Romagnola

di Alessandro Tinterri

Data di pubblicazione su web 15/01/2025

Romagnola

Le iniziative promosse dal Comitato per le celebrazioni del centenario della nascita di Luigi Squarzina (Livorno 18 febbraio 2022-Roma 3 ottobre 2010), presieduto da Maria Ida Biggi, docente universitaria a Ca’ Foscari Venezia e direttrice dell’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini, si sono chiuse il 27 settembre 2024 al Teatro Alighieri di Ravenna con Romagnola. Un racconto in musica ispirato al testo omonimo, alle opere, alla vita e al tempo di Luigi Squarzina, elaborazione e regia di Elena Bucci, anche interprete con Marco Sgrosso e con Andrea De Luca, Nicoletta Fabbri, Agata Marchi, Francesca Pica e Valerio Pietrovita, con le musiche originali dal vivo di Christian Ravaglioli, cura e drammaturgia del suono di Raffaele Bassetti, luci di Marco Rabiti, video di Stefano Bisulli, con la collaborazione di Roberto Passuti, scene e costumi Nomadea. 

Quella andata in scena a Ravenna (la famiglia Squarzina era originaria di Lugo) è qualcosa di più di una mise en espace di uno dei testi più significativi della produzione drammaturgica di Squarzina, vincitore del Premio Marzotto 1957, elaborazione, come Tre quarti di luna (cui appartiene l’iconica scena dello studente, interpretato dal debuttante Luca Ronconi, che pugnala il Preside gentiliano/Vittorio Gassman), della tragedia del fascismo. E qui, sempre nel quadro del centenario, cade opportuno citare il volume del Teatro edito da Laterza nel 2022, che, oltre ai titoli testé citati, comprende L’Esposizione Universale, La sua parte di storia e Il pantografo. 

Si tratta di una tragedia corale, con un’ottantina di personaggi, al cui centro è la tragica storia d’amore tra Cecilia e il partigiano Michele, inserita in un arco temporale compreso tra il 28 giugno 1942 e l’11 aprile 1945, sullo sfondo di una Romagna contadina, funestata dalla guerra civile: Cecilia viene giustiziata dai partigiani, perché ha denunciato Michele, causandone la fucilazione da parte dei fascisti. La riduzione andata in scena a Ravenna, pur riducendo drasticamente il numero degli interpreti, che si prodigano a dar voce ai numerosi personaggi, punta alla valorizzazione del testo, anziché far leva sull’azione scenica,  e, grazie a un efficace ricorso ai video, restituisce il clima della vicenda storica, mettendola in prospettiva, sino al suggestivo finale, in cui le silhouette, che appaiono dietro uno schermo,  alludono all’inquietante presente, sottolineando l’attualità dell’analisi storica di Squarzina.

Gianni Polidori, bozzetto per lo spettacolo Romagnola
(Museo Biblioteca dell'Attore, Genova)

Collegamento tra presente e passato, richiamato a partire dal bozzetto dello scenografo Gianni Polidori (oggi conservato al Museo Biblioteca dell’Attore di Genova) per la prima dello spettacolo, in scena al Teatro Valle di Roma il 5 febbraio 1959, con la regia dello stesso Squarzina, le scene dello stesso Polidori e i costumi di Misa D’Andrea. In un impianto registico d’ispirazione brechtiana agiva un cast d’eccezione, che oltre a Virna Lisi (Cecilia) e Carlo Giuffrè (Michele) comprendeva tra gli altri: Franco Graziosi, Renzo Palmer, Claudio Gora, Franco Parenti, Vittorio Sanipoli, Laura Adani, Paolo Giuranna, Luca Ronconi, Sergio Tofano. 

Se a decenni di distanza il testo fa riflettere per gli elementi affioranti nel dibattito attuale di un Paese, che non ha fatto fino in fondo i conti con la propria storia, all’epoca la prima romana suscitò una bagarre scatenata da gruppuscoli di fascisti infiltrati. Sulle colonne de «Il Tempo» del 6 febbraio 1959 Giorgio Prosperi dava atto all’autore: «Di tutto si può rimproverare Luigi Squarzina fuorché di mancanza di coraggio: regista tra i più quotati, autore stimato ed apprezzato, nell’età giusta in cui molti cominciano ad esser prudenti, con “Romagnola” tenta la più rischiosa delle imprese, sia dal punto di vista formale che da quello dei contenuti. Al Valle iersera con la Compagnia del Teatro d’Arte Italiano, quattro ore di spettacolo, il più complesso e pericoloso che si possa pensare». 

Ad anni di distanza, Luciano Lucignani affidava la sua testimonianza a un articolo apparso su «la Repubblica» del 3 agosto 1988: «C’ero anche io quella sera. E ricordo bene la gazzarra inscenata da alcuni giovinastri fascisti imbecilli, i loro lugubri apparati iettatori portati in giro per i vicoli che circondano il teatro romano, i lanci di ortaggi e uova marce all’indirizzo degli interpreti, i fischi e gli insulti piovuti da loggione. E ricordo anche la reazione, civile ma ferma del pubblico, gli applausi calorosi che salutarono alla fine gli attori alla ribalta. Ci sentivamo tutti un po’ partecipi, quella sera; sui volti di coloro che battevano le mani si leggeva la soddisfazione per una bella battaglia vinta e il teatro pareva tornato, come in altri tempi, alla sua funzione di arena, di scontro e di dibattito di opposte opinioni».