Mitologica nevrosi, il ragazzo che adorava i cavalli
Con
perspicacia, Marco Sciaccaluga, giovane regista appena acquisito dal Teatro Stabile di Genova, nel 1975 metteva in scena
l’opera di Peter Shaffer, scoperta e apprezzata a Londra, dov’era stata
creata nel 1973. La riproposta segna il cinquantesimo anniversario d’una
rappresentazione allora significativa per novità e originalità drammaturgica,
che stimola una riflessione sull’arte del teatro di rara consuetudine, ma di
costante utilità. L’interesse scaturisce dalla verifica della diversità
d’impressione e di significato che lo spettacolo sa costituire, al di là del
tema svolto e della bellezza scenicamente conseguita. Il paragone può misurare
l’effetto del mutamento di sensibilità estetica e intellettuale lungo il tempo
notevole intercorso fra le due edizioni.
Lo
sceneggiatore e drammaturgo partiva dal successo iniziale di Five Finger Exercise (1958) e lo
consolidava con The Royal Hunt of the Sun
(1964), opera d’ambientazione storica (riguardante la colonizzazione del Perù),
dalla quale sorgeva un rimprovero alla cristianità prevaricatrice. Il suo
lavoro veniva dopo la generazione detta “degli Arrabbiati” e partecipava a
quella “del Rifiuto”. L’urgenza della nozione artaudiana di “crudeltà” era già
passata per la sperimentazione di Peter Brook e la grandezza di Harold
Pinter e Edward Bond ispirava a Shaffer un linguaggio teso e nobile,
che in Equus riuniva immaginazione e
poesia, nell’elaborare un episodio reale: lo strano caso di violenza d’un
giovane, internato per avere accecato sei cavalli nella scuderia in cui
lavorava. I nuclei tematici del play
riguardano declinazioni variabili dello scontro fra razionalità e istinto (o
sentimento), fra natura e acculturazione, dalle quali irrompono energie in
lotta fra cosciente volontà e inconscio. Per la critica Maria Dolores Pesce,
sarebbe un’istanza del sentimento del sacro, a denunciare una carenza e a farsi
invocazione a quel valore oscurato dalla società attuale.

Nella
rappresentazione, a tali stati corrispondono numerosi snodi drammatici, nel
racconto iniziato dal gesto impulsivo di Alan. Il tentativo di cura e
guarigione, intrapreso con sforzo e ripulsa dallo psicoanalista Dysart, avanza
secondo flashback nel ricostruire l’antefatto e fare progredire
l’indagine d’analisi terapeutica. Il medico vi resta coinvolto fino
all’autocritica e avviato a una crisi irreversibile. Sarà protagonista, oltre
che regista-conduttore della tragica vicenda. La sua passione per l’antichità
classica, sminuita nel gusto e nel piacere dal tempo, si smussa condizionata
dal ruolo sociale, del quale confessa il peso all’amica magistrato, Ester (Camilla
Semino Favro, affettuosa, sensibile ascoltatrice e mediatrice), che lo
persuade ad affrontare il compito tremendo. Il personaggio interpretato da Luca
Lazzareschi, che attraversa la sala per salire in scena, confidando agli
spettatori i suoi pensieri e dubbi, mostra lo sforzo di comprendere il mistero
del paziente e ne constata il ripercuotersi nella propria situazione. La sua
missione guaritrice gli mostra un bilancio deludente, vuoto, lo rassomiglia
alla nudità impotente offertagli da Alan: «Lo invidio. Lui ha galoppato, tu
no», rimprovera a sé stesso.
Alan ha in Pietro
Giannini l’attore sensibile e duttile nel seguire un duro sofferto regresso
alle origini. Tormentato iter di pulsioni e di scelte, coraggioso nell’assumere
il “siero della verità”, che in effetti la trance
ipnotica gli fornisce. Soggetto a un’intensa vocazione al desiderio naturale,
ne viene deviato dall’educazione famigliare. La madre (Pia Lanciotti),
tanto sincera quanto fondamentalista, cresciuta nella religiosità
moralisticamente intesa, conformata da letture bibliche sbilanciate verso il
senso di dipendenza, del dovere e di colpa. Il padre (Paolo Cresta),
semplice e superficiale, colto in fallo dal figlio stesso. Alla scuderia, Alan
trova la naturalezza equilibrata, spontanea di Jill (Giulia Prevedello),
una ragazza più matura, non disillusa. Il suo dono gratuito sarà un’offerta
nuda e spontanea all’erotismo che l’impotenza del compagno, soggiogato dallo
sguardo di Equus, non sa condividere.

Per il
regista, sentire il dramma come «storia di un giovane che si rifiuta di essere
addomesticato. È un grido, un atto di ribellione. È l’essere umano che si
ricorda di essere un meraviglioso animale» (dal Programma di sala), forse riduce la latitudine dei contrasti e
delle passioni di Alan, sopraffatto da un fenomeno superiore. La sua risposta
emotiva potrebbe apparire debole, troppo controllata, dopo l’evento tragico che
è già accaduto, inabissandolo
nell’enigma della propria verità inaccettabile. Occorreranno la discesa agli
inferi e la risalita, comunque pagate a caro prezzo: «È una bugia quella che ti
sto dicendo, Alan – ammette il medico – Equus non se ne andrà tanto
facilmente... Oh, no! Quando Equus se ne andrà, sarà con le tue viscere tra i
denti» (ibid.).
Laddove
l’esordiente Marco Sciaccaluga rivendicava lo scrupolo filologico della
fedeltà, anche spaziale e formale, all’allestimento diretto da John Dexter
– le sedute analitiche si svolgevano su un vero ring come fossero rounds di boxe – ora il figlio, Carlo
Sciaccaluga, impiega una passerella a spirale praticabile dal pavimento al
soffitto (a raccordo ascendente con la stanza del nevrotico ospite), disegnata
da Anna Varaldo e del “quadrato” resta una pedana rotante centrale,
luogo delle azioni ravvicinate dialogate. Le figurazioni delle evoluzioni umane
e animali stilizzate, usano via via spazi contigui distinti. L’ambientazione
contemporanea novecentesca rimane, nei costumi e negli accessori evocati
mimicamente (un registratore, attrezzi da scuderia), così come i cavalli vivono
nelle maschere indossate a tratti dagli attori. Creazioni vivide, emblemi di
finzione emulativa e simbolica, sineddoche per concretare nella parte il tutto
e riconoscere in un Centauro rovesciato l’identificazione mitica e mistica
dell’adolescente disturbato.

Anche la
dizione – il fonema Eq... Eq... Eq...
e le filastrocche sommesse – segnala nella glossolalia il disturbo
schizofrenico, che Artaud sfruttava a fine espressivo. La recitazione,
così esattamente interiorizzata e pronunciata, senza microfono, necessariamente
veristica, si fa più misteriosa e magmatica nella gestualità guidata
coreograficamente da Claudia Monti. Scossa da brevi note d’archi, roche
e sibilanti, in un contrappunto che ritualizza l’avvenimento, mentale e
immaginario, aprendone la scaturigine della sacralità sepolta e riemergente dal
fondo del protagonista. Così si motiva meglio l’estremismo reattivo di Alan nel
giudizio di un antropologo sulla scomparsa del sacro e delle sue conseguenze:
«Questo cristianesimo ormai del tutto esangue e desacralizzato si è ridotto a
un’agenzia etica […]. Si è fatto evento diurno, lasciando la notte
indifferenziata del sacro alla solitudine dei singoli che oggi, senza
protezione religiosa, devono vedersela da soli con l’abisso della propria
follia, che il sacro sapeva rappresentare e la ritualità religiosa placare» (U.
Galimberti, Cristianesimo. La
religione dal cielo vuoto, Milano, Feltrinelli, 2015). Fattore altrimenti
riferibile alla storiografia della vicenda interpretativa e gestionale della
follia, come analizzata da Michel Foucault negli anni Sessanta del secolo
scorso.
A
complemento della mia testimonianza, resa possibile dall’avere assistito a
entrambe le rappresentazioni e doverosamente da condividere con gli spettatori
odierni, sottolineo la conclusione, nella quale il benemerito guaritore
prospetta al paziente il futuro di una “normalità” vissuta da evirato, escluso
dalla vera passione. Alan, dopo essersi prostrato al dio Equus, d’ora in poi sa
di dover sopportare per sempre il morso che lo incatena, come l’animale.
Epilogo sconcertante. Omessa la catarsi, soltanto l’oscura bellezza del dolore
rimane.
Equus
Cast & credits
| Titolo
Equus |
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| Anno
2025 |
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| Durata
2 ore 45 min. con intervallo |
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| Data rappresentazione
25 marzo 2025 |
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| Città rappresentazione
Genova |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Duse |
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| Prima rappresentazione
25 marzo 2025 |
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| Titolo originale
Equus |
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| Autori testo d'origine
Peter Shaffer |
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| Traduzione
Marco e Carlo Sciaccaluga |
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| Regia
Carlo Sciaccaluga |
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| Interpreti
Luca Lazzareschi (Martin Dysart, psicoanalista) Pietro Giannini (Alan Strang) Camilla Semino Favro (Ester Salomon, magistrato) Giulia Prevedello (Jill Mason, un'infermiera) Michele De Paola (Harry Dalton, un giovane cavaliere) Paolo Cresta (Frank Strang, suo padre) Pia Lanciotti (Dora Strang, sua madre) |
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| Produzione
Teatro Nazionale di Genova – TPE Teatro Piemonte Europa |
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| Scenografia
Anna Varaldo |
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| Costumi
Anna Varaldo |
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| Movimenti scenici
Claudia Monti |
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| Luci
Aldo Mantovani |
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| Musiche
Andrea e Leonardo Nicolini |
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| Note
Maschere: Lorenzo Rostagno, Valentina Viviano e Saverio Galano |