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Tempi dal cielo chiuso

di Giuseppe Mattia
  Il cattivo poeta
Data di pubblicazione su web 24/05/2021  

C'era già stato nel 1986 un tentativo da parte di Sergio Nasca (con l’ausilio di Piero Chiara) di trasporre sullo schermo la vita di Gabriele D’Annunzio. Ora Gianluca Jodice, napoletano classe 1973, esordisce alla regia del lungometraggio cinematografico ripercorrendo gli ultimi anni del poeta pescarese fino alla sua dipartita, avvenuta soltanto pochi mesi prima della storica visita di Hitler a Roma nel 1938, episodio rievocato anche nel capolavoro di Ettore Scola Una giornata particolare (1977). Chi si aspetti un biopic puro su D’Annunzio rimarrà deluso: la pellicola prevede una tripartizione narrativa (i due protagonisti, poeta e spia, insieme al contesto storico-sociale) destinata a confluire in un unico fatale destino.


Una scena del film

Come in numerosi celebri esempi nei quali le grandi figure della Storia vengono raccontate attraverso occhi “altri” (stratagemma usato per una maggiore originalità), le sorti dannunziane sono filtrate dall’esperienza del giovane bresciano Giovanni Comini (Francesco Patanè), neopromosso segretario federale. Per via della sua formazione accademica, nel 1936 Comini viene convocato a Roma dagli eminentia papavera del Regime – tra cui il segretario del Partito Nazionale Fascista Achille Starace (Fausto Russo Alesi) – che gli ordinano di trasferirsi presso il Vittoriale degli Italiani, dimora di D’Annunzio (Sergio Castellitto). Questi, da anni discostatosi dall’ideologia fascista, rappresenta per i gerarchi un’incombente minaccia a causa della sua influenza sull’opinione pubblica, potenzialmente dannosa ai fini dell’alleanza di Mussolini con il suo omologo tedesco, definito dal Vate «ridicolo nibelungo». La missione di Comini è quella di riportare ai propri superiori tutte le conversazioni e le pianificazioni antimilitariste intercettate nella sfarzosa residenza sita a Gardone Riviera.

La storia ha inizio circa quattordici anni dopo la Marcia su Roma: la vicenda di Comini-D’Annunzio risulta essere fin da subito un mero pretesto per far luce sull’ipocrisia dell’ideologia fascista e sulle modalità in cui essa subdolamente è riuscita a infiltrarsi in tutti gli strati della popolazione (ci sono i cinegiornali anche prima dei film Disney!), trasformando gli “italiani brava gente” (citando Giuseppe De Santis) in delatori, giustizieri e vigliacchi. Le continue frecciatine sarcastiche dell’artista al Regime hanno un’essenza profetica (con il senno di poi). L’atmosfera crepuscolare e fatiscente che si respira nella paura delle persone, nelle torture, nella paranoia è ben lungi dall’immaginario cui ancora oggi viene associato il poeta di Pescara, un tempo ambasciatore dell’estetismo al pari di Joris-Karl Huysmans, che nel suo romanzo À rebours (1884) scrive di un giovane aristocratico che per diletto fa incastonare una serie di pietre preziose sul carapace di una tartaruga, portandola alla morte.



Una scena del film

L’impianto registico risulta misurato e gestito con prudenza (il cosiddetto “passo lungo quanto la propria gamba”), complice anche il fatto che Jodice non è proprio di primo pelo: una nota di merito rispetto a esordi sovrabbondanti di virtuosismi spesso fini a sé stessi. Nel reparto attoriale quello che all’inizio convince poco per poi riscattarsi è il giovane Patané, abbastanza distante dall’ideale physique du rôle di un federale. Tuttavia, la riuscita della sua interpretazione sta proprio nel contrasto tra il terribile ruolo affidatogli e quel suo viso glabro e innocente. Altra punta di diamante dell’intera produzione è la fotografia di Daniele Ciprì, che desatura le immagini virando su un funereo bianco e nero, le uniche tonalità che si addicono al Ventennio (il cineasta palermitano aveva già condotto un’operazione simile in Vincere di Marco Bellocchio, 2008). Uniche note dolenti sono riconducibili alla sceneggiatura – con alcune semplificazioni nella costruzione di personaggi (senza spessore) e vicende (tra piattezza e approssimazione) – e alla scenografia troppo fugace, superficiale e frettolosa del Vittoriale, che dovrebbe avere un ruolo centrale, rispetto alle più che riuscite location di architettura razionalista fascista.



Una scena del film

L’attenzione tutta, come prevedibile, è rivolta a un Castellitto che, coadiuvato da un notevole lavoro sul trucco (Teresa Patella e Roberto Pastore) e sui costumi (Andrea Cavalletto), restituisce quell’aura spettrale di anima errabonda, con lo sguardo vitreo, che si aggira per la regale, decadente dimora. L’attore romano alterna brillantemente momenti di lucidità e di delirio, “apollineo” e “dionisiaco”, come i personaggi di Maria e di Elena ne Il piacere (1889). Ancor più che sulla figura dell’uomo-poeta il film si sofferma sull’uomo-combattente, rappresentante di una Resistenza ante litteram, che usa come arma le parole, un po’ come Pessoa con Salazar o Neruda con Pinochet. Quindi a una più attenta lettura, l’opera di Jodice si impone come una efficace riflessione sulla figura dell’artista impegnato che, nonostante viva in una gabbia d’oro, continua imperterrito ad agire, a voler capire, a voler cambiare.

In Italia (ma non solo) i filoni dei film biografici e di genere sembrano ormai aver preso il volo. Un grande merito di questa nuova tendenza produttiva nel Belpaese va proprio a figure come Andrea Paris e Matteo Rovere, promettenti produttori di società quali Ascent Film e Groenlandia. Memento audere semper!




Il cattivo poeta
cast cast & credits
 


La locandina del film



 
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