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Amnesia tragica e catartica

di Gianni Poli
  Il viaggio di Victor
Data di pubblicazione su web 24/05/2024  


Nicolas Bedos, autore della pièce, creata nel 2009 e inedita in Italia, è figlio d’arte. Nato nel 1979, gode di ottime frequentazioni e credenziali nel mondo dello spettacolo. La traduzione di Monica Capuani, fedele all’attualità del parlato senza assillo filologico, viene trattata da Davide Livermore come tessuto dialogico d’introspezione psicologica. La vicenda supera potenzialmente l’aneddoto e la sua valenza cinematografica la dispone all’elaborazione figurativa e musicale. Il copione promette dunque una spettrografia abile e lucida delle situazioni personali intime, in vari livelli linguistici stratificati. La finezza concettuale delle formule verbali si riscontra in uno stato psico-somatico che i personaggi esprimono in esclamazioni e interiezioni di reattività spontanea, adatte sia a una partitura coreografica e sonora, sia a una gestualità e una recitazione realistica precisa e controllata. Una complicità creativa del regista con gli attori risalterà poi in bellezza compositiva e convincente attrazione emotiva.



Un momento dello spettacolo 
Federico Pitto


Apre la rappresentazione la voce d’un testimone che descrive sommariamente un terribile incidente d’auto. Il signor Victor è scampato allo schianto, ma ha perso la memoria per il trauma. A casa è accudito da Marion, una badante e/o analista, che lo guida a ricordare, a recuperare la coscienza vera e completa di quanto accaduto. Così s’avvia il viaggio metaforico, stentato, lento, tormentoso dell’infortunato. Il suo disorientamento ostacola e devia la ricerca d’una verità difficile e certo estremamente dolorosa. La donna pone piuttosto un’energia, un’abilità speciali nella sua devozione riabilitativa, per avvicinarsi all’arduo esito cercato. Proprio tale coincidenza di scopo si svela man mano, nei comportamenti differenziati. Con scambi di intimità e chiusure, nel tu e il lei alternati, cresce la confidenza, nel cammino tortuoso, fra inciampi, reticenze e, nell’uomo, fors’anche finzione sul suo stato. Ma segue inesorabile il cammino parallelo della coppia verso la meta. È la morte del figlio, ch’era alla guida accanto al padre, a spiegare sostanzialmente le circostanze dell’incidente, sul quale emerge l’aspetto decisivo: la vittima era figlio di entrambi. Accelera il ritmo emotivo verso un epilogo che, data l’attesa estenuante e sempre contraddetta degli eventi (per l’ambiguità del gioco del protagonista), potrebbe rendere illogico o consolatorio il lieto fine.



Un momento dello spettacolo 
Federico Pitto


La scenografia scarta l’ambientazione veristica della didascalia e sfoggia una tecnologia dalle funzioni simboliche, mediante la specularità d’uno schermo retrostante inclinato che duplica e rinvia gli attori al pubblico e a sé stessi. Effetto che, nell’alterare la percezione diretta e univoca, allude all’essenza sfuggente della realtà fattuale e delle identità personali. L’apporto dell’elemento acquatico - sempre grazie alla tecnica che il regista pone al servizio dell’estetica - s’aggiunge alla profusione di sollecitazioni visive e acustiche. Una visione già conclusiva interviene nella presenza (in figura proiettata) del figlio: dapprima, nell’abbraccio con ciascun genitore, poi giacente fra i due, a raccordo della famiglia ricomposta. Con le sue luci, Aldo Mantovani accresce il significato persuasivo della parola in azione. Le sonorità originali (di Edoardo Ambrosio) e la musica di repertorio, di Pärt, di Bach e d’origine pop, creano momenti di protagonismo sinergico al clima drammatico.



Un momento dello spettacolo 
Federico Pitto


La recitazione gode della complementarità degli interpreti, compresi nella severa responsabilità reciproca della prova. La loro fatica evidente si trasferisce nella finzione sostenuta e dominata. Antonio Zavatteri (Victor) sfrutta un temperamento brusco, secco, irritante; affronta complessi e rifiuti paralizzanti, renitente, prima che arreso. Linda Gennari (Marion) offre convincente sincerità e naturalezza alla sua indagine tanto amorevole e delicata quanto tenace, fino all’assiduità del corteggiamento. Le rare lacrime, di disperazione a volte affiorante da negazioni e scontrosità del partner; chiari i sorrisi, nel varco alla luce del riconoscimento condiviso. L’incontro più vero non vive della parola assertiva, ma progredisce nella vicinanza dei corpi. Le figure quasi danzano allora, nella luce abbagliante così artificialmente innaturale, alla conquista d’una certezza fragile, ma purificata. Nitore di immagini, in armonia con lo sviluppo temporale e mentale delle vite arrischiate, quando caos e nonsenso tornano composti dalla ragione ordinatrice che li misura e li capisce, oltre il dolore inaccettabile, oltre il limite della sopportazione. Quando, riconciliati, i genitori orfani della creatura, festeggiano in un’aiuola fiorita il lutto sublimato della perdita.



Il viaggio di Victor
cast cast & credits
 


Un momento dello spettacolo 
Federico Pitto

 
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