Lo zaino di Ashleigh

di Marco Pistoia

Data di pubblicazione su web 07/01/2020

Un giorno di pioggia a New York

Lo zaino con il quale Ashleigh Enright (Elle Fanning) giunge a New York con il fidanzato Gatsby Welles (Timothée Chalamet) e che reca le proprie iniziali A.E. è della Maison Goyard. Prestigiosa Casa parigina, fondata poco prima (1853) della più nota Louis Vuitton con la quale ha in comune, fra le altre cose, il tipo di tessuto in tela. Woody Allen inquadra lo zaino – e i set di bagagli che i due ricconi portano nel grande albergo, fra i quali anche dei Vuitton e probabilmente degli Hermès – in campo medio, come a evitare di sottolineare troppo il lusso e il prestigio di tali set o, in ogni caso, a non farne troppo esplicito indizio da product placement.

Banale dettaglio? Ovvi riferimenti per due giovani di quello status? Anche. Eppure quello zaino continua a intrigarci anche dopo la visione del film, perché sembra essere un micro segnale, ricco di originalità e raffinatezza, come un Goyard vs. Vuitton, per parafrasare il titolo di un aureo saggio di Roland Barthes (Chanel vs. Courrèges). Una raffinatezza squisita e squisitamente europea del resto avvolge tutto il film, fattore non certo inedito nel cinema di Allen ma a sua volta rinnovato in queste giornate piovose nella Grande Mela.

La metropoli stessa è inquadrata spesso fra i propri spazi meno riconoscibili, percorsa molto a piedi (soprattutto da Gatsby) e con un'articolazione “a tappe”, una flânerie che richiama, chez Allen, in particolare quella di Midnight in Paris (2011), e certamente quella del modello costante di riferimento anche sul tema, Manhattan (1979). Gatsby, ma un po' anche Ashleigh, sono infatti dei flâneurs e come tali si perdono nella grande città, loro che peraltro vengono dalla piccola periferia del Campus dove studiano.


Una scena del film

Il crescente gioco di equivoci, contrattempi, sorprese sembra concertato come in una pièce di Marivaux (in particolare pensiamo al Gioco dell'amore e del caso e magari, sul piano cinematografico, all'influenza di Eric Rohmer) e se si aggiunge un diffuso tono da “grazia mozartiana” si potrebbe definire questo film come il più europeo fra quelli del regista. Ma, oltre agli elementi finora notati, c'è un altro dettaglio chiave che getta una “luce illuminante” sull'analisi del film: è quando Gatsby, evidente doppio del regista “da giovane”, gran lettore, lancia una frecciata al “noioso” Henry James, come noto uno dei grandi scrittori americani più intriso di cultura e suggestioni europee. Ebbene, in un magnifico racconto lungo del giovane James, La storia di un capolavoro (1868), i caratteri sono soggetti a una tale raffinata (e ricca di ironia) introspezione, nonché al centro del gran tema della gelosia maschile – di cui è a suo modo affetto anche Gatsby – da far pensare che almeno un certo James sia ulteriore (anche nella scelta del nome della ragazza) e dunque profondo segnale di una messe, tanto ricca quanto per nulla intellettualistica, di colti riferimenti.

Uno dei motivi della grande fascinazione che questo Allen suscita è proprio legato a una sovrana capacità di essere leggero e profondo, colto ma anche immediato. Sembra infatti che il possibile livello profondo del film sia tutto nella propria superficie e in primo luogo è consigliabile vederlo lasciandosi trasportare dalle vicende, sempre più rocambolesche (un po' alla Misterioso omicidio a Manhattan, 1993) della giovane coppia e dei personaggi che le ruotano intorno.


Una scena del film

Terzo film consecutivo che Allen condivide con Vittorio Storaro (nel frattempo i due ne hanno girato un altro, in probabile uscita primaverile) conferma sia un notevole affiatamento tra i due sia, ovviamente, il magistero della luce cinematografica. Questa New York è di una illuminazione naturalistica pressoché oggettiva negli esterni, laddove negli interni (prevalentemente lussuosi) avvolge di calda luce chi li abita o frequenta. Una luce perfino più calda rispetto a quella di una rappresentazione naturalistica: si pensi, nella filmografia di Storaro, al coppoliano Un sogno lungo un giorno (1982). Un mondo ovattato sul quale, tuttavia, Allen ci riserva un mirabile coup de théâtre nel sottofinale, con la confessione della madre di Gatsby (una strepitosa Cherry Jones) al figlio. Come dire, alla Jean Cocteau: bisognerebbe che gli specchi riflettessero un po' su sé stessi prima di riflettere le immagini…

Dopo una ricostruzione accurata ma un po' fiacca di ambienti che peraltro conosce molto bene (Café Society, 2016) e una meravigliosa storia di vite dolenti (La ruota delle meraviglie, 2017), Allen si conferma in stato di grazia con questa commedia (degli errori…) – tra sofisticata e screwball – pressoché perfetta, che oggi può costituire un rinnovato modello di stile per un genere tanto affascinante quanto complesso. Con una giovane attrice a sua volta straordinaria (si pensi in primo luogo alla scena al ristorante) e un giovane attore più che credibile e dignitoso, anche nella bella dizione, che la versione originale consente di apprezzare.


Un giorno di pioggia a New York

Cast & Credits



La locandina

Disponibile sulle piattaforme:
Tim Vision
Chili


Cast & credits

Genere 
Commedia
Titolo 
Un giorno di pioggia a New York
Origine 
USA
Anno 
2019
Durata 
92 min.
Colore 
Titolo originale 
A Rainy Day in New York
Regia 
Woody Allen
Interpreti 
Timothée Chalamet
Elle Fanning
Selena Gomez
Jude Law

Produzione 
Gravier Productions, Perdido Productions
Distribuzione 
Lucky Red
Scenografia 
Santo Loquasto
Costumi 
Suzy Benzinger
Sceneggiatura 
Woody Allen
Montaggio 
Alisa Lepselter
Fotografia 
Vittorio Storaro
Effetti speciali 
Roy Savoy