Tempi dal cielo chiuso

Come in numerosi celebri esempi nei quali le grandi figure della Storia vengono raccontate attraverso occhi “altri” (stratagemma usato per una maggiore originalità), le sorti dannunziane sono filtrate dall'esperienza del giovane bresciano Giovanni Comini (Francesco Patanè), neopromosso segretario federale. Per via della sua formazione accademica, nel 1936 Comini viene convocato a Roma dagli eminentia papavera del Regime – tra cui il segretario del Partito Nazionale Fascista Achille Starace (Fausto Russo Alesi) – che gli ordinano di trasferirsi presso il Vittoriale degli Italiani, dimora di D'Annunzio (Sergio Castellitto). Questi, da anni discostatosi dall'ideologia fascista, rappresenta per i gerarchi un'incombente minaccia a causa della sua influenza sull'opinione pubblica, potenzialmente dannosa ai fini dell'alleanza di Mussolini con il suo omologo tedesco, definito dal Vate «ridicolo nibelungo». La missione di Comini è quella di riportare ai propri superiori tutte le conversazioni e le pianificazioni antimilitariste intercettate nella sfarzosa residenza sita a Gardone Riviera.
La storia ha inizio circa quattordici anni dopo la Marcia su Roma: la vicenda di Comini-D'Annunzio risulta essere fin da subito un mero pretesto per far luce sull'ipocrisia dell'ideologia fascista e sulle modalità in cui essa subdolamente è riuscita a infiltrarsi in tutti gli strati della popolazione (ci sono i cinegiornali anche prima dei film Disney!), trasformando gli “italiani brava gente” (citando Giuseppe De Santis) in delatori, giustizieri e vigliacchi. Le continue frecciatine sarcastiche dell'artista al Regime hanno un'essenza profetica (con il senno di poi). L'atmosfera crepuscolare e fatiscente che si respira nella paura delle persone, nelle torture, nella paranoia è ben lungi dall'immaginario cui ancora oggi viene associato il poeta di Pescara, un tempo ambasciatore dell'estetismo al pari di Joris-Karl Huysmans, che nel suo romanzo À rebours (1884) scrive di un giovane aristocratico che per diletto fa incastonare una serie di pietre preziose sul carapace di una tartaruga, portandola alla morte.

L'impianto registico risulta misurato e gestito con prudenza (il cosiddetto “passo lungo quanto la propria gamba”), complice anche il fatto che Jodice non è proprio di primo pelo: una nota di merito rispetto a esordi sovrabbondanti di virtuosismi spesso fini a sé stessi. Nel reparto attoriale quello che all'inizio convince poco per poi riscattarsi è il giovane Patané, abbastanza distante dall'ideale physique du rôle di un federale. Tuttavia, la riuscita della sua interpretazione sta proprio nel contrasto tra il terribile ruolo affidatogli e quel suo viso glabro e innocente. Altra punta di diamante dell'intera produzione è la fotografia di Daniele Ciprì, che desatura le immagini virando su un funereo bianco e nero, le uniche tonalità che si addicono al Ventennio (il cineasta palermitano aveva già condotto un'operazione simile in Vincere di Marco Bellocchio, 2008). Uniche note dolenti sono riconducibili alla sceneggiatura – con alcune semplificazioni nella costruzione di personaggi (senza spessore) e vicende (tra piattezza e approssimazione) – e alla scenografia troppo fugace, superficiale e frettolosa del Vittoriale, che dovrebbe avere un ruolo centrale, rispetto alle più che riuscite location di architettura razionalista fascista.

L'attenzione tutta, come prevedibile, è rivolta a un Castellitto che, coadiuvato da un notevole lavoro sul trucco (Teresa Patella e Roberto Pastore) e sui costumi (Andrea Cavalletto), restituisce quell'aura spettrale di anima errabonda, con lo sguardo vitreo, che si aggira per la regale, decadente dimora. L'attore romano alterna brillantemente momenti di lucidità e di delirio, “apollineo” e “dionisiaco”, come i personaggi di Maria e di Elena ne Il piacere (1889). Ancor più che sulla figura dell'uomo-poeta il film si sofferma sull'uomo-combattente, rappresentante di una Resistenza ante litteram, che usa come arma le parole, un po' come Pessoa con Salazar o Neruda con Pinochet. Quindi a una più attenta lettura, l'opera di Jodice si impone come una efficace riflessione sulla figura dell'artista impegnato che, nonostante viva in una gabbia d'oro, continua imperterrito ad agire, a voler capire, a voler cambiare.
In Italia (ma non solo) i filoni dei film biografici e di genere sembrano ormai aver preso il volo. Un grande merito di questa nuova tendenza produttiva nel Belpaese va proprio a figure come Andrea Paris e Matteo Rovere, promettenti produttori di società quali Ascent Film e Groenlandia. Memento audere semper!
Il cattivo poeta

Candidatura David di Donatello 2022
Cast & credits
| Titolo
Il cattivo poeta |
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| Origine
Italia |
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| Anno
2020 |
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| Durata
106 min. |
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| Soggetto
Gianluca Jodice |
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| Regia
Gianluca Jodice |
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| Interpreti
Sergio Castellitto (Gabriele D'Annunzio) Francesco Patanè (Giovanni Comini) Tommaso Ragno (Giancarlo Maroni) Clotilde Courau (Amélie Mazoyer) Fausto Russo Alesi (Achille Starace) Massimiliano Rossi (Commissario Rizzo) Elena Bucci (Luisa Baccara) |
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| Produttori
Andrea Paris, Matteo Rovere |
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| Produzione
Ascent Film, Bathysphere Productions, Rai Cinema |
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| Distribuzione
01 Distribution |
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| Scenografia
Tonino Zera |
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| Costumi
Andrea Cavalletto |
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| Sceneggiatura
Gianluca Jodice |
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| Montaggio
Simona Paggi |
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| Fotografia
Daniele Ciprì |
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| Effetti speciali
Franco Galiano, Roberto D'Ippolito |
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| Musiche
Michele Braga |
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| Note
Trucco: Teresa Patella, Roberto Pastore |