Serena fiaba mitologica, funestata dalla guerra           

di Gianni Poli

Data di pubblicazione su web 23/04/2025

Die Liebe der Danae


Dopo una prima programmata e soppressa per sciopero, la creazione di L’amore di Danae, “mitologia gaia in tre atti” di Richard Strauss, va in scena con profusione d’intenti e di risorse sul palco del Teatro dell’Opera genovese. Anche la defezione del direttore Fabio Luisi (al quale spetta la scelta speciale del titolo) è affrontata e superata grazie al subentrante Michael Zlabinger che la regia di Laurence Dale coadiuva con il talento già mostrato nel Sogno britteniano di recente produzione.  

L’opera penultima del musicista austriaco si rappresenta finalmente in versione originale con artisti italiani, fatto auspicabile per la rarità d’esecuzioni e di relativi riscontri nei cartelloni mondiali (fa eccezione l’allestimento del febbraio 2025 a Monaco di Baviera). Si perviene così al bilancio d’una carriera, di un’esperienza intrisa di nostalgia e gusto per il richiamo mitologico: «Il mio ultimo riconoscimento alla Grecia – annotava l’autore – e la definitiva unione della musica tedesca con l’anima greca» (Programma di sala). 

Ora il direttore si sente impegnato in un programma immane, dettato da così ardua partitura e, se non sempre assoluto risulta l’equilibrio di risposta a tali sollecitazioni, si deve riconoscergli un’intelligenza analitica completa. La messa in scena richiede al contempo quantità di dettagli e insiemi grandiosi che Dale punta a risolvere con mezzi ed effetti kolossal. Pensando all’obiettivo di Strauss, realizzare «un racconto fantasy postromantico smaccatamente glorioso» va ben oltre la stilizzazione figurativa offerta in Midsummer Night’s Dream. Era l’atmosfera d’operetta, rubata a Offenbach, a sedurre l’artefice tragico di Elektra e di Salome nel suggerirgli uno stile alternativo. Ed era il passaggio obbligato da Hofmannsthal poeta a Gregor librettista a spingerlo verso temi e personaggi imparentati con il mito aureo da inserire nei giochi di potere d’un Olimpo decadente, per poi misurarne l’effetto sulla condizione umanizzata da valori più autentici a garanzia di speranza e di salvezza. 

Un momento dello spettacolo
© Teatro Carlo Felice


Il re Polluce, in declino e indebitato, spera di maritare la figlia Danae a un magnate (espediente già usato in Arabella nel 1933) per la rivalsa montante dei creditori. Zeus malandrino stavolta insidia proprio la principessa e invia Mida quale messaggero ruffiano, perché con il tocco che tramuta in oro conquisti la donna che la ricchezza adora. Ma il messo prevale sul mittente e ottiene spontaneamente per sé l’amore che il dio gli chiedeva di propiziare. Seguirà il castigo, eppure la vicenda prenderà un verso inatteso, in ragione del finale, aggiunto da Clemens Krauss con il terzo atto che sposta il baricentro drammaturgico dell’opera. Quasi scarto da una visione scherzosa e comica dell’Olimpo, al bisogno d’un più moderno umanesimo, persino cristiano. Subentra allora il mito di Maia, alimentato dallo sbocciare della fioritura primaverile, che Zeus ascrive alla propria creatività. Questi snodi e significati – fra partitura e libretto, musica e poesia – motiva con rigore Giangiorgio Satragni nel Programma, rendendo fruibili ascolto e visione, altrimenti ermetici per gran parte degli spettatori. 



Un momento dello spettacolo
© Teatro Carlo Felice

Lo spettacolo progettato si rivela sontuoso per lo scenografo Gary McCann nella ricostruzione precisa e mimetica dei presupposti ambientali e didascalici. L’effetto è d’amplificazione e accumulazione figurativa, nella varietà delle componenti, dai fondali dipinti al realismo architettonico d’una antichità più favoleggiata che storica.

Una pedana rotante, la mobilità e la praticabilità anche verticali, sovrapposizione di piani e prospettive, proiezioni filmate, luci rutilanti (di John Bishop) attraverso nebbie fumose o nubi spesse. La ridondanza investe indicazioni d’un simbolismo insistito, come la pioggia dorata in caduta luminescente; la mano d’oro, un guanto che Zeus impone a Mida; le corone e le fronde di metallo giallo, il manto che ricopre Danae; la fioritura prodigiosa al riapparire di Maia, nonché i mimi danzatori dalla nudità fasciata d’oro. Segnaletica concreta che sostituisce l’immaginazione spettante alla fantasia. Similmente, gli inserti integrativi ed esplicativi di senso e di situazione storica, quali le incursioni aeree e i bombardamenti, documenti del tempo reale che segnò l’attesa della messa in scena ritardata dell’opera.


Un momento dello spettacolo
© Teatro Carlo Felice

L’amalgama musicale e drammatico gode di bella resa d’assieme e di rilievo vocale costante. Il primo atto ha nell’abluzione dorata onirica di Danae (impressione connotata sessualmente) il clou spettacolare; nell’arrivo della nave di Mida un miraggio di bellezza e ricchezza ideali. Il secondo, dai ricordi svagati delle amanti di Zeus, adagiate sul letto monumentale, passa all’assedio enigmatico di Danae sbigottita, in cerca dell’identità misteriosa che l’ha fatta innamorare. Incalza il ritmo con la mutazione della donna in statua e il suo ritorno in vita, per la scelta del sentimento autentico; è l’alchimia che trasforma l’oro venale in essenza pura. Il terzo mostra la quotidianità povera e felice di Danae che ha scelto Mida; finché l’incontro della donna con Zeus si scioglie nel commiato del dio. 

La regia, che inserisce le presenze latenti di Strauss e consorte, testimoni del dramma, innesta qui più vistoso (filmato d’una passeggiata dei tardi giorni presso Garmisch) il parallelismo fra il musicista e Zeus, accomunati dalla fine inevitabile, dolorosa, in “calando”, ma sublimabile nell’adesione al destino. Dopo il rifiorire della primavera dal seme di Maia, Danae canta al dio «l’eterna gioia / che passa da un cuore all’altro / Danae e Mida, vedi, / si amano». E Zeus, conscio dell’età, s’arrende: «Oh felicità umana! Povero resta solo il dio!» donando l’augurio: «L’occhio del dio / vi illumini dolcemente / con la sua benedizione, il suo ringraziamento» (Finale, atto III).


Un momento dello spettacolo
© Teatro Carlo Felice

Il giovane direttore è molto attento all’esuberante varietà della coloritura timbrica della partitura. L’orchestra riceve dalla sua sensibilità il vigore creativo e la duttilità necessaria a esprimerne l’andamento scabro e articolato, così brillante e fluente. Il canto offre begli esempi nel protagonismo della Danae di Angela Meade, sospesa fra l’innamoramento e l’incanto misterioso della personalità a lei sfuggente, fino allo svelamento e alla scelta. Soprano intenso e limpido, calibra registri e volumi in rapporto originale, mostrando limiti nell’esibizione scenica. Dalle doti del tenore John Matthew Myers, Mida ottiene la forza e il sentimento del fraseggio gradevole. Qualche carenza nel baritono Scott Hendricks, Zeus dalla sensibilità contenuta fino al pudore, commovente nella fragilità. L’Ermes dalle larghe ali di Timothy Oliver è scattante e spavaldo, più attore che tenore. Polluce paterno (Tuomas Katajala) e l’ancella Xante (Valentina Farcas) subalterni affettuosi e famigliari con l’eroina. Si distingue per frivolezza vanagloriosa il quartetto delle Regine, specchiato in quello dei Re. La coralità alternante si fonde con la vicenda per la coesione del Coro guidato da Claudio Marino Moretti. I caratteri da grand opéra enfatizzati, come notato, contano sui folti apporti complementari di mimi e ballerini. Gli applausi conclusivi scrosciano in ovazioni per tutti gli artisti in passerella.


Cast & Credits



Un momento dello spettacolo 
© Teatro Carlo Felice

Cast & credits

Titolo 
Die Liebe der Danae
Origine 
Germania
Anno 
2025
Durata 
3 ore 10 min, con intervalli
Data rappresentazione 
9 aprile 2025
Città rappresentazione 
Genova
Luogo rappresentazione 
Teatro Carlo Felice
Prima rappresentazione 
9 aprile 2025
Libretto 
Joseph Gregor
Regia 
Laurence Dale
Interpreti 
Scott Hendricks (Zeus)
Timothy Oliver (Ermes)
Tuomas Katajala (Polluce)
Angela Meade (Danae)
Valentina Farcas (Xante)
John Matthew Myers (Mida)
Albert Memeti (Primo Re)
Eamonn Mulhall (Secondo Re)
Nicolas Logoux (Terzo Re)
John Paul Huckle (Quarto Re)
Anna Graf (Semele)
Agnieszka Adamczak (Europa)
Hagar Sharvit (Alkmene)
Valentina Stadler (Leda)
Domenico Apollonio (Guardia)
Bernardo Pellegrini (Guardia)
Davide Canepa (Guardia)
Luca Romano (Guardia)
Andrea Scannerini (Guardia)
Valeria Saladino (Una voce)
Produzione 
Produzione Teatro Carlo Felice, Genova.     
Scenografia 
Gary McCann
Costumi 
Gary McCann
Coreografia 
Carmine De Amicis
Corpo di ballo 
Daniele Bracciale, Luca Cappai, Simone Cristofori, Giuseppe Sanniu
Luci 
John Bishop
Musiche 
Richard Strauss
Orchestra 
Orchestra del Carlo Felice
Direzione d'orchestra 
Michael Zlabinger
Coro 
Coro del Carlo Felice
Maestro del coro 
Claudio Marino Moretti