Poetico, levigato e un po' minimalista

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 07/12/2024

Simon Boccanegra

Capolavoro che solo dal dopoguerra è tornato a far parte del nostro lessico familiare, Simon Boccanegra non è però entrato ancora nella quotidianità di quel lessico stesso. Resta confinata tra le opere 'da grandi occasioni' e, preferibilmente, da apertura di stagione: così avvenne in occasione della sua renaissance, che partì da Roma sul finire degli anni Quaranta grazie al baritono Tito Gobbi; così fu pure per l’epocale inaugurazione scaligera Abbado/Strehler (anno di grazia 1971); e così – già nell’attuale millennio – si verificò anche con l’esordio di Riccardo Muti in questa partitura. Il quale, dopo essersi tenuto lontano per decenni dal Simone forse proprio per evitare sovrapposizioni con l’epocale interpretazione di Abbado, dodici anni fa compì il miracolo di offrire una lettura di segno diversissimo ma altrettanto grande, salvo poi non riaccostarvisi più.

Nel frattempo – com’è nel destino di ogni grande titolo verdiano – l’opera ha tentato altri illustri cantanti e direttori, taluni memorabili, talaltri semplicemente radicati nello star-system. Non poteva dunque sfuggire né al baritono italiano più gettonato di oggi (Luca Salsi) né alla più amata tra le nostre bacchette della generazione dei quarantenni: Michele Mariotti, che proprio nel Boccanegra ottenne diciassette anni or sono, a Bologna, la sua prima affermazione da enfant prodige del podio e solo adesso, per l’apertura della nuova stagione dell’Opera di Roma, torna a riaffrontare l’opera, con la maturità dei tre lustri abbondanti di carriera intercorsi nel frattempo. Un’inaugurazione, questa romana, all’insegna di nomi allettanti (oltre a Mariotti e Salsi, anche Eleonora Buratto e Michele Pertusi) e di una regia, a firma Richard Jones, moderna e concettuale: dunque perfetta – almeno sulla carta – per un melodramma storico, politico ed 'etico' come Simon Boccanegra, dove il potere deve fare i conti col sentimento, mentre guerre fratricide e atavici sensi di colpa lasciano dialogare pubblico e privato in una prospettiva tanto metastorica quanto psicanalitica ante litteram. 

Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo
© Fabrizio Sansoni

Non tutto ha funzionato com’era lecito aspettarsi, benché lo spettacolo resti di quelli importanti. Ciò che lascia perplessi della concertazione di Mariotti è il non aver approfondito – nella sostanza, almeno – la sua lettura rispetto agli esordi bolognesi. La tecnica (già salda quando era un ventenne sbarazzino e rampante) si è ulteriormente scaltrita, ed è ad alti livelli la risposta che sa ottenere dall’orchestra in termini di bellezza sonora, anche grazie all’ottima sintonia instaurata da tempo con gli strumentisti del teatro romano. Pregi e limiti della sua concertazione restano però quelli di diciassette anni fa: spiccano quindi un’estrema flessibilità agogico-dinamica (il Preludio è addirittura virtuosistico, sotto tale profilo), una nettezza di contorni che rende tutto molto intelligibile, una levità che per un’opera cupa e tormentata come questa appare nell’insieme fuor di luogo, ma sa pure aprire spiragli insospettati. È il caso della ballata L’atra magion vedete?, che qui perde quel retrogusto fosco e allucinato imparentato con Il trovatore, per stemperarsi in una scorrevolezza forse non immemore delle analisi verdiane di GinoRoncaglia, quando definiva questo brano uno 'scherzo sinfonico'. 

Restano però – allora come oggi – la carenza di una robusta lente interpretativa e, con essa, l’incapacità d’imprimere lievito drammatico ai vari preziosismi sciorinati durante la serata. Come a dire che Mariotti ha il dono della minuziosità, più che della sintesi, e il suo rimarchevole senso del dettaglio non arriva a ricompattarsi in una visione d’insieme, né sotto il profilo della grande arcata narrativa né, tanto meno, sotto quello ermeneutico. Lo si nota soprattutto nella Scena del Consiglio: dove il concertatore riesce (e non è merito da poco) a mettere a fuoco gli interventi di ogni voce, senza che la sovrapposizione dei diversi piani sonori rendano anonimo questo o quel personaggio, rinunciando però a coagulare tutto in un’unica, possente campata plastica. Che era poi quello cui Verdi tendeva. 

Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo
© Fabrizio Sansoni

Un eccesso di minimalismo – la Genova delle Repubbliche Marinare viene sostituita da una contemporaneità 'trasversale', che rimanda simultaneamente all’oggi come all’Italia della guerra civile negli ultimi mesi del fascismo – è imputabile forse pure alla messinscena. Jones tiene un piede nel didascalico (le suore al capezzale della figlia di Fiesco, i manifesti elettorali sui muri, il rapimento di Amelia a vista anziché fuori scena...) e uno nel metaforico (senza soluzione di continuità dal letto di morte dove giaceva Maria si risveglia la figlia Amelia, con tutta la vitalità della gioventù), talvolta ottenendo anche esiti poetici (la bambina che apre e chiude lo spettacolo, intesa come duplice allusione ad Amelia/Maria e a un’infanzia antidoto all’odio fra gli uomini). La diacronia dei costumi di Antony McDonald – che alternano berretti e casacche d’un proletariato odierno a ermellini e gorgiere trecentesche – fa molto déjà vu, mentre le scene dello stesso McDonald attingono a un citazionismo figurativo eterogeneo che, comunque, fanno virare l’immaginario verso un’Italia fascista o postfascista. È il caso della piazza nel prologo, uscita da un quadro di De Chirico; o del gigantesco faro (unico riferimento, insieme alla scogliera del primo atto, a un mare che per Verdi è del tutto coprotagonistico, ma qui non si vede mai), citazione esplicita d’un dipinto di Carrà. 

Il faro, appunto, diventa metafora di luce in un’umanità ottenebrata dall’odio e dalla belligeranza. E questa luce può derivare soltanto dall’unica figura femminile, che è la sola estranea al mondo della guerra. In un’ottica pacifista e femminista Amelia diventa, nell’impaginazione di Jones, la vera protagonista del dramma e, d’altronde, già nel libretto di Piave era proprio lei ad essere ricollegata all’immagine del faro («E come faro sfolgori sul tramite mortale»). La Buratto si accolla tale surplus drammaturgico con l’infallibilità delle provette vocaliste e l’intensità delle interpreti compenetrate, dando vita a una figura di giovane donna moderna – nel senso atemporale del termine – e consapevole, assai più matura degli uomini che la circondano; mentre sul fronte canoro l’ampiezza della cavata, e il saper entrare in perfetta simbiosi sonora con i trilli degli archi che accompagnano la sua aria di sortita, si traducono in una perizia tecnica mai fine a sé stessa e sempre piegata a fini espressivi. 

Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo
© Fabrizio Sansoni

Anche quelle di Pertusi e Gevorg Hakobyan sono interpretazioni che lasciano il segno. Il primo riesce veramente a restituire – e di fatto a inventarsi grazie a qualità psicologico-stilistiche, ché lo strumento di Pertusi da tempo ha perso smalto – quella voce «con qualcosa d’inesorabile, di profetico, di sepolcrale» che Verdi auspicava per il personaggio di Fiesco, dando vita a un miscuglio di hybris e pietas dalla formidabile forza teatrale; mentre, alle prese con un ruolo meno sfaccettato e più esplicitamente malefico come quello di Paolo Albiani, Hakobyan punta soprattutto sul timbro (bronzeo, sinistro) e la risonanza (una voce che riempie la sala, ma perché perfettamente manovrata e non solo per qualità naturali). Un soprano, un basso e un 'secondo baritono' così appaganti hanno tuttavia il limite di ridimensionare – almeno in parte – quello che doveva essere il baritono mattatore, ossia l’interprete di Simone. Nella replica di cui si dà conto, Salsi non appariva in gran salute vocale e questo da un lato è stato paradossalmente un vantaggio (cantante talvolta sopra le righe, il non essere in perfetta forma l’ha indotto ad evitare eccessi di sottolineatura), mentre dall’altro ha recato nasalità e sbiancamenti (increscioso il Fa acuto nel duetto con Amelia, risolto con un suono quasi falsettante). E se almeno nell’ultimo atto la voce ha ben risposto alle intenzioni, resta fermo che a una dizione eccellente – il punto di forza di Salsi – non sono seguiti né un accento veramente incisivo né un fraseggio davvero scavato. 

Stefan Pop replica il sempiterno archetipo del tenore di bella voce ma scarsa personalità, mentre tra i personaggi di fianco spiccano l’ottima caratterizzazione del basso Luciano Leoni (il voltagabbana, venalissimo Pietro) e, nella breve perorazione funebre intonata dal Capitano, il canto saldo e squillante di Michael Alfonsi. Lui sì da utilizzare, un domani, come tenore principale.


Simon Boccanegra

Cast & Credits

Trama


Un momento dello spettacolo visto il 3 dicembre 2024 al Teatro dell'Opera di Roma

Un momento dello spettacolo visto il 3 dicembre 2024 al Teatro dell'Opera di Roma
© Fabrizio Sansoni



Cast & credits

Titolo 
Simon Boccanegra
Origine 
Italia
Anno 
2024
Durata 
3 h ca.
Data rappresentazione 
3 dicembre 2024
Città rappresentazione 
Roma
Luogo rappresentazione 
Teatro dell'Opera di Roma
Prima rappresentazione 
27 novembre 2024
Libretto 
Francesco Maria Piave e Arrigo Boito
Regia 
Richard Jones
Interpreti 
Luca Salsi (Simon Boccanegra)
Eleonora Buratto (Maria Boccanegra (Amelia))
Michele Pertusi (Jacopo Fiesco)
Stefan Pop (Gabriele Adorno)
Gevorg Hakobyan (Paolo Albiani)
Luciano Leoni (Pietro)
Angela Nicoli (Ancella di Amelia)
Michael Alfonsi (Capitano dei balestrieri)
Produzione 
Nuovo allestimento Teatro dell'Opera di Roma
Scenografia 
Antony McDonald
Costumi 
Antony McDonald
Coreografia 
Sarah Kate Fahie
Luci 
Adam Silverman
Musiche 
Giuseppe Verdi
Orchestra 
Teatro dell'Opera di Roma
Direzione d'orchestra 
Michele Mariotti
Coro 
Teatro dell'Opera di Roma
Maestro del coro 
Ciro Visco
Note 
Maestro d'armi: Renzo Musumeci Greco

Trama

PROLOGO


Una piazza di Genova, verso la metà del ’300 – Fervono le lotte fra patrizi e plebei per l’elezionedel nuovo Doge. Un ambizioso plebeo, il filatore Paolo Albiani, confida al popolano Pietro di voler sostenere la candidatura di Simon Boccanegra – un corsaro al servizio della repubblica genovese – nella speranza di poter ottenere da questi poteri e ricchezza. Giunge Simone, angosciato perché da tempo non ha notizie di Maria – la donna amata dalla quale ha avuto una figlia – che il padre Jacopo Fiesco tiene prigioniera nel suo palazzo per impedirle di sposarlo. Paolo convince Simone ad accettare la candidatura (una volta eletto Doge, Fiesco non potrà più negargli Maria) e chiede di essergli vicino nella lotta per la conquista del potere. Uscito Simone, Pietro chiede al popolo di votare per Boccanegra, mentre Paolo addita alla folla l’odiato palazzo signorile dei Fieschi, sempre più cupo da quando Maria non appare più ai balconi e solo il padre si vede errare per le vuote sale. Allontanatisi i popolani, dal palazzo esce sconvolto Jacopo Fiesco: Maria è morta; voci lamentose cantano il suo miserere. Sopraggiunge Simone, ignaro della morte dell’amata, e supplica Fiesco di perdonarlo e concedergli la figlia, ma l’inflessibile patrizio, ora più che mai fermo nel suo odio mortale per il corsaro, fa balenare una speranza di perdono solo se Simone accetterà di affidargli la bambina avuta con Maria. In preda a una profonda angoscia, Boccanegra rivela che la bimba, affidata a un’anziana nutrice sulla costa pisana, è da tempo misteriosamente scomparsa. Ogni speranza di pace tra i due rivali svanisce; Fiesco si allontana e rimane in disparte ad osservare Simone che, esasperato, decide di entrare nel palazzo per cercarvi Maria. Poco dopo giunge il suo grido disperato, al quale si sovrappongono, in un tragico contrasto, lontane voci di esultanza: il popolo acclama il nuovo Doge, Simon Boccanegra.


ATTO PRIMO


Giardino dei Grimaldi, fuori Genova. Sono passati venticinque anni – Una giovane donna, Amelia Grimaldi, ricorda confusamente un passato doloroso mentre attende l’arrivo dell’uomo che ama, il nobile Gabriele Adorno, che giunge cantando una canzone d’amore. La fanciulla si dice preoccupata per la vita del giovane, che sa coinvolto in una congiura guelfa contro il Doge plebeo assieme al vegliardo che si prende cura di lei – il nobile Andrea Grimaldi – e a Lorenzino, un plebeo segretamente vendutosi ai patrizi. Giunge Pietro e annuncia che il Doge desidera visitare il palazzo dei Grimaldi. Amelia, turbata, avverte Gabriele che Simone chiederà la sua mano per il favorito, Paolo Albiani, e lo supplica di affrettare le loro nozze. Rimasto solo con Gabriele, Andrea gli rivela l’oscura origine di Amelia, un’orfanella che, raccolta nel convento dove era morta la vera figlia dei Grimaldi, ne ha assunto il nome per salvare il patrimonio della famiglia. I due patrizi si allontanano all’arrivo del Doge, che si rivolge ad Amelia offrendo pace alla sua casata e chiedendole di parlargli di sé. La fanciulla confessa di amare Gabriele ma di essere desiderata dal perfido Paolo, che aspira a impossessarsi delle ricchezze dei Grimaldi, e narra la sua storia di povera trovatella cresciuta in quel di Pisa. Simone, emozionato, la incalza con le sue domande e le mostra un ritratto di Maria, identico a quello che Amelia possiede di sua madre. Commosso per aver ritrovato la figlia perduta, Simone l’abbraccia teneramente e la rassicura: non verrà data in sposa contro la sua volontà. Allontanatasi la fanciulla, Simone ordina a Paolo di rinunciare a lei. Paolo allora, furente per l’ingiunzione del Doge, decide di rapire Amelia con l’aiuto di Pietro e di Lorenzino, che tiene in suo potere essendo a conoscenza del suo tradimento a favore dei patrizi.

Sala del Consiglio – Il Doge chiede il parere dei consiglieri circa la guerra con Venezia: sensibile all’esortazione di pace di Francesco Petrarca, vorrebbe evitarla, ma trova la violenta opposizione di Paolo e dell’assemblea. Dalla piazza giungono i clamori di un tumulto. Simone si affaccia a un balcone e scorge Gabriele Adorno che si difende dalla folla inferocita. Dalla piazza giungono grida contrastanti e Simone ordina di aprire le porte per far entrare i contendenti e ascoltare le loro ragioni. La folla irrompe, trascinando Gabriele e Andrea e chiedendo vendetta per l’assassinio di Lorenzino. Interrogato dal Doge, Gabriele dichiara di averlo ucciso perché aveva tentato di rapire Amelia, su istigazione di «un uom possente». Convinto si tratti del Boccanegra, il giovane patrizio si slancia verso di lui per ucciderlo. Ma viene fermato da Amelia, che si frappone fra lui e il padre, racconta le fasi del rapimento e, fissando Paolo, dice di poterne riconoscere il mandante tra i presenti. Scoppia un tumulto, plebei e patrizi si accusano a vicenda; Simone interviene con parole accorate a placare gli animi, chiedendo pace e concordia per il suo popolo. Gabriele, colpito, si consegna al Doge che, con forza terribile, impone a Paolo di unirsi alla comune esecrazione del vile rapitore, presente in sala. Paolo, inorridito, è costretto a maledire se stesso. Tutti i presenti gridano minacciosamente «Sia maledetto!».


ATTO SECONDO


Stanza del Doge nel Palazzo Ducale di Genova – Prima di fuggire da Genova, Paolo vuole vendicarsi dell’uomo che un tempo ha fatto salire al trono. Dopo aver versato un veleno nella tazza di Simone, introduce nella stanza Gabriele e Andrea, di cui rivela di conoscere la vera identità e l’odio profondo per il Boccanegra: sotto il nome di Andrea Grimaldi si cela infatti Jacopo Fiesco, da tutti creduto morto da tempo. In nome di quell’odio antico, Paolo chiede a Fiesco di colpire il Doge nel sonno, ma il fiero vecchio rifiuta di compiere un atto così sleale. Paolo non desiste e insinua in Gabriele il sospetto che Amelia si trovi nelle stanze del Doge, vittima delle sue turpi attenzioni. Giunge Amelia e tenta invano di convincere Gabriele della purezza dei sentimenti che la legano a Simone, senza rivelargli però di esserne figlia. All’arrivo di Boccanegra, ella nasconde il giovane sul balcone e implora il padre di concedere a Gabriele, legato alla congiura guelfa, il suo perdono. Simone, perplesso, chiede di rimanere solo. Versa dell’acqua nella tazza, la beve e si assopisce. Gabriele gli si avvicina per ucciderlo, ma ne è impedito dal ritorno di Amelia che, ancora una volta, si frappone e supplica il giovane di riporre il pugnale. Il Doge, risvegliatosi, sfida Gabriele a colpirlo, visto che già gli ha involato il cuore della figlia. Proprio in quel momento si odono voci concitate: i congiurati guelfi stanno assalendo il palazzo. Il Doge incarica Gabriele di comunicare loro le sue proposte di pace e il giovane, commosso, parte, deciso a tornare – se non verrà ascoltato – per combattere al fianco del Boccanegra, che gli concede la mano della figlia.


ATTO TERZO


Interno del Palazzo Ducale – La rivolta è fallita, i congiurati patrizi (ai quali si è unito, per sete di vendetta, Paolo) sono stati sconfitti. Prima di essere condotto al patibolo, Paolo rivela a Fiesco, disgustato, che un veleno sta per uccidere Simone. In preda a un misterioso affanno – primo sintomo del veleno propinatogli da Paolo –, Simone cerca refrigerio respirando sul balcone l’aria del mare, che gli ricorda le glorie passate. All’improvviso gli si avvicina la sinistra figura di Fiesco, che si fa riconoscere come il suo antico rivale. Ma il Doge risponde ai suoi propositi di vendetta rivelandogli che Amelia Grimaldi è in realtà Maria Boccanegra, la figlia scomparsa di Simone e di Maria Fiesco. La commozione invade il vecchio patrizio che, troppo tardi, comprende l’inutilità del suo lungo odio, cede all’abbraccio di Simone e con voce spezzata gli rivela che un traditore lo ha avvelenato. Entrano Amelia e Gabriele, seguiti dalla corte dogale. Simone invita la figlia a riconoscere in Fiesco il nonno materno, benedice i due innamorati e muore, dopo aver indicato in Gabriele il nuovo doge di Genova.