Assassinio mancato giocando al teatro
Assistendo a tanti allestimenti di Le serve ho spesso pensato che la pièce fosse affrontata da registi e attori quale prova della loro capacità interpretativa d’un modello del nouveau théâtre, non soltanto francese. Una scelta capace di cogliere l’air du temps e attualizzarla artisticamente sulla scena. Lo sguardo retrospettivo sulle interpretazioni memorabili fornirebbe indicazioni discutibili e utili su un percorso di gusti e di pratiche rappresentative storicamente significativo. Dalla memoria traggo così l’edizione del 1968, diretta da Mina Mezzadri con voci registrate, gestualità danzata per simbologie religiose e arredi funebri, ripresi nella produzione genovese del 1971. Mario Missiroli rende il dramma “spettacolo eclettico” nel 1980, con Madame che sogna d’essere Pompadour. Nel 1983 Walter Le Moli scruta con la telecamera i gesti più intimi delle sorelle diaboliche e capta al microfono le loro voci deliranti. Massimo Castri indaga (1990) il rapporto di coppia come esemplare nel dramma borghese, al limite del naturalismo: la ricerca ossessiva d’identità delle serve trabocca d’amore e di odio.
Nel contesto
rievocato, mi pare possa risaltare bella e intrigante la rappresentazione
creata da Veronica Cruciani all’Arena del Sole e poi vista al Teatro
della Tosse. La regista mostra coerenza progettuale ed estetica, sia nel
promuovere la nuova traduzione di Monica Capuani, sia nell’adattamento
che, oltre i tagli (neppure eccessivi), introduce peculiarità della propria
visione. Il testo viene così letto e sociologicamente verificato dalla
drammaturga nei temi del capitalismo (produttore di desideri), del potere
(paradigma di rapporti distorti) e delle disparità, all’origine di disagi e
patologie profondi. Per oggettivare tali situazioni occorrerebbe la crudezza
realistica del linguaggio (appunto aggiornato in traduzione), a esaltare le
implicazioni relazionali qui tipiche fra la padrona e le serve. D’altra parte,
il rischio è che vada perduta l’immagine del male nello sviluppo tortuoso fra
realtà e finzione, verità e parvenza; male irrazionale e gratuito che Genet celebra
nei suoi paradossi poetici. La regista, fedele alla sua vocazione di critica e
di denuncia, riconosce pure l’esigenza formale d’espressione delle ragioni
testuali.

Lo spazio scenico
concepito da Paola Villani, senza sbocchi esterni, è la camera da letto
componibile a moduli che le attrici rendono funzionale al loro rito,
incostante, incerto nei movimenti coreografati da Marta Ciappina,
dipendenti da stati d’animo e ritmo accordato alla tensione drammatica.
L’arredo è freddo e severo; costituito da bauli e armadi, avvolge e condiziona
la lotta delle sorelle nei diversi piani drammatici della rêverie e
della nevrosi, stati pulsionale o istintivi. L’atmosfera turbata sorge anche
dall’hard rock, distorto e rimbombante, nella sonorizzazione miscelata
da John Cascone. Le protagoniste, dedite a turno a imitare la signora e
nel proposito di ucciderla, mancano ripetutamente l’obiettivo. Tentano infine
la soppressione simbolica quando Claire assume l’identità della vittima e beve
la tisana avvelenata per lei preparata. In tale processo consiste l’azione
risolutiva del dramma, che le interpreti vivranno fino al fallimento concreto
del loro progetto (velleitario, illusorio?) d’emancipazione. Tre didascalie
collegano altrettante sequenze della vicenda: “Proteggimi da ciò che voglio”,
“Nel deserto del reale”, “Saremo belle, libere e felici”, ciascuna emblema
d’uno scopo o d’una situazione immaginaria potenziali.

La recitazione (con microfono) gareggia con la ritualità, attraverso il simbolismo del sogno e la suspence prolungata. Il ritmo è ampio e accelerato, a volte convulso. La variazione dei registri vocali – alto e basso concertati – causa qualche incertezza nel distinguere l’immaginario dal reale. Le interpreti che godono di recente, meritato successo offrono maturità precoce e convincente, soprattutto per le doti espressive esibite in ruoli impegnativi di scandaglio psicologico. Così la Claire di Beatrice Vecchione attinge a finezze ben dominate ed effuse, in una gamma estesa di pulsioni e reticenze. Assunto all’inizio il ruolo della signora, ne guida l’arduo cammino verso il momento fatale, soffrendo però per dilazione casuale lo scacco del suo gesto: la sveglia squilla l’allarme del rientro della padrona e il rito s’interrompe.
Solange ha in Matilde
Vigna una rabbia non sopita, mal contenuta, rifluente; nell’ansia di
risoluzione d’un dilemma fra morte e vita, in quanto sorella e in quanto
succube del modello inarrivabile della padrona. Questa, con la sua apparizione,
centrale nella recita, decide anche l’esito della trama assassina. La sua fuga
per raggiungere l’amante evidenzia la funzione del personaggio affidato a Eva
Robin’s, che motiva il gestire distaccato e impassibile con la propria
connaturale ambiguità. Libera dallo sforzo dello straniamento o
dell’introspezione, trova facile e spontanea l’autoironia a cui aggiungere
qualche più pensosa allusione esistenziale. Verso la conclusione, è ancora
Claire a prendere l’iniziativa e a immedesimarsi con la signora. L’abito allora
è bianco, nuziale, dopo quello rosso che l’aveva avvolta di sensualità
elegante, ed è lei che comanda l’esecuzione che può renderla vittima
sacrificale. Per un momento torna a prevalere Solange (nel ruolo di Claire) che
aggredisce e strozza in Claire la signora e la lascia a terra esanime, morta in
apparenza.

È l’intuizione che la
regista applica con sapiente dosaggio d’emozioni e sensazioni, d’effetto
specialmente per chi conosce e segue la vicenda nel testo originale. Ne
consegue il monologo, nel quale si libra verso la condanna a morte, lungo il
viaggio fantasioso e glorioso della mitica assassina vagheggiata. L’imprevisto
viene dal “risveglio” di Claire, d’allora davvero padrona della
rappresentazione, poiché suggerisce alla sorella i gesti del delitto rituale,
sostitutivo, ma simbolicamente efficace. Apoteosi comunque finta e fallace per
il progetto d’eliminazione reale, come cancellato dal rispecchiamento
all’infinito di due personalità attratte, scisse e tragicamente per sempre
separate.
Luci forti costanti,
un po’ monotone, nel contrasto smorzato di luce e tenebre suggerito dall’autore
che, quanto alla vocalità, richiede il sottotono furtivo. Anche la
traduzione conforta il risultato cercato: alterata la funzione poetica del
linguaggio (qualificante in Genet quanto in Claudel), il parlato non
ricalca quello quotidiano, ma analogicamente lo ricrea, affinché volgarità e
violenza si nobilitino in bellezza. Lo scarto di questa esperienza dal clima
artificiale e morboso cercato dall’autore, così vigorosamente attualizzata
dalle attrici, è certo più suadente del tormentato simbolismo originale. Lo
spettatore applaude, accogliendola come alternativa gradita e funzionante
rispetto a una più “filologica”, ma prevedibile, rappresentazione.
Le serve

Cast & credits
| Titolo
Le serve |
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| Data rappresentazione
7 febbraio 2025 |
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| Città rappresentazione
Genova |
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| Luogo rappresentazione
Teatro della Tosse |
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| Prima rappresentazione
1 febbraio 2024 |
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| Autori
Jean Genet |
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| Adattamento
Veronica Cruciani |
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| Traduzione
Monica Capuani |
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| Interpreti
Eva Robin's (La Signora) Beatrice Vecchione (Claire) Matilde Vigna (Solange) |
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| Produzione
CMC / Nidodiragno, Emila Romagna Teatro |
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| Scenografia
Paola Villani |
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| Costumi
Erika Carretta |
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| Movimenti scenici
Marta Ciappina |
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| Suono
John Cascone |
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| Luci
Théo Longuemare |
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| Musiche
John Cascone |