Il mostruoso desiderio di non recuperare la vista
Il nuovo lavoro del coreografo toscano, Cecità, attinge sia al testo originale sia al proprio repertorio, introducendo però elementi di novità, ancora una volta graditi allo spettatore. La performance, che ha già debuttato a Torino e che recentemente è stata replicata al Teatro Fabbricone di Prato, si apre tra rumori sordi e sprazzi di luce. Alcune sagome agiscono protette o, meglio, ingabbiate da una sorta di “quarta parete” già vista in Petruška (2018), a sua volta liberamente tratto dal celebre lavoro ballettistico dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, che debuttò il 13 giugno 1911 al Théâtre du Chatelet di Parigi con coreografie di Michel Fokine su musica di Igor Stravinskij.
Cecità è organizzato in tre quadri. Il
primo è caratterizzato da un notevolissimo gioco di luci che rimanda, oltre che
alla fascinazione del cinema delle origini, a immagini di tempesta, di caos, di
guerra, ma soprattutto all'incapacità di comprendere derivata
dall'impossibilità di vedere. Da una parte si comunica la presa di coscienza
della propria condizione di cecità, dall'altra si cerca il valore degli altri
sensi, l'udito, il tatto, come surrogati di ciò che è venuto a mancare. Fruendo
dell'opera di Saramago, il lettore ha quasi l'impressione di non riuscire a
vedere e Sieni, senza essere didascalico, riesce a trasmettere la stessa
sensazione. Per un'ipotetica messinscena di Cecità, si ha infatti la tentazione di immaginare
i danzatori privati del senso della vista, mentre in questo caso è lo
spettatore che viene reso non vedente e ridotto alla sola (ma profondissima)
potenzialità di percepire. Da un punto di vista più squisitamente narrativo, la
prima parte sembra dedicata all'individuo, all'isolamento che caratterizza chi
non riesce – per questioni sensoriali – a rimanere in contatto col mondo
esterno e sceglie di affacciarsi a una dimensione altra, insieme spaventosa e
attrattiva. E viene in mente a tal proposito il protagonista del film The Sound of Metal (2019) che, improvvisamente privato dell'udito,
finisce per accettare il suo nuovo status piuttosto che continuare a vivere in
un mondo che non può più comprendere.

Il
secondo è un quadro corale. La “quarta parete” si alza e mostra i protagonisti
relegati in una stanza limitata da teli trasparenti, dunque accessibile al
pubblico. «Il mondo è tutto qui dentro», recita una voce, evocando una sorta di
dimensione limitata e limitante in cui i protagonisti, potenzialmente l'uno
nemico dell'altro, non possono rinunciare all'appoggio reciproco. I danzatori
si esprimono tramite il linguaggio del corpo – un linguaggio ormai codificato
da Sieni, che ha fatto del movimento
una poetica personalissima ma efficace – e quello verbale. Si abbandonano alla
pesantezza delle membra e insieme invocano l'uno il nome dell'altro: Claudia,
Maurizio sono i nomi reali dei danzatori, che finiscono così per immedesimarsi
a pieno nella storia. È la messinscena di corpi devastati ma insaziabili,
capaci di reagire, ma tanti sono i richiami al mondo attuale, alle sue
degenerazioni sociali, ecologiche, culturali. Senza nulla togliere al sempre
meritevolissimo corpo di ballo, l'esibizione di Claudia Caldarano
risulta particolarmente efficace, in una fusione inedita e di fortissima
intensità di movimento e voce.

Il terzo quadro è disturbante uditivamente parlando. È il capitolo dedicato alla diversità, anche profonda, tra gli individui. Un microfono montato su un lungo palo cavo, manovrato da uno dei danzatori nei panni di una maschera bianca che rimanda ai professionisti dell'arte, a un Pierrot tragico o a un Arlecchino privato delle sue toppe colorate, produce rumori striduli o talmente gravi da far tremare la struttura della platea. Dalle quinte – anch'esse bianche e dispose in maniera non canonica – emergono altre figure animalesche, volpi, capri, un cervo, un cavallo. Sono esseri metà umani e metà animali e si è indecisi su quale delle due parti sia veramente bestiale. Gli oggetti di scena, forse non necessari, sono però il forte rimando alla trama dell'opera originale. Anche il colore non è lasciato al caso: i non vedenti di Saramago non vivono in un mondo buio ma in un bianco accecante che non lascia pace, che non permette di riposare.
Intanto le parole dello scrittore lusitano risuonano nel teatro, evocando «il mostruoso desiderio di non recuperare la vista», immediato riferimento a una distopia contemporanea e veramente prossima in cui il male sembra trionfare sul bene con estrema e agghiacciante naturalezza.
Cast & credits
| Titolo
Cecità |
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| Data rappresentazione
16 novembre 2023 |
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| Città rappresentazione
Prato |
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| Luogo rappresentazione
Teatro Fabbricone |
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| Prima rappresentazione
Torino, Teatro Astra, 7-12 novembre 2023 |
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| Soggetto
José Saramago |
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| Autori testo d'origine
José Saramago |
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| Interpreti
Jari Boldrini Claudia Caldarano Maurizio Giunti Lisa Mariani Andrea Palumbo Emanuel Santos |
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| Produzione
Centro di Rilevante Interesse per la Danza Virgilio Sieni; Fondazione Teatro Piemonte Europa, Fondazione Teatro Metastasio di Prato |
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| Scenografia
Virgilio Sieni |
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| Costumi
Silvia Salvaggio |
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| Coreografia
Virgilio Sieni |
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| Luci
Andrea Narese, Virgilio Sieni |
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| Musiche
Fabrizio Cammarata |
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| Note
Direzione tecnica: Marco Cassini Maschere: Chiara Occhini |
