coincide con la Regina della Notte e ha costretto la figlia, da bambina, a
esibirsi nuda per i suoi clienti depravati; anche se il meccanismo di donna
apparentemente vittima, e invece d’una crudeltà tanto efferata quanto
patologica, sembra ricalcato su un’altra memorabile figura krajewskiana: la
contessa Mogmitz di Fortezza Breslavia.
In un contesto così
sordido, per Papageno sembrerebbe difficile trovar spazio. L’uccellatore di
Schikaneder si trasforma in un inseguitore d’anime perdute, anziché di
volatili: uno di quei fool che
all’epoca si esibivano nei casini d’alto bordo, quasi un Rigoletto da bordello.
È un’alterazione che ancora funziona, mentre più problematico appare il
transito dei tre bambini-genietti ad altrettanti teppisti adolescenti, con
relativa trasposizione da voci bianche a falsettisti. Insomma, si direbbe che
Krajewski scriva i suoi dialoghi – l’opera è cantata in tedesco, le sezioni
recitate sono in polacco – costruendo un’azione per contrasti, anziché
basandosi sull’idea mozartiana della progressione verso un unico culmine
drammatico; le parti in musica, comunque, restano immodificate, salvo uno
spostamento di montaggio in sottofinale. Dal canto suo, Znaniecki impagina
tutto con intelligente eterogeneità figuratività (costumi polistilistici di Magdalena Dabrowska, buon equilibrio tra la scenografia di Luigi Scoglio e le immagini filmate di Karolina Jacewicz),
gran ritmo teatrale e felici notazioni simboliche: è il caso della
moltiplicazione delle coppie Papageno-Papagena, segnale dell’ansia verso un
rapporto fondato sul proprio “doppio”, anziché sul confronto con chi può
metterci in discussione. E, sempre a proposito di memoria storica polacca, non
manca neppure un omaggio a Grotowski:
Tamino seminudo e malconcio durante le prove iniziatiche discende da
un’immagine di quel Principe costante
che ebbe battesimo proprio a Breslavia mezzo secolo fa, e resta una delle regie
chiave nel teatro del secondo Novecento.

© Wojciech Palacz
Il versante attoriale
(e, con un paio di eccezioni, quello canoro) è servito meglio dal secondo che
dal primo cast. In quest’ultimo
domina solo il Sarastro di Grzegorz
Szostak: le note più gravi suonano un po’ fioche, ma l’interprete si
dispiega autorevole, ambiguo e polivalente – si fa carico pure della parte
dello Sprecher – come tale rilettura
impone. Per humour sinistro non meno
che per velocità di sillabazione è poi notevole Edward Kulczyk, un
Monostatos consumatore seriale di polvere bianca e pornografia, mentre in tutti
gli altri ruoli appare preferibile la seconda compagnia: dal Tamino di Adrian Domarecki, dignitoso anche nello
smarrimento, al Papageno di Tomasz
Rudnicki, corretto ancorché altalenante nella messa a fuoco. Erinnica e
sfiorita, la Regina della Notte di Teresa
Marut non sarà un prodigio quanto ad agilità martellanti e gorgheggi
cristallini, ma onora gli improbi
desiderata del ruolo. Il limite, forse, è che con la sua voce più
lirica che drammatica non si differenzia troppo da Pamina, tanto più che il
personaggio è interpretato da una Agnieszka
Adamczak lontana dallo stereotipo della fanciulla trasognata e incline,
piuttosto, a incarnare il risentimento di una bambina cresciuta troppo in
fretta per colpa di quella madre snaturata: in questa prospettiva, la grande
aria del secondo atto si dipana senza le tradizionali preziosità cameristiche,
ma con un ritmo sofferto, a tratti quasi incalzante. Comune a entrambi i cast, Aleksandra Malisz è una Papagena dark e anti-umoristica
come il suo omologo maschile.
Subentrato nell’attuale
ripresa senza aver preso parte alla nascita dello spettacolo, Massimiliano Caldi vi s’inserisce con duttilità e professionismo. Forse un Flauto magico siffatto avrebbe trovato maggiore idiomaticità sonora da una
lettura più incline alla cupezza e alla solennità, ma un direttore sopraggiunto
per un’ultima manciata di prove non può rivoluzionare timbrica e fraseggio di
un’orchestra. Sta di fatto che la concertazione s’impone per chiarezza ed
equilibrio; che una colorita fantasia degli effetti dinamici non va a scapito
del senso unitario; e che la capacità di flettere certi tempi alle differenti
necessità degli interpreti nei due cast è
una prova, anche, di sano pragmatismo.
Il flauto magico a Breslavia
Cast & credits
| Titolo
Il flauto magico a Breslavia |
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| Anno
2025 |
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| Data rappresentazione
25-26 aprile 2025 |
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| Città rappresentazione
Breslavia (Wroclaw) |
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| Luogo rappresentazione
Opera Wroclawska |
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| Prima rappresentazione
25 aprile 2025 |
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| Libretto
Emanuel Schikaneder |
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| Regia
Michal Znaniecki |
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| Interpreti
Grzegorz Szostak (Sarastro) Sebastian Rutkowski (Sarastro) Alexander Zuchowicz (Wolfgang Thormann (Tamino)) Adrian Domarecki (Wolfgang Thormann (Tamino)) Maria Rozynek (Gabi Zelt (La Regina della Notte)) Teresa Marut (Gabi Zelt (La Regina della Notte)) Hanna Sosnowska-Bill (Pamela (Pamina)) Agnieszka Adamczak (Pamela (Pamina)) Eliza Kruszczynska (Prima ballerina (Prima dama)) Dorota Dutkowska (Seconda ballerina (Seconda dama)) Katarzyna Haras (Seconda ballerina (Seconda dama)) Elizabeth Kaczmarzyk-Janczak (Terza ballerina (Terza dama)) Barbara Baginska (Terza ballerina (Terza dama)) Artur Plinta (Primo ragazzo di strada (Primo genietto)) Bartosz Wasiluk (Terzo ragazzo di strada (Terzo genietto)) Lukasz Rosiak (Papageno ) Tomasz Rudnicki (Papageno ) Aleksandra Malisz (Papagena) Edward Kulczyk (Moser (Monostatos)) Pawel Žak (Moser (Monostatos)) Christian Bild (Primo armigero / Primo sacerdote) Piotr Bunzler (Primo armigero / Primo sacerdote) Andrzej Zborowski (Secondo armigero / Secondo sacerdote ) Marek Klimczak (Secondo armigero / Secondo sacerdote ) Jacek Jaskula (Eberhard Mock) |
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| Scenografia
Luigi Scoglio |
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| Costumi
Magdalena Dabrowska |
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| Coreografia
Božena Klimczak |
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| Luci
Darius Albrycht |
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| Musiche
Wolfgang Amadeus Mozart |
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| Direzione d'orchestra
Massimiliano Caldi |
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| Note
Riscrittura dei dialoghi parlati: Marek Krajewski. Cantato in tedesco con le parti recitate in polacco. Video: Karolina Jacewicz. |