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Tanztheater e ironia

di Benedetta Colasanti
  In another place
Data di pubblicazione su web 10/01/2024  

Sulle note registrate di un violoncello gli spettatori entrano nello spazio del CANGO trasformato in una dimensione “altra” ma familiare. Kenji Tekagi fa il proprio ingresso in una scena quasi totalmente tendente al bianco; attraverso la danza rende tangibile la musica e, in particolare, un ritmo che apparentemente sembra non esistere. La seconda a entrare in scena è la tedesca Emily Wittbrodt, violoncellista e performer a tutto tondo che propone, col suo strumento, variazioni sulla stessa melodia registrata; infine Cristiana Morganti, ex danzatrice solista del Tanztheater Wuppertal, in abiti da sposa e con i capelli indomabili ed elettrici che arricchiscono il quadro visivo, “bucando” un’immaginaria cinepresa così come farebbero certi attori in un film di Pedro Almodóvar.

In another place non è solo danza ma, in linea con i dettami di Pina Bausch, si inserisce magistralmente, e senza mancare di originalità, nei canoni del teatrodanza. La recitazione punta sul potere di una sana ironia che gioca con la filosofia attorno al fare teatro, sulle relative teorizzazioni, insomma: sul lavoro del teatrante e, in ultima analisi, anche su quello del critico. In una pièce di sapore così meta-teatrale gli interpreti fingono di trovare un inizio degno per uno spettacolo riuscito. L’interpretazione è costruita attorno a una babele linguistica suggestiva e coinvolgente: dall’italiano all’inglese fino al tedesco.

Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo

Il sarcasmo è inoltre tutto incentrato sul corpo della donna e pone Morganti al centro della messinscena: la performer elenca con mestizia una serie di cibi dietetici e di rimedi di bellezza mentre si appoggia sul corpo l’abito da sposa che ha indossato all’inizio della performance. Infine si addormenta e Tekagi capacissimo e generoso danzatore la sovrasta simulando di manovrare i fili di una marionetta. Da sposa ad attrice, da donna ad automa che si lascia guidare in una danza non più tecnica e misurata ma scomposta e ammaliante.

Danza, recitazione, musica e scenografia si nutrono a vicenda tra giochi di ombre, comicità e gravità fisica ed emotiva, tra scambi di ruolo, di posizioni, di ritmi e di melodie, dalle più soavi alle più dissonanti. Lo strumento musicale non è solo al servizio della danza ma duetta con essa, si fa talvolta oggetto di scena e talvolta vero e proprio personaggio. Wittbrodt, musicista, cantante, performer e rumorista esaspera il proprio talento improvvisando passi di danza dichiaratamente amatoriali; cambia continuamente posizione, modalità di esecuzione e melodia, dai Beatles a Shostakovich fino a Bach.

Intanto la danzatrice gioca con la compositrice, disturbandola ma facendo del suono del violoncello linfa vitale e performativa. Anche il corpo è uno strumento musicale: Morganti respira al ritmo del violoncello; il suo movimento e la persona tutta si sostanziano della melodia, includendo le corde vocali tramite l’improvvisazione di note di bel canto. Dunque un altro Kontakthof che non rischia di scimmiottare i maestri ma anzi li omaggia e ne arricchisce la poetica con personalità.




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Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo


 
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