L’arte di Bernini, alla ricerca del gesto che illumini il mondo

di Carmelo Alberti

Data di pubblicazione su web 08/04/2025

Lettere a Bernini


Marco Cacciola entra nello spazio scenico come un artefice qualunque, indossa il camice da lavoro, muovendosi in una sorta di magazzino-atelier con un tavolo, su cui ci sono un computer, un trespolo d’artista, tre casse da imballaggio, varie intelaiature e un grande blocco di marmo al centro. Subito dopo si spengono le luci della Sala Strehler del Teatro Biondo di Palermo che accoglie Lettere a Bernini, scritto e diretto da Marco Martinelli, ideato dallo stesso e da Ermanna Montanari, una co-produzione di Albe/Ravenna Teatro e Emilia-Romagna Teatro ERT Teatro Nazionale.

La vicenda che si svolge nell’arco di una sola afosa giornata, il 3 agosto 1667, riguarda un passaggio biografico della vita di Gian Lorenzo Bernini, il venerato scultore architetto pittore che con la sua arte ha esaltato gli splendori della curia romana e ha celebrato il regno di ben cinque papi. “Bernino”, così è chiamato, è furente perché nella lettera che ha in mano si denuncia la sua avidità e il suo cattivo comportamento nei riguardi di Francesca Bresciani, un’intagliatrice di lapislazzuli, «femmena prisintusa» che lamenta di aver ricevuto la metà del compenso pattuito per il lavoro fatto sul tabernacolo della Fabbrica di San Pietro.



Un momento dello spettacolo
© Enrico Fedrigoli

Chi si crede di essere costei! Non si accontenta del privilegio concessole da un genio indiscusso, «un Maestro acclamato fino a Londra. A Parigi», che può scegliere da sé i collaboratori e pretendere di essere ben ripagato. Che ne può sapere di cosa sia la vera arte un’ingrata le cui pretese stanno al pari di quelle del rivale, il ticinese Francesco Borromini. Sono entrambi dei “longobardi” privi di gusto: «la civiltà è Firenze, Napoli, Roma»: «chieste non tengono manco idea comme se sta ‘o munne».

Così si esprime Bernini con un frequente intercalare in napoletano, mentre il monologo si sdoppia tra le sfuriate in difesa del proprio prestigio presso la cerchia dei nobili committenti e il resoconto dell’interprete che descrive ambienti e contraddizioni di una società fortemente gerarchica, che esalta e opprime. Non si deve contrastare il volere dei potenti, né si può dare loro fastidio. Anche gli intellettuali sono tenuti a rispettare il predominio di chi li paga. Il destino dell’arte è soggetto alla capacità di restare a lungo alle luci della ribalta, perché nella vita – «non solo a teatro» – lo sguardo degli altri ora ti glorifica, ora ti sbrana.



Un momento dello spettacolo
© Enrico Fedrigoli

La coerenza espressiva di Marco Cacciola permette alla narrazione d’insinuarsi entro le caparbie complessità del personaggio, svolgendo con particolare cura l’intrecciarsi degli episodi. La disinvolta moralità di Bernini tende a coinvolgere gli spettatori sia quando rifiuta le critiche di chi lo denigra, sia quando ripensa all’avventura parigina al servizio del Re Sole. Ma si accende ancor più interpretando la farsa napoletana di Coviello insieme ai suoi allievi, esortati a non risparmiare le forze durante l’atto creativo, perché l’improvvisazione teatrale è un gesto che insegna a dominare sé stessi.

Mentre si spegne l’eco dello spettacolo che faceva tanto divertire papa Clemente IX, Cacciola evoca con intensità il ricordo di Costanza Bonarelli, l’unica donna amata, che tradisce Bernini con il fratello Luigi. Una cieca violenza lo travolge, fermandosi a un passo dal fratricidio, ma giungendo a sfregiare il bel volto della donna.


Un momento dello spettacolo
© Enrico Fedrigoli

Così la pièce di Martinelli – edita da Einaudi – allude ai momenti più oscuri dei secoli successivi: su tre schermi-video, simili a finestre sul mondo, appaiono i volti di un pubblico silente che nell’età hitleriana assiste a un concerto diretto da Wilhelm Furtwängler, mentre intanto si rammentano le incongruenze degli architetti al soldo dei dittatori e dei miliardari. Infine, un giovane paggio reca l’ultima missiva con cui si annuncia il suicidio di Borromini. Svanisce ogni ostilità per lasciare il posto a un’intensa pietas verso l’eresia visionaria del suo antico nemico. Non rimane che l’amarezza di chi ha trascorso l’esistenza nel tentativo di “catturare la luce”, la luce di un “non tramonto” sul palcoscenico del mondo.

La misurata regia di Marco Martinelli sospinge le tracce della rappresentazione sul versante del presente, con la consapevolezza che non si è mai placato l’incubo di un irreversibile inabissarsi della società umana nell’oscurantismo e in una nuova barbarie. Contribuiscono al successo le accurate luci di Luca Pagliano, le scene di Edoardo Sanchi, il commento musicale di Marco Olivieri. Applausi convinti.




Lettere a Bernini

Cast & Credits



La locandina dello spettacolo

Cast & credits

Titolo 
Lettere a Bernini
Origine 
Italia
Anno 
2025
Città rappresentazione 
Palermo
Luogo rappresentazione 
Sala Strehler del Teatro Biondo
Prima rappresentazione 
2 aprile 2025
Autori 
Marco Martinelli
Soggetto 
Marco Martinelli, Ermanna Montanari
Traduzione 
consulenza linguistica Valeria Pollice, Gianni Vastarella
Regia 
Marco Martinelli
Interpreti 
Marco Cacciola (Lorenzo Bernini)
Ivan Simonini (voce del cardinale Rinaldo D'Este)
Gianni Vastarella (voce del primo allievo )
Riccardo Savelli (voce del secondo allievo)
Produzione 
Albe / Ravenna Teatro – Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
Scenografia 
Edoardo Sanchi realizzazione scene: Antonio Barbadoro con la squadra tecnica delle Albe Alessandro Pippo Bonoli, Gilberto Bonzi, Fabio Ceroni, Enrico Isola, Danilo Maniscalco, Lorenzo Parisi in collaborazione con Rinaldo Rinaldi
Suono 
Marco Olivieri
Luci 
Luca Pagliano
Musiche 
Marco Olivieri
Note 
tecnico audio Paolo Baldini realizzazione immagini video Filippo Ianiero tecnici video Filippo Ianiero, Fagio assistente alla scenografia Laura Pigazzini organizzazione Silvia Pagliano, Francesca Venturi ufficio stampa Alessandro Gambino-GDG Press, Federica Ferruzzi fotografie dello spettacolo Enrico Fedrigoli