“Era gią tutto previsto”: cronache di una distanza

di Viola Caliendo*

Data di pubblicazione su web 24/01/2025

Parthenope


Sembra un film plurale, Parthenope, l’ultimo di Paolo Sorrentino, pensato e concepito per essere il suo capolavoro. Sembra. Ma a dispetto delle mille tinte che lo colorano, della caleidoscopica composizione di voci, suoni e sguardi, si rivela, infine, come uno sconcertante trionfo dell’egocentrismo. Non c’è spazio per la profondità, per la complessità dell’esistenza e la protagonista Parthenope rimane prigioniera della superficialità di uno sguardo, agito o subito, le cui conseguenze sfuggono a lei stessa e a chi le sta intorno. Conseguenze drammatiche e feroci, delle quali poco importa mentre, intanto, tempus fugit.

                                                                                   Una scena del film

Parcellizzabile in una miriade di piccoli episodi giustapposti, la storia della bellissima figlia di un armatore napoletano vive l’effimero splendore degli anni ’50 in una città cartolina: il mare bello, l’orizzonte soleggiato, i cafoni e i camorristi, i milionari in vacanza e le attrici frustrate, la pacchianeria dei convivi, sospesi tra sacro e profano, la festa di San Gennaro, l’attesa del miracolo e l’incombere della sconfitta, in una fantasmagoria di allusioni cinematografiche e ammiccamenti alla dimensione politico-sociale. Senza il dolore dell’Amica Geniale, senza la cupezza amara de Il camorrista di Tornatore (1986), il film offre un omaggio intellettualistico alla sceneggiata alla Mario Merola, di cui viene amplificato il grottesco, e al De Sica de L’oro di Napoli (1954), come racconta l’epica citazione della carrozza barocca qui donata dal personaggio che allude ad Achille Lauro, protagonista della politica e dell’economia partenopea di quegli anni; su tutto un immancabile tocco di paternalismo alla Silvio Orlando, nei panni di un docente universitario incaricato, da solo, di restituire un po’ d’umanità, anch’essa eccessiva, a un film che ostenta il proprio disincanto dal principio alla fine.

Quanti speravano di cogliere in Parthenope anche un barlume del fascino e della complessità del mito della sirena, omerica, ellenistica, o medievale, sono rimasti delusi nel dover constatare come, essenzialmente, di una tale ricchezza di occasioni, Sorrentino non abbia voluto coglierne alcuna, limitandosi a sintetizzare, nella pur splendida cornice posillipina, il talento di un luogo che fa cessare ogni dolore, ma che rimane altura distante di un altrove pianeggiante in cui, piuttosto, la pena si rinnova in ogni azione quotidiana. Le risposte e le domande della bella senz’anima hanno, sì, il talento di figurare come voce oracolare, ma non schiudono orizzonti di senso e lasciano attonito il pubblico attento a quella parlata sciatta e trascinata che, ancora una volta, asseconda un dovere iconografico e non chiede che di rimanere ancorata a sé stessa.


                                              Una scena del film

Poche frasi ad effetto («Lo senti l’odore degli amori morti») e molte, troppe battute sentenziose in cui chi ha scritto i dialoghi (o i monologhi, visto che, nella gran maggioranza dei casi, i personaggi del film, tutti perfettamente autocentrati, non riescono a parlare tra di loro, ma semplicemente sovrappongono le proprie voci) esprime con autocompiacimento alcune personali convinzioni e le impone attribuendole a personaggi che vengono incastonati come pietre troppo grosse su gioielli inadeguati. Partenope è meravigliosa, seduce con naturalezza, ma con consapevole prepotenza; si prende quello che vuole, lasciandolo, poi, a metà perché non lo vuole veramente. Esplora con famelica curiosità la sfera del desiderio altrui, provocandolo fino a suscitare sgomento e dolore. Ma non lo sa, e se lo sa lo ignora. Cerca, tuttavia, di comunicare con chiunque attiri la sua attenzione, o la pretenda: e in questa sua attitudine a entrare in relazione, trova la strada per andare avanti, galleggiando sulle sciagure emotive che, man mano, si lascia attorno, mentre la vita scorre, l’età avanza lasciandole un po’ di ruggine sul cuore, di insipida amarezza in bocca, e infinita solitudine.


                                                Una scena del film

E se nel mito Partenope muore suicida, nel film di Sorrentino va via per sempre da sé, in una città del Nord, una città senza mare: una città “senz’amare”. Qui l’affermazione professionale si sovrappone a qualunque altra scelta per lei impossibile: senza passione vive, senza dolore ripensa al suo passato, e solo riferendosi alla propria nostalgia («È stato bello, ma è durato poco»), ormai donna e in nulla più sirena, torna a Napoli dopo la pensione: la città vive, nei giorni del suo ritorno, la gioia eccessiva del terzo scudetto, che nulla ha a che fare con la sintonia della vicenda, e che, tuttavia, proprio per questa sua dissonanza, restituisce armonia a un’opera che stenta a trovare una propria dimensione. Parthenope guarda Parthenope senza riuscire a riflettervisi: la guarda come una turista che non la conosce, ma la riconosce, come se l’avesse sempre vista in cartolina, e vissuta mai.


* Studentessa del Laboratorio di culture digitali e arti performative nel corso di Scienze dello Spettacolo del Dipartimento SAGAS.



Parthenope

Cast & Credits




  La locandina

Cast & credits

Titolo 
Parthenope
Anno 
2024
Durata 
136 min
Colore 
Soggetto 
Paolo Sorrentino
Regia 
Paolo Sorrentino
Interpreti 
Celeste Della Porta (Parthenope )
Stefania Sandrelli (Parthenope adulta)
Silvio Orlando (Professor Marotta)
Gary Oldman (John Cheever)
Luisa Ranieri (Greta Cool)
Peppe Lanzetta (Arcivescovo )
Dario Aita (Sandrino)
Daniele Rienzo (Raimondo)
Isabella Ferrari (Flora Malva)
Produttori 
Paolo Sorrentino, Lorenzo Mieli, Anthony Vaccarello, Ardavan Safaee, Douglas Urbanski
Produzione 
The Apartment, Fremantle, Saint Laurent productions, Numero 10, Pathé Pictures
Montaggio 
Cristiano Travaglioli
Fotografia 
Daria D'Antonio
Musiche 
Lele Marchitelli