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Cosa faremo per svegliarci? Il SAGAS a EuroFabrique
(Cluj-Napoca, 5-10 dicembre 2023)


di Italo Papandrea
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Data di pubblicazione su web 03/05/2024  

Sleep like a gloved hand covers our eyes
The lights are so nice and bright and let’s dream
But some of us are stuck like stones in a slipstream
What am I gonna do to wake up?

(da Kae Tempest, Europe is lost)

Il tema che il progetto EuroFabrique ha proposto ai suoi partecipanti, The Abduction of Europa, nella sua seconda edizione tenutasi a Cluj-Napoca, in Romania, dal 5 al 10 dicembre 2023, è scottante e consolatorio a un tempo: per l’urgenza che implica da un lato e per la consapevolezza che rivela dall’altro. Consapevolezza che può voler dire salvezza.

Misurarsi con l’eventualità di una perdita; tuffare occhi e mente in una realtà sempre più frammentata dove l’incubo di una deriva – nel senso più ampio del termine, con tutte le sue declinazioni interne – non è più così improbabile; chiedersi come agire per evitarla o, se il processo è già avviato, cosa fare per arginarla, mettere in campo strategie di salvezza: la paura per il  rapimento di Europa, della nostra vecchia Europa strattonata da tutti i lati (da guerre, crisi economiche e sociali, emergenze sanitarie, nazionalismi agguerriti) non è mai stata così incombente come ora, nell’ancora giovane XXI secolo. Contro cosa stiamo andando a sbattere? Stiamo progredendo? Stiamo regredendo? Dov’è Europa? Perché la sua voce è così flebile, la sua presenza così appannata nell’immaginario e dietro gli schermi televisivi pure sempre più nitidi e tecnologici?


Un momento del workshop
© Stefan Badulescu

Il lavoro per il workshop collettivo di cinque giorni al Mushuroi Creative Hub di Cluj-Napoca, al quale hanno partecipato studenti e docenti da cinque università rumene, sei istituti di alta formazione artistica francesi e altri otto istituti artistici o universitari di altri Paesi europei, è stato suddiviso in quattro grandi gruppi con altrettante declinazioni tematiche e artistiche differenti sul Rapimento di Europa. Il dipartimento SAGAS dell’Università degli studi di Firenze, composto dal prof. Gianluca Stefani, Italo Papandrea, Serena Giardiello e David Alessandro Lopardo, ha preso parte al gruppo 3 (insieme con la Babeş-Bolyai University di Cluj-Napoca, la National University of Theatre and Film di Bucarest e l’École nationale supérieure des Arts Décoratifs di Parigi) e al suo lavoro sul mito di Orfeo ed Euridice: illustrazione riflessa di un altro rapimento, di un’altra perdita (doppia), di un tentativo di richiamo e salvezza. Euridice-Europa è momentaneamente persa negli inferi, Orfeo (che rappresenta tutti noi) deve scendere e salvarla. Il team fiorentino, forte di una tradizione di studi sullo spettacolo sempre attentissima al dato storico, ha scelto di contribuire proponendo agli altri membri del gruppo 3 un itinerario storico-artistico – che è anche una potente leva di riflessione e ispirazione – sul mito di Orfeo e Euridice in una delle riunioni online collettive precedenti al workshop vero e proprio.

Il percorso ha incluso una prima parte prettamente iconografica e una seconda dal taglio più spettacolare. Partendo dalle testimonianze più antiche, si sono rintracciate e selezionate alcune delle innumerevoli raffigurazioni artistiche del mito, diverse anzitutto per tipologia materica (pittura vascolare, bassorilievo, miniatura, tela dipinta, scultura, incisione) e per datazione (dall’Antichità al Novecento). Da Tintoretto a François Perrier, da Bernard Picart a Canova, fino alle estreme propaggini novecentesche di Kokoschka e Savinio: la fortuna del mito sembra non aver conosciuto battute d’arresto. Spesso il momento illustrato è quello che corrisponde all’acme del racconto: l’attimo in cui Orfeo cede al suo misto di dubbio e desiderio impaziente e si volta, rompendo il giuramento e condannando Euridice alla morte definitiva; l’attimo che Virgilio, narrando il mito nelle Georgiche, marca con un fragore che per tre volte rimbomba nell’Averno. L’atto del voltarsi indietro è la chiave di volta, lo scardinamento, il rovesciamento che spezza e segna: dopo niente può essere più come prima, una seconda possibilità non è concessa. Il vertice narrativo del voltarsi indietro assurge a essenza stessa dell’historia, fino a diventarne quasi simbolo e stereotipo. Questa sua pregnanza testuale e, di riflesso, visiva non ha mancato di riversarsi nella dimensione spettacolare, nella quale al voltarsi indietro si aggancia il topos del vedere-non vedere-vedere attraverso. Altre volte invece l’artista si è concentrato sul momento della persuasione da parte di Orfeo della coppia regale che governa gli Inferi, Ade e Persefone: ovvero sul temporaneo (ma non per questo vano) trionfo dell’Arte (la poesia e la musica in particolare) sulla Morte. Una vittoria inaspettata e densa di valori, primi fra tutti quelli della dignità dell’artista e della speranza.


Jean-Baptiste Camille Corot, Orphée ramenant Eurydice des enfers
1861, olio su tela, Houston, Museum of Fine Arts.

La seconda parte dell’itinerario storico-artistico, dedicata allo spettacolo, ha focalizzato l’attenzione su due “creazioni” teatrali sul mito, opere di due figure di primo piano della danza e della regia teatrale contemporanee: Pina Bausch e Romeo Castellucci. Orpheus und Eurydike della Bausch è un rimodellamento dell’Orfeo di Gluck in forma di tanzoper, andata per la prima volta in scena nel 1975 e ripresa all’Opéra de Paris nel 2008 e nel 2014. Da un punto di vista drammaturgico, Bausch introduce due importanti modifiche all’originale: riorganizza i tre atti dell’opera in quattro “quadri” – Lutto, Violenza, Pace, Morte – e, soprattutto, colora di scuro il finale escludendo la felice riunione dei protagonisti. I tre ruoli principali (Orfeo, Euridice, Amore) sono raddoppiati visivamente sulla scena: per ogni personaggio sono presenti sia il cantante sia il ballerino, con tutto il gioco di riflessi e straniamenti che una soluzione del genere può donare alla pelle dello spettacolo. Totalmente diversa la visione di Castellucci, che nel 2014 ha prodotto due versioni del suo spettacolo, basate rispettivamente sull’opera di Gluck e sul rifacimento ottocentesco di Berlioz. La prima in italiano è andata in scena a Vienna, la seconda in francese a Bruxelles. Nella versione di Bruxelles, che si è scelto di analizzare, la presenza dei due protagonisti del mito in scena è complementare alla videoproiezione che occupa lo schermo sullo sfondo e che prima racconta e poi mostra in tempo reale la situazione di Els (nome d’invenzione), una donna belga affetta da sindrome locked-in, alla quale il marito Daniel fa visita in clinica. L’impatto sullo spettatore è fortissimo, il mito sbatte e insieme accarezza la tragicità della vita reale.

I giorni di workshop a Cluj sono stati febbrili e densi di proposte, creatività, energia, discussioni, riflessioni, prove e restituzioni di fronte a un pubblico eterogeneo. La numerosità dello stesso gruppo 3 ha reso necessaria un’ulteriore suddivisione in sette piccoli gruppi per un lavoro più efficace e al quale tutti potessero dare un contributo attivo. In ogni piccolo gruppo sono stati inclusi almeno due performer della National University of Theatre and Film di Bucarest e vari studenti dell’École nationale supérieure des Arts Décoratifs di Parigi, per mantenere inalterata e omogenea la formula interdisciplinare, vera forza del progetto EuroFabrique.


Un momento del workshop
© Stefan Badulescu

Nel nostro gruppo, in una prima fase del lavoro, le due performer hanno indossato per la prima volta i costumi disegnati e realizzati da quattro studentesse dell’École nationale supérieure des Arts Décoratifs che si sono ispirate alla lettura del brano di Kae Tempest Europe is lost e all’immaginario dantesco dell’oltretomba. Una maschera in PVC serigrafato e termoformato, tessuti in maglia leggeri, semitrasparenti e semiriflettenti: richiamando suggestioni visive molteplici che spaziano dall’arte contemporanea e dalla fotografia alla danza e al Fashion Design (in particolare ai lavori di Francis Bacon, Jean Faucheur, Maria Donata D’Urso, Kira Goodey, Cécile Feilchenfeldt, Issey Miyake), i costumi sono stati realizzati seguendo quattro principi di fondo: sfocatura, distorsione, indeterminatezza, lucentezza. Le due performer hanno preso confidenza con le forme e i tessuti: adattandovisi e adattandoli ai loro corpi, abitandoli, esplorandoli, deformandoli, insomma “attivandoli”. La consapevolezza delle possibilità performative (e potenzialmente drammaturgiche) innescate dal costume è stato il primo, fondamentale passo per la costruzione di un’azione spettacolare.

Contemporanea all’esplorazione dei costumi da parte delle performer è stata la ricerca di uno testo che potesse fornire una struttura e uno stimolo al lavoro del gruppo. Riprendendo i materiali bibliografici precedentemente raccolti, il team fiorentino ha proposto al resto del gruppo la poesia Orpheus. Eurydike. Hermes che Rainer Maria Rilke scrisse nel 1904, probabilmente ispirato anche dal bassorilievo antico raffigurante i tre personaggi omonimi che vide al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il testo, considerato una delle vette dell’opera di Rilke e della poesia novecentesca, evoca il dramma della perdita con pochi colori vividissimi (l’argento delle anime, il rosso del sangue, il grigio che pesa ovunque, il tracciato bianco di un sentiero, l’azzurro del mantello di Orfeo) che macchiano immagini sospese in un vuoto lieve e siderale, nel quale agiscono i protagonisti del mito colmati di nuovi significati: Orfeo, che «guardava avanti a sé impaziente e muto», Hermes e al suo seguito Euridice, «lei così amata», «chiusa in sé. E tutta immersa / nella pienezza del suo essere in morte». L’Euridice rilkiana è infatti già di un mondo altro, totalmente ignara e estranea al tentativo di salvezza che si sta compiendo: «Quella sua grande morte, così nuova, / che la colmava di dolcezza oscura. / Null’altro essa capiva» (i versi, tradotti da Maria Grazia Ciani, sono stati tratti da Orfeo. Variazioni sul mito, a cura di M. G. Ciani e A. Rodighiero, Venezia, Marsilio, 2023, pp. 57-60).

Tutti i componenti del gruppo hanno recuperato una traduzione del testo nella loro lingua d’origine. Si è deciso quindi di selezionarne quattro passaggi particolarmente salienti (l’incipit, il dubbio feroce di Orfeo, l’estraneità di Euridice, il distacco finale) e di proporli all’interno della base sonora dello spettacolo, tradotti in quattro lingue (rumeno, francese, italiano, polacco) e mixati alla canzone Pyramid Song (densa a sua volta di riferimenti all’oltretomba egiziano) dei Radiohead, arrangiata nella versione strumentale degli Echo Collective.


Un momento del workshop
© Stefan Badulescu

Le prove si sono susseguite numerose. Centro e senso dell’azione sarebbero stati l’“incontro” di Orfeo ed Euridice (visivo e tattile, muto, prolungato, irreale: impossibile) e la perdita definitiva. Le due performer, testate tutte le possibilità di attivazione scenica dei costumi, le hanno progressivamente accostate e adattate al dettato testuale-drammaturgico e musicale. Il gruppo ha quindi fissato e precisato i movimenti (lenti, essenziali) della performance, scaturiti dal lavoro precedente delle danzatrici, e ne ha deciso la scansione temporale. Lo spazio della scena sarebbe stato totalmente spoglio, segnato da un confine preesistente (la parete di fondo), da una soglia (la grande apertura centrale rettangolare nella parete di fondo) e da un grande disco dalla superficie dorata e specchiante, che, collocato sul lato destro della scena, ha innescato un suggestivo gioco di riflessi similacquatici con i costumi stessi e in particolare con la maschera rigida indossata dallo spirito di Orfeo.

Il workshop si è concluso con due restituzioni finali del lavoro nel giorno di apertura al pubblico degli spazi di EuroFabrique. Nelle nostre performance Euridice non si è ricongiunta alla vita e Orfeo è rimasto solo nel suo dolore. Ma la partita per salvare Euridice-Europa è ancora aperta: come duplice, tragico o lieto, è stato storicamente il finale del mito nelle sue varie riprese spettacolari, la nostra è solo una delle possibili conclusioni. Tutto è ancora da decidere, non siamo perduti. Cosa faremo per svegliarci?





Un momento del workshop 
al Mushuroi Creative Hub
di Cluj-Napoca (Romania)
© Stefan Badulescu


 
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