Ricordo di Vito Molinari

di Alessandro Tinterri

Data di pubblicazione su web 26/02/2025

Vito Molinari

Chi si trovi a passare dalle parti di Corso Sempione a Milano, di fronte al palazzo della Rai, alzando lo sguardo vedrà una targa, affissa il 6 novembre 2023, che recita: «Il 3 gennaio 1954 / il regista Vito Molinari / da questo stabile ha diretto / la trasmissione inaugurale / della televisione italiana / Targa a cura del Museo / Biblioteca Attore Genova». Successivamente, in molte occasioni, Vito Molinari ha rievocato quel giorno, l’attività febbrile dell’inaugurazione, le sue corse per dirigere le prime riprese, di carattere tecnico-informativo, per illustrare le prime telecamere e le modalità di trasmissione attraverso i ponti radio sino ad approdare ai televisori. Vito Molinari, che all’epoca aveva ventitré anni, essendo nato a Sestri Levante il 6 novembre 1929 è scomparso a Lavagna il 18 febbraio 1925, all’età di novantacinque anni.

Impeccabile la sua ultima regia, un lungo, ben calcolato commiato, culminato con le celebrazioni del settantesimo anniversario della Rai, che lo hanno visto comparire sovente tra i protagonisti intervistati per evocare gli anni migliori della grande azienda. Così come era stato un infaticabile regista e produttore di programmi televisivi durante l’arco di una lunga carriera, in anni recenti si era rivelato prolifico autore di libri, da Le mie grandi soubrettes (2017) a I miei grandi comici (2018, prefato da Gigi Proietti), entrambi editi da Gremese, da Carosello... e poi tutti a nanna (2019) a La mia Rai (2022), editi da Gammarò. Da quando aveva deciso di destinare al Museo Biblioteca dell’Attore il suo archivio, era divenuto di casa nell’istituzione genovese, chiudendo il cerchio di una vita, iniziata in teatro, in anni lontani, quando, adolescente, vide il suo primo spettacolo al Teatro Margherita di Genova: «Fu una impressione enorme. Il teatro, tutta quella gente elegante, tutte quelle luci, e poi il buio improvviso, il silenzio… Il sipario che si apriva su un mondo magico, irreale […] Una volta feci una pazzia: acquistai un biglietto di platea, poltronissima di prima fila (costava un patrimonio!), per ascoltare L'uomo dal fiore in bocca di Pirandello, nell’interpretazione di Ruggero Ruggeri, che con il suo filo di voce flautata “cantava” il testo. Sublime» (La mia Rai, Sestri Levante, Gammarò, 2022, p. 30).


Dopo la guerra muove i primi passi in teatro, come attore e regista, nel gruppo diretto da Sandro Bobbio: I Persiani, Le supplici di Eschilo, per le Delfiadi di Lione, Mercuzio in Romeo e Giulietta, dove Giulietta è Hilda Toselli, che avrebbe sposato nel 1954. A diciassette anni Gilberto Govi gli propone una scrittura, lui, però, di fronte al dissenso dei genitori, rifiuta: «Govi mi ascoltò serio, poi: “mi dispiace, mi dispiace proprio…”. Mi voltò le spalle, fece qualche passo, si voltò di scatto, e con voce di testa, acuta, quasi in falsetto che usava per sottolineare una battuta comica: E ben, sarà per un'altra volta...!» (ivi, p. 36-7); nel 1990 con Mauro Manciotti scriverà per Marietti il libro Tutto Govi.


All’università ritrova Francesco Della Corte, suo professore di latino e greco al liceo D’Oria, e insieme con Walter Binni e Mauro Manciotti nel 1952 fondano il CUT (Centro universitario teatrale). Con Della Corte inventa il ciclo dei Grandi Processi Classici, sceneggiature teatrali con avvocati, imputati, testimoni e giudici di processi storici, da Lisia (processo a Eratostene) a Cicerone (processo a Celio), spettacoli che vanno anche in Tournée in giro per l’Italia. Il teatro ormai l’ha nel sangue, compreso quello delle marionette, dal momento che cura la regia degli spettacoli della suocera Anna Toselli, che, rimasta vedova, si era trasferita a Genova, dove, durante la guerra, aveva creato una compagnia marionettistica, cui collaboravano anche le figlie, Elda e Hilda, che di lì a poco sarebbe diventata l’attrice giovane di quel gruppo di attori, diretti da Giannino Galloni e Giacomo Furia, comprendente Raul Grassilli, Valentina Fortunato, Alberto Lupo, Ferruccio De Ceresa, Elsa Albani, Lina Volonghi, primo nucleo del futuro Teatro Stabile genovese.


Ma la svolta della vita avviene quando Sergio Pugliese, noto drammaturgo e già funzionario dell’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) durante il fascismo, incaricato dei programmi della nascente televisione, che lo ha notato in una replica milanese delle Catilinarie, gli propone di lavorare con lui. Molinari con l’autoironia che lo contraddistingueva soleva citare il fulminante scambio di battute: «Farebbe televisione?» e lui: «Sì, il presentatore». E Pugliese: «Molinari, con quel naso…!». E lo ingaggia per quattro mesi, come “allievo allestitore”. Affitta una camera in coabitazione con Saverio Vertone e per arrotondare i magri compensi realizza fotoromanzi per “Bolero”, uno per tutti Storia di un re, con Johnny Dorelli e Grazia Maria Spina.


Sulle prime Pugliese punta sui “cinematografari”, che però risultano troppo impegnati nelle numerose produzioni cinematografiche dell’epoca e poco interessati al nuovo mezzo. Attinge allora al mondo del teatro, a lui ben noto: così è nata la tv «da un gruppo di teatranti entusiasti che, senza condizionamenti di modelli e formule straniere (che sarebbero arrivati solo in un secondo tempo), iniziò a fare programmi, sperimentalmente all’italiana, senza una specifica preparazione, sbagliando, discutendo, correggendosi, secondo un proprio gusto che si formava giorno per giorno» (ivi, p. 52). Del primo nucleo, oltre a Molinari, fanno parte Franco Eriquez, Mario Landi, Daniele Danza, Mario Ferrero, Eros Macchi, Antonello Falqui. 


In attesa del 3 gennaio 1954, data di inizio delle trasmissioni regolari, Molinari realizza dei brevi sketch umoristici per annunciare l’evento. A gennaio i teleabbonati sono ventiquattromila 24.000, a dicembre 1954 saranno 88.000, di pari passo aumenta anche il canone dalle 12.400 lire iniziali alle 18.000 di fine anno, mentre il costo medio di un televisore si aggira intorno alla 250.000 lire (cfr. Carosello... e poi tutti a nanna, Sestri Levante, Gammarò, 2019, p. 21).


Dopo il matrimonio e l’insediamento a Milano, vengono i primi programmi e l’incarico da parte di Tullio Cicciarelli come corrispondente teatrale a Milano per «Il Lavoro nuovo» di Genova, che gli consente di frequentare gratis i teatri: la stroncatura di un testo di Enrico Bassano gli procura una sfida a duello da parte del drammaturgo genovese, che fortunatamente non ebbe luogo.


A illustrare il clima creato dalla nomina ad Amministratore Delegato di Filiberto Guala, notabile democristiano, del tutto digiuno, per sua stessa ammissione, di cinema e teatro, che altrettanto esplicitamente dichiarava la sua missione di cacciare pederasti e comunisti, Molinari, icastico, cita il seguente episodio: «C’era un caro amico di Genova, Aroldo Capurro, attore dilettante, titolare di una edicola di giornali in Piazza Banchi. Desiderava molto entrare nel mondo dello spettacolo. Lo raccomando al dottor Mori, responsabile degli studi tv. Accettò di fargli fare un periodo di prova come assistente di studio; risultato ottimo, di bella presenza, alto, autoritario ma gentile, ironico, Aroldo sperava nella riconferma. Non fu assunto. Erano state chieste informazioni su di lui ai vigili di Genova, che si informarono dalle portinaie della sua zona: risultò che era omosessuale» (La mia Rai, cit., p. 65).


Vito Molinari non è solo un testimone attendibile, avendo attraversato da protagonista la storia della televisione, è anche un’inesauribile fonte di aneddoti, talvolta irresistibili, come quando racconta di Carlo Terron, drammaturgo e direttore del servizio prosa, cui era stato richiesto di riprendere la messa: «rifiutò, dicendo che si trattava di un atto unico, sempre uguale a sé stesso, con un finale senza colpi di scena, in cui il protagonista voltava sempre le spalle al pubblico» (ivi, p. 66).


Nel settembre 1954 gli viene affidata la regia di Un, due, tre, con Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, autori Scarnicci e Tarabusi (per intenderci quelli di Caviale e lenticchie), leggendario varietà televisivo destinato a durare sino al 1959, quando incorre nell’incidente dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Alla prima della Scala, ospite d’onore De Gaulle, un incauto Cesare Merzagora, Presidente del Senato, tira troppo indietro la poltrona di Gronchi, il quale, a inni finiti, al momento di sedersi rovina a terra, scomparendo dietro la balaustra. Due giorni dopo, i buontemponi della popolare trasmissione non resistono alla tentazione di architettare uno scherzo: nella rubrica della posta i comici, anziché seduti dietro il tavolo si fanno trovare in piedi, ma, terminati i saluti, Vianello sfila la sedia a Tognazzi, che cade a terra. Pronta la battuta di Vianello, che per altezza ricordava De Gaulle: «Chi ti credi di essere?». E la risposta di Tognazzi: «Tutti possono cadere». Risate, appalusi… Apriti cielo! La stampa si scatena, interpellanze parlamentari, dibattiti e minacce di licenziamento per tutti, sino al pronunciamento del diretto interessato, che rinuncia a prendere provvedimenti per non rischiare l’impopolarità (ivi, pp. 79-80).


Impossibile condensare in poche righe una storia professionale lunga una vita; a Molinari non sono bastati i diversi libri scritti per raccontare più di duemila produzioni e il critico televisivo Aldo Grasso nella prefazione al libro confessa la sua invidia: «Molinari ha vissuto l’intera evoluzione della regia televisiva, dalle fasi pionieristiche alle sperimentazioni seriali. E la sua qualità la si apprezza maggiormente oggi in un frangente storico in cui la regia televisiva è praticamente sparita, soffocata dalle rigide regole dei format e dalla sciatteria formale che attraversa quasi tutte le trasmissioni» (ivi, p. 8).


Chi ricorda la stagione dei grandi sceneggiati televisivi, il Maigret di Cervi, per il tramite di Camilleri, strettamente connesso al recente Montalbano, i bambini nati con la televisione, che hanno imparato a conoscere i volti dei migliori attori del teatro di prosa attraverso Carosello, comprende la ragione per la quale Molinari ha pensato al Museo Biblioteca dell’Attore. Da sempre aperta al cinema, l’istituzione genovese grazie al lascito di Vito Molinari, protagonista critico, per non dire scomodo, di quel periodo, si accinge ora a sfogliare le pagine della storia della televisione italiana.