Il meraviglioso, anzi

di Vincenzo Borghetti

Data di pubblicazione su web 30/10/2024

Der Rosenkavalier

È il 1911 l’anno della prima rappresentazione del Rosenkavalier al Teatro di corte di Dresda, e pure alla Scala – in italiano, diretto da Tullio Serafin di fronte a un Richard Strauss deliziato dalla qualità dell’esecuzione. Gli esiti furono molto diversi: trionfo a Dresda; misto di applausi e fischi a Milano. Strauss e Hofmannsthal avevano realizzato un monumento a quel mondo di ieri che di lì a poco sarebbe scomparso, guardando all’epoca di Maria Teresa come specchio di civiltà per quel primo Novecento austro-tedesco che si avviava verso una sanguinosa catastrofe. Con la somma del suo passato e del suo presente, Vienna è di quel mondo lo sfondo e insieme l’epitome ideale, e l’opera la racconta con la geniale congiunzione dei valzer (onnipresenti nella partitura) per sonorizzare una storia ambientata nel grande Settecento asburgico. Ma è una storia di struggente nostalgia, quella di un impero ormai agli sgoccioli, che molti in Italia nel 1911 guardavano con fastidio: un atto d’amore per la cultura cosmopolita dell’Austria felix di Maria Teresa che a molti, nell’Italia votata in quegli anni a un nazionalismo sempre più aggressivo, dovette sembrare semplicemente irritante. 

Le cose col tempo si sarebbero ammorbidite; il Rosenkavalier sarebbe tornato alla Scala e nei grandi teatri della Penisola, ma sempre con parsimonia, e questo non solo per le difficoltà produttive (il titolo richiede famosamente molti personaggi e figuranti e un ampio organico orchestrale). A Milano nel 1911 le repliche furono in tutto sei, così pure nel 1927; addirittura tre nel 1928, con Strauss sul podio. Nel Secondo dopoguerra il numero delle repliche sarebbe aumentato, auspice anche la presenza di grandi star tra direttori e cantanti (Herbert von Karajan, Carlos Kleiber, Zubin Mehta, Elisabeth Schwarzkopf, Christa Ludwig, Otto Edelmann, Hans Sotin solo per citarne alcuni). Ciononostante, per l’Italia il Rosenkavalier resta un’opera amata sì ma da lontano: un’opera così profondamente viennese da lasciare un po’ escluso chi quella città, quella società, quella cultura e quello stile di vita non le conosce davvero da dentro.


Una scena dello spettacolo
© Brescia e Amisano 

Non a caso Harry Kupfer mette Vienna al centro della sua regia (ripresa da Derek Gimpel). Sullo sfondo della scena compaiono grandi fotografie della capitale dell’impero e di alcuni suoi monumenti. Sono immagini che in modo spettacolare e discreto commentano la vicenda, aggiungendo livelli di significato per chi conosca la storia e l’urbanistica della città e le dinamiche sociali a queste connesse. Il primo atto si svolge nel palazzo della Marescialla, una dimora aristocratica; siamo quindi nel cuore del primo Bezirk con una splendida vista sul Michaelerthor, l’ingresso della Hofburg. Nel secondo ci si sposta nel palazzo dei Faninal, i borghesi ricchi che hanno da poco conquistato il primo gradino della nobiltà, e siamo qui sulla Ringstrasse, l’area della grande espansione fine-ottocentesca, conquistata a suon di moneta dalla 'gente nuova' (le finestre di casa Faninal guardano sul e nel Kunsthistorisches Museum, che per l’appunto si trova sul Ring). Nel terzo ci si sposta poi nei sobborghi, nel Prater, luogo di delizie popolari e di scappatelle della nobiltà; qui, per la prima volta le fotografie sono a colori, come colorato è l’ambiente (un luna park) e colorita si fa la vicenda che vi si svolge (la trappola tesa al barone Ochs, stagionato ma ancor rapace dongiovanni che in un’osteria Prater spera di poter finalmente sedurre quella che crede una fanciulla innocente). 

I luoghi in cui Kupfer ci fa vedere l’azione già rivelano chi sono i personaggi che vi agiscono e come e perché vi agiscono in quei modi. Certo, per cogliere le ragioni delle sue scelte visive bisogna conoscere bene Vienna e la sua storia, altrimenti le immagini parlanti corrono il rischio di sembrare solo delle cartoline, bellissime, ma poco più. Tuttavia, il suo non è un Rosenkavalier per pochi eletti, perché Kupfer costruisce uno spettacolo con più livelli di fruizione, attentissimo alla recitazione dei personaggi – seguito in modo perfetto da cantanti e figuranti –, e racconta così la vicenda in modo chiaro ed elegante anche per chi è meno addentro alle cose viennesi.


Una scena dello spettacolo
© Brescia e Amisano 

Perfetta è anche la coordinazione tra scena e buca. Non è cosa scontata, in un’opera come il Rosenkavalier tutta costruita sul canto di conversazione: un canto mobilissimo, che si fonde con la recitazione e il movimento, ma che proprio per questo richiede una cura minuziosa da parte della regia e della direzione. Kirill Petrenko dirige per la prima volta un’opera alla Scala, ed era attesissimo, come la principale attrazione di questo Rosenkavalier, creato da Kupfer per il Festival di Salisburgo nel 2014, e già ripreso alla Scala da Mehta nel 2016, in parte con lo stesso cast. L’esito ha del miracoloso. La direzione di Petrenko è energica e al contempo analitica. I suoi tempi sono agili, eppure la trama orchestrale di Strauss è resa con una trasparenza vertiginosa. Petrenko ne scandaglia la ricchezza degli impasti timbrici ed esalta la complessità creata dalla somma di linee melodiche in contrappunto, dagli amalgami sonori in cui ogni strumento è fuso nel contesto, eppure sempre bene in evidenza. L’orchestra della Scala ricambia l’attenzione del direttore con una dedizione totale e ne risulta trasfigurata: nelle mani di Petrenko, suona come un’orchestra diversa. L’affiatamento con la scena poi è impressionante: tutto procede senza sbavature, come se suonare e cantare il Rosenkavalier fosse qualcosa di naturale e persino facile, anche grazie a un sapiente e assoluto controllo dei momenti di abbandono lirico, mai debordanti. 

Come per il direttore, il Rosenkavalier è un cavallo di battaglia sostanzialmente per tutto il cast. Krassimira Stoyanova (die Feldmarschallin), Günther Groissböck (Baron Ochs) c’erano già a Salisburgo nel 2014 e nella prima ripresa scaligera del 2016. Entrambi hanno fatto proprio il ruolo al punto da renderlo una loro seconda natura, sia dal punto di vista musicale che attoriale. Stoyanova è un’incarnazione ideale della Marescialla, uno dei ruoli femminili più complessi e affascinanti del repertorio lirico. Groissböck dal canto suo è quella del Barone Ochs. Il basso è austriaco, e dà voce al personaggio di Hofmannsthal con un perfetto, pesante e spassosissimo accento viennese. Il suo è un tour de force teatral-musicale, tanto che, come Stoyanova, non sembra nemmeno che canti e reciti, ma faccia in scena sé stesso.


Una scena dello spettacolo
© Brescia e Amisano 

Molto bene le altre parti principali, l’Octavian di Kate Lindsey e la Sophie di Sabine Devieilhe. Entrambe, per motivi diversi, non hanno voci opulente, ma sono musiciste raffinate e attrici convinte. Molto bene anche i principali comprimari che la Scala, come sempre, ha affidato a cantanti di prima sfera o a ottimi giovani emergenti: Piero Pretti (ein Sänger) rinnova in grande stile la tradizione del tenore italiano nella parte del Tenore italiano, che suona esotico rispetto al contesto per come canta e per quello che canta (Strauss scrive per lui una splendida aria dall’ampio arco melodico, di un’italianità esibita e ammiccante); con lui spiccano Michael Kraus (Faninal), Caroline Wenborne (Marianne Leitmetzerin) e Bastian Thomas Kohl (Ein Polizeikommissar/Der Notar), tutti con ruoli limitati ma musicalmente e scenicamente molto esposti. 

Il successo è stato enorme: una Scala pienissima anche per una recita fuori abbonamento ha acclamato tutto il cast (Stoianova e Groissböck in modo particolarmente caloroso). Ovazione per Petrenko, salutato da approvazioni crescenti a ogni suo ingresso dopo gli intervalli.


Der Rosenkavalier

Cast & Credits

Trama



Un momento dello spettacolo
visto il 25 ottobre 2024
al Teatro alla Scala di Milano
© Brescia e Amisano



Cast & credits

Titolo 
Der Rosenkavalier
Sotto titolo 
Commedia per musica in tre atti
Durata 
4 ore e 35 minuti circa inclusi intervalli
Data rappresentazione 
25 ottobre 2024
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
12 ottobre 2024
Libretto 
Hugo von Hofmannsthal
Regia 
Harry Kupfer
Interpreti 
Krassimira Stoyanova (Die Feldmarschallin)
Günther Groissböck (Der Baron Ochs auf Lerchenau)
Kate Lindsey (Octavian)
Michael Kraus (Herr von Faninal)
Sabine Devieilhe (Sophie)
Caroline Wenborne (Jungfer Marianne Leitmetzerin)
Gerhard Siegel (Valzacchi)
Tanja Ariane Baumgartner (Annina)
Bastian-Thomas Kohl (Ein Polizeikommissar)
Haiyang Guo (Der Haushofmeister bei der Feldmarschallin)
Jörg Schneider (Der Haushofmeister bei der Faninal)
Bastian-Thomas Kohl (Ein Notar)
Jörg Schneider (Ein Wirt)
Piero Pretti (Ein Sänger)
Laura Lolita Perešivana (Eine Modistin)
Jörg Schneider (Ein Tierhaendler)
Produzione 
Teatro alla Scala, in coproduzione con Festival di Salisburgo
Scenografia 
Hans Schavernoch
Costumi 
Yan Tax
Luci 
Jurgen Hoffmann
Orchestra 
Orchestra del Teatro alla Scala
Direzione d'orchestra 
Kirill Petrenko
Coro 
Coro del Teatro alla Scala
Note 
Con il Coro di Voci Bianche dell'Accademia Teatro alla Scala

Trama


Primo atto

Camera da letto della Marescialla.

Durante l’assenza del marito, la Marescialla si dedica all’amante diciassettenne, il conte Octavian detto Quinquin, col quale ha appena passato una notte d’amore. È mattino, i due amanti si scambiano tenerezze affettuose. Quando il paggetto nero della Marescialla si fa sentire per portare la colazione, Octavian si nasconde. I due amanti fanno colazione, ma il loro colloquio amoroso viene ancora interrotto dall’arrivo del barone Ochs, cugino della Marescialla: Octavian si nasconde di nuovo e ricompare travestito da seducente cameriera, Mariandel, che attira subito le attenzioni del barone. Quest’ultimo è venuto a chiedere consigli alla cugina sulla cerimonia del suo fidanzamento: deve infatti sposare Sophie von Faninal, figlia di un ricco mercante che ha appena ottenuto il titolo nobiliare e cerca un giovane nobile che, secondo la tradizione, consegni alla fidanzata la rosa d’argento, simbolo della domanda matrimoniale. Irritata e imbarazzata dalle continue avances del barone a Mariandel, invitata a cena da Ochs, la Marescialla propone il conte Octavian come ?cavaliere della rosa’. Giunge nel frattempo il maggiordomo che annuncia alla Marescialla le visite della mattina: una vedova con le tre figlie, un parrucchiere, venditori vari, un letterato, un flautista e un tenore (che si esibisce in un’aria di stile italiano); tutti offrono i loro servigi alla Marescialla. Poi arrivano gli intriganti italiani Valzacchi e Annina che riescono a farsi assumere dal barone come spioni. Rimasta finalmente sola con Octavian, che ha lasciato gli abiti femminili, la Marescialla si mostra malinconica: la sua bellezza sarebbe presto sfiorita e Octavian avrebbe di certo cercato una donna più giovane. Il conte la rassicura in un modo convenzionalmente risentito ed esce di scena. Dopo qualche istante, la Marescialla si accorge di avere salutato l’amante senza neppure un bacio. Manda i servitori a cercarlo, ma ormai egli è lontano. Affida allora al paggetto nero la rosa da consegnare al giovane cavaliere.

Secondo atto
Un salone nel palazzo del signore von Faninal.

A casa di Faninal fervono i preparativi per la cerimonia di fidanzamento di Sophie e del barone Ochs. Quest’ultimo sarà preceduto dal ?cavaliere della rosa’, il cui arrivo viene ben presto annunciato. Tra i due giovani scatta subito un’irresistibile attrazione e Octavian, in attesa dell’arrivo del barone, confida innocentemente alla giovane tutta la sua ammirazione. Quindi giunge il barone che si rivolge davanti a tutti alla futura sposa in un modo piuttosto grossolano. Sophie appare offesa dalla volgarità del suo nobilissimo fidanzato. Mentre Ochs si apparta con il notaio per la stesura del contratto nuziale, Octavian promette a Sophie che farà di tutto pur di impedire la celebrazione del matrimonio e i due giovani si scambiano un bacio. Valzacchi e Annina, entrati di nascosto, afferrano allora gli amanti e chiamano a gran voce Ochs che ostenta indifferenza, almeno fino a quando Octavian non annuncia pubblicamente che Sophie non vuole più il barone. Quando questi ordina ai servi di intervenire, perché Sophie si è rifugiata dietro Octavian
rifiutandosi di firmare il contratto nuziale, il cavaliere sfodera la spada e lo ferisce lievemente. Ochs comincia a gridare a squarciagola, fingendosi in punto di morte, mentre i suoi servi lo aiutano a sedersi. Interviene Faninal, ordinando alla figlia di recedere dai suoi propositi, pena l’immediata chiusura in convento. Nel frattempo Annina consegna a Ochs un biglietto di Mariandel, che accetta l’invito a cena del barone. La scena ha termine con la soddisfazione di Ochs che, nonostante l’accaduto, si consola pensando all’imminente appuntamento galante.


Terzo atto
Una camera separata in una locanda.

Nel luogo dell’appuntamento, tutto è pronto per la trappola ordita nei minimi particolari dai due italiani Annina e Valzacchi (nel frattempo passati al servizio di Octavian) ai danni del barone Ochs. Quando questi entra al braccio di Octavian, che si è travestito nuovamente da Mariandel, trova una piccola orchestra che lo accoglie a ritmo di valzer e il personale della locanda che offre costosi servizi; il barone promette allora una lauta mancia a Valzacchi se riuscirà a ottenere una riduzione sul conto. Durante la cena, Mariandel stuzzica Ochs col suo comportamento scioccamente ritroso. Il barone, seppur disturbato dalla somiglianza della cameriera con Octavian, continua a corteggiare la giovane e ad attirarla verso l’alcova. Ma improvvisamente da ogni angolo della stanza cominciano ad apparire, come spettri, volti terrificanti che lo fissano. Entra anche Annina dichiarando che Ochs è suo marito, mentre quattro bambini, istigati da Valzacchi, si rivolgono a lui gridando «Papà!». Il barone, al colmo dello spavento e dell’esasperazione, chiama la polizia. Davanti al commissario, egli sostiene che la giovane con cui si trova è la sua fidanzata, ma proprio nel momento in cui pronuncia il suo nome, entra Faninal che, vista la situazione, sviene per la vergogna ed è trasportato in un’altra stanza. Sophie, intanto sopraggiunta, lo soccorre. Mariandel approfitta del nuovo trambusto per rivelare al commissario la burla che è stata inscenata e per liberarsi degli abiti femminili. L’indignazione di Ochs esplode in tutta la sua furia ma egli viene interrotto dall’entrata della Marescialla che, compresa immediatamente la situazione, dapprima congeda il commissario, confermandogli che si è trattato davvero di una burla, poi si rivolge con severità al barone che fugge inseguito dai musici e dai camerieri suoi creditori. In scena rimangono solo Sophie, Octavian e la Marescialla, la quale ha ormai compreso la natura del legame che unisce i due giovani e, intimamente addolorata, accondiscende suo malgrado al loro amore. Si reca da Faninal, col quale esce poco dopo a braccetto: il padre di Sophie ha dato il benestare al nuovo amore della figlia. I due giovani si ripetono le loro tenere espressioni d’amore e lasciano la locanda.