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Che vuoi farci, bisogna vivere!

di Giuseppe Mattia
  Drive My Car
Data di pubblicazione su web 13/10/2021  

Dopo diversi anni di assenza a Cannes, il cinema giapponese (così come quello sudcoreano) sembra essersi risollevato a pieno, attirando su di sé l’attenzione della critica internazionale. Nell’ultima edizione del festival francese, il talentuoso regista giapponese Ryūsuke Hamaguchi reduce dal successo alla Berlinale con Il gioco del destino e della fantasia (2021) si è aggiudicato l’ambìto Premio per la miglior sceneggiatura, a tre anni di distanza dalla Palma d’oro del connazionale Hirokazu Kore’eda per Un affare di famiglia (2018). Tratto dell’omonimo racconto dell’ormai celebre Haruki Murakami che apre la raccolta Uomini senza donne (Einaudi, 2015), Drive My Car è un’opera incentrata sulle solitudini e sulle fragilità, che conquista e avvince nonostante le tre ore di durata, un fattore che oggigiorno rappresenta un’ardua prova per l’attenzione degli spettatori nonché un ostacolo per la circuitazione nelle sale.



Una scena del film

Una coppia di mezza età, reduce dalla prematura scomparsa della figlia, si ritrova a fare i conti con un equilibrio sentimentale quanto mai precario, basato sui lieti momenti passati: Yusuke (Hidetoshi Nishijima) è un attore e regista teatrale; la moglie Oto (Reika Kirishima) è una fedifraga seriale che lavora come sceneggiatrice in una compagnia televisiva nazionale. I due vivono sul filo del rasoio una relazione basata su tenerezze effimere e rapporti sessuali freddi, lucidi, finalizzati all’ispirazione artistica: solo sulla soglia dell’amplesso la donna trova le soluzioni narrative legate ai propri personaggi. Questa liaison “assurda” seguita non a caso da una scena in cui il protagonista interpreta Vladimir in Aspettando Godot di Beckett  è destinata a implodere per l’improvvisa dipartita della donna. Dopo una quarantina di minuti il prologo giunge così al termine, anticipando i titoli di testa. Due anni dopo, l’uomo si ritrova a Hiroshima per allestire una rappresentazione di Zio Vanja: il connubio tra quest’opera e la settima arte non può non rimandare all’ultima fatica di Louis Malle, Vanya on 42nd Street (1994). Per circa due mesi Yusuke vive a stretto contatto con un gruppo di persone che riusciranno, insieme al testo di Čechov, a illuminare il suo abisso interiore, costellato di sensi di colpa e rimpianti.



Una scena del film

Sebbene la trama non sia da subito così avvincente, a sostenere i centottanta minuti è sicuramente una sceneggiatura pregevole, fondata sulle interrelazioni e sull’evoluzione/involuzione dei personaggi, avvinghiati ognuno a proprio modo al mondo delle parole, tesi comprovata dalla babele linguistica nella quale vive l’intero cast: dal mandarino al filippino, dal giapponese alla lingua dei segni. I dialoghi sovrastano qualsiasi altro elemento tecnico-stilistico, risultando tuttavia leggeri e allo stesso tempo incisivi, funzionali alla comprensione (piuttosto lenta) delle problematiche del protagonista e della giovane autista Misaki: i due intrecciano e svelano vicendevolmente il loro passato a bordo dell’iconica Saab 900 rossa di Yusuke, spazio uterino, confortevole, sicuro. Il regista teatrale, da condottiero diventa condotto, rovesciamento che si fa riflesso di un’amara e sofferta presa di coscienza di una serie di sbagli impossibili da sostenere.



Una scena del film

Il regista classe 1978 realizza un film destinato a un pubblico ristretto, paziente, in grado di attendere il momento giusto per comprendere, per decifrare gli interminabili scambi ma anche i rari, assordanti silenzi. La tradizione cinematografica nipponica, fondata sulla dilatazione temporale e sui piccoli gesti compiuti e non, è qui riportata in auge, influenzata particolarmente dal contributo di Murakami, scrittore capace come pochi di evidenziare le sfumature e le pieghe nascoste dell’esistenza e dei turbamenti, come ad esempio nei romanzi Norwegian Wood (1987) o L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (2013). Nel film le parole, quelle della pièce ma anche quelle dei protagonisti, svelano tradimenti, rimorsi, colpe, storie, assumendo una funzione offensiva ma anche taumaturgica, indispensabile per la catarsi dei personaggi, in una pellicola che entra dentro solo a chi glielo consente, restando in febbrile attesa del suo prossimo lavoro.




Drive My Car
cast cast & credits
 



La locandina del film



 
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