Esortazioni e profezie
«La
globalizzazione aprirebbe le frontiere e armonizzerebbe gli standard legali e
politici. Di fatto, la correlazione tra apertura commerciale e liberalismo
economico e liberalismo politico è totalmente smentita dai cinesi: se
l'ingresso dei cinesi nell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel 2000
ha sconvolto il commercio mondiale, la dittatura comunista ne è uscita
rafforzata, lanciandosi anche a estendere le proprie norme tecniche, giuridiche
e ideologiche nei paesi partner delle sue “vie della seta”. Diritto e standard
tecnici, invece di essere fattori di armonizzazione, son divenuti armi della
rivalità tra potenze». «La globalizzazione, agevolata dal digitale, ridurrà i “costi
di transazione”. Gestione di enormi moli di dati, robotizzazione, algoritmi e
e-commerce automatizzano e accelerano le tappe dalla concezione di un prodotto
alla consegna al cliente finale passando per marketing, produzione, trasporto e
anche contratti, ordinativi, pagamenti a velocità elettronica che eliminano
molti e costosi intermediari. Ma lo spostamento nello spazio numerico della
criminalità e poi delle rivalità geopolitiche ha fatto di Internet la rete di
tutte le vulnerabilità. Imprese e Stati spendono miliardi di dollari in contromisure
tecniche, legislazioni e sistemi assicurativi. “La tecnologia, che poteva apparire una forza di cooperazione e
convergenza tra grandi potenze, inducendole a collegarsi attraverso una comune
base di strumenti e standard, oggi nutre nuove ambizioni di indipendenza e
autonomia”, nota Jeremy Ghez»,
docente di economia e affari internazionali alla HEC di Parigi (ibid.)
Formate
negli anni Venti del secolo scorso, le idee di Keynes dopo la seconda guerra
mondiale permisero «ai governi di utilizzare “policy mix” di politica fiscale e
monetaria al fine di finanziare crescita economica e sviluppo tecnologico, e al
contempo di assorbire gli shock. Le limitazioni ai movimenti di capitali
stimolavano le borghesie nazionali a investire, direttamente o
indirettamente, nella “economia reale”, e proteggevano le economie nazionali
dalla volatilità degli investimenti internazionali di portafoglio. Cioè
proteggendole da quegli investimenti che invece hanno poi dominato i trent'anni
successivi, facendo dei mercati finanziari globalizzati un “senato virtuale”,
in grado di decidere della sostenibilità delle politiche economiche nazionali».
«È indubitabile che oggi siamo alla fine di un altro ciclo, quello neoliberale.
Dal punto di vista economico, perché la debolezza delle sue basi teoriche ha
costruito un'economia tanto fragile quanto isterica. Dal punto di vista
politico, perché la disattenzione al patto sociale su cui si è costruita ha
reso le società attuali molto più esposte alla tentazione autoritaria e
populista» (M. Amato-L. Gobbi, Fu vera
gloria? Ripensando i Trenta Gloriosi, in «Pandora Rivista», 16 marzo 2020, on line).
È
venuto di nuovo il tempo di esortazioni e profezie.
Esortazioni e profezie fu pubblicato
da John Maynard Keynes nel 1931 col
titolo Essay in Persuasion, «nere profezie di dodici anni» (Milano, Il
Saggiatore, 1968, p. 11), in cui si legge: «ho ritenuto opportuno scegliere
questo momento per la pubblicazione perché oggi ci troviamo in una fase di
transizione» (p. 13). Ora ci risiamo e dobbiamo all'UE, innovazione di cultura
e governo, se l'aggressione all'Ucraina è per ora conflitto globale economico e
non militare. La scarsità di grano è aggravata dall'aggressione, ma i mercati globali
ne avevano già aumentato il prezzo da 200 a 500 $ la tonnellata tra giugno 2021
e aprile 2022 intermediando solo un sesto di una produzione globale (3 miliardi
di tonnellate) superiore alla domanda (cfr. G.-A. Simon, Università Roma3, esperto
di sicurezza alimentare FAO World Food Program, «Radio3Mondo», 18 maggio 2022). L'Ucraina vuole aderire all'UE,
fondata non sulle armi ma sull'economia politica, «nata con l'Età moderna
favorita dall'esplodere dei commerci a livello internazionale» e in cui «figura
dominante del pensiero economico contemporaneo è quella di J.M. Keynes, che ha
dato un nuovo indirizzo agli studi sulle fluttuazioni economiche, sui problemi
del commercio internazionale e sulla tendenza al ristagno delle economie
capitalistiche, attribuendo ai poteri pubblici un ruolo cruciale ai fini del
sostegno della domanda globale per il perseguimento e il mantenimento di
condizioni di pieno impiego» (Enciclopedia
Treccani, on line).
«La
crescita può venire solo dal miglioramento della scatola nera, del modo in cui
lavoro e capitale sono combinati. Il nome di fantasia dato dagli economisti è
produttività totale dei fattori (TFP), pur ricorrendo anche a etichette più
intuitive – tecnologia o conoscenza». «Secondo Solow il contributo annuale della TFP al Prodotto Interno Lordo
sarebbe aumentato esponenzialmente», ma «dopo la pubblicazione del suo articolo
nel 1956 un gruppo di economisti dell'Università di Cambridge mostrò che il suo
metodo di valutare il capitale era circolare, e i seguaci di Solow lo ammisero.
Ma il modello è tuttora ampiamente utilizzato». «Problemi analoghi affliggono
la stessa TFP. Le tecniche statistiche che cercano di misurare il concetto di
“conoscenza” usano raggruppare le variazioni di crescita che non possono essere
spiegate da cambiamenti di forza lavoro o investimenti. Da qui l'altro nome
meno lusinghiero di TFP: il “residuo di Solow”. Più che metro affidabile del
livello di conoscenza della società, la TFP finora sembra restare, nelle parole
di un critico di Solow, “misura della nostra ignoranza”» (Why long-term economic growth often disappoints, in «The Economist», 7 maggio 2022, on line).
L'ignoranza del fatto che l'economia è politica.
«L'economia siamo noi» (É.
Laurent, La raison économiques et ses monstres, Paris, Les liens qui
libèrent, 2022; recensione di F. Desnoyers, «La raison économiques et ses monstres»:
renverser le mythe de la croissance, in «Le Monde», 14 aprile 2022, on line).
«Ricordiamo
l'epitaffio che scrisse per la sua tomba quella vecchia donna di servizio: “Non
portate il lutto, amici, non piangete per me che farò finalmente niente, niente
per l'eternità”». «“Il paradiso risuonerà di salmi e di dolci musiche ma io non
farò la fatica di cantare”. Eppure la vita sarà tollerabile solo per quelli che
partecipino al canto: e quanti pochi di noi sanno cantare!» (Keynes, Esortazioni e profezie, cit., p. 279). Per cantare insieme, il «primo
atto giusto è la capacità dell'individuo di affrancarsi da qualsiasi logica
corporativa o utilitaristica, riuscire a giudicare avendo come primo e
necessario parametro il rispetto della dignità dell'uomo». Nel XXXI capitolo
dei Promessi sposi il protofisico Lodovico
Settala, «uomo di scienza, è tra i primi a non sottovalutare la peste e ad
avvertire le sue conseguenze. La sua lungimiranza è invisa alla popolazione che
lo vede come la causa del male e ne insulta la barba simbolo del suo cipiglio e
della sua arroganza intellettuale. Settala incarna il modello
dell'intellettuale che contrasta lo stereotipo con la conoscenza. È l'antitesi
di don Ferrante, che muore come “un eroe del Metastasio”, vittima delle sue convinzioni e superstizioni,
prendendosela con gli “accidenti”». «Settala è pertanto un personaggio “eroico”
di opposizione alla belva, perché indica come, per placare la sua insaziabile
fame, occorra scegliere la via del pensiero come fondamento della scelta
giusta, nonostante la difficoltà di tale strada che appare sempre più
essenziale» (A. Provera, Le passioni
perverse nell'atroce giudizio», in L'ombra delle “colonne infami”. La
letteratura e l'ingiustizia del capro espiatorio, a cura di Gabrio Forti,
Claudia Mazzuccato, Alessandro Provera, Milano, Vita e Pensiero, 2022, p. 63).
Infatti.
«Il
messaggio è chiaro; per la potenza revisionista che è la Russia, l'interesse nazionale
è meglio servito dall'assenza di regole internazionali che non dall'ordinamento
di sicurezza eretto nel 1945, giudicato ora decaduto». «Dopo gli attacchi
dell'11 settembre 2001 alcuni giuristi americani avevano cercato di
giustificare una nuova dottrina dell'“azione
preventiva” che autorizzerebbe azioni militari senza attendere che si
verifichino le condizioni di legittima difesa che rendono il ricorso alla forza
conforme al diritto». «La guerra della Russia all'Ucraina conferma amaramente
questa teoria, respinta dalla maggior parte dei giuristi che a giusto titolo ritengono
proprio della regola del diritto rimanere tale, anche se violata». «“Dove non
esistono regole niente è ingiusto” osservava il filosofo Thomas Hobbes», padre dello stato Leviatano causa delle guerre
europee e poi mondiali della modernità. «Di fronte a questa postura mortifera,
di cui il XX secolo ha dato troppi esempi tragici, sola bussola politica del
mondo occidentale – e ancor più dell'insieme europeo – è lo Stato di diritto,
fondamento dei valori e principi che ne costituiscono l'identità: democrazia,
libertà, verità» (P. Buhler, L'intérêt
national russe est mieux servi par l'absence de règles internationales que par
l'ordre de sécurité érigé en 1945, in «Le Monde», 13 maggio 2022, on line). Putin non è il solo. «Se tre ferventi sostenitori vi dicono a poche
ore l'uno dall'altro che andate dritto contro un muro, è vostro interesse
prendere sul serio il loro parere. Anche se vi chiamate Xi Jinping e siete a capo di un paese di 1,4 miliardi di abitanti.
Tre influenti uomini d'affari (un industriale europeo, un economista americano
e un finanziere cinese) suonano l'allarme: la Cina va male». «Ma da che Xi
Jinping ha modificato la Costituzione nel 2018 per restare potenzialmente
presidente a vita, non c'è più alcun contropotere. Ogni critica è inudibile» (F.
Lemaître, Xi Jinping pri à son propre
piège, in «Le Monde», 4
maggio 2022, on line).
Oltre
alla Russia di Putin, l'Ue affronta l'altro luogo delle non-regole, i mercati
neoliberisti, e «con la vigorosa commissaria danese prosegue la sua crociata
contro i giganti americani di Internet, accusati di approfittare della loro
posizione dominante per uccidere o asservire la concorrenza» (P. Escande, Bruxelles contre les GAFA, le match ne fait
que commencer, in «Le Monde»,
3 maggio 2022, on line).
«Tramontato
il furore delle privatizzazioni, anche per le delusioni che ne sono derivate in
settori cruciali come energia e telecomunicazioni, si dovrebbe riconoscere che
i governi già oggi avrebbero strumenti per fare politica industriale in modo
più diretto ed efficace rispetto alla regolazione dei mercati e agli strumenti
tributari». «Propongo – per illustrare concretamente l'idea – tre missioni e
quindi tre soggetti strategici: salute umana, cambiamento climatico, governo
dei dati. La dimensione europea di queste imprese potrebbe essere quella giusta
per garantirne il successo per varie ragioni: perché nessuno stato europeo può
fare da sé, perché esiste una solida base di competenze scientifiche e tecniche
da cui partire, perché l'Unione europea con la pandemia sta vivendo un momento
di rifondazione, favorevole all'investimento e alle missioni pubbliche di ampio
respiro». «Queste proposte potrebbero essere fattibili non solo sotto il
profilo tecnico e scientifico e tecnologico, economico e finanziario, ma
potrebbero entrare nell'agenda politica del confronto fra un'Europa
progressista e quella che guarda indietro, talvolta molto indietro. È il
momento giusto per parlarne» (M. Florio, La privatizzazione della conoscenza,
Roma-Bari, Laterza, 2021, pp. 17-18). Lo è.
Lo
è in una UE democratica di stati di diritto, perché i fatti ci ricordano che «l'opera
di un individuo che esercita il potere assoluto è decisiva in una società
povera di organi rappresentativi» (L. Storoni Mazzolani, Tiberio o la
spirale del potere, Milano, Rizzoli, 1981, p. 7). Un individuo «alterato,
travolto dalla forza irresistibile del potere», come il prototipo Tiberio (Tacito, Annales, VI,
48, cit., in ivi, p. 5). «Mentre giaceva immobile nel suo letto si tolse
l'anello con il sigillo per la firma dei decreti: l'insegna del potere», ma «il
suo ultimo gesto suggella la sua vita e la riassume: tornò a infilarsi l'anello
al dito, chiuse stretta la mano» (Ivi, p. 284).