I vincitori e i vinti
Non sono mancate le discussioni, preventive e concomitanti allo spettacolo. Inizio con le preventive. In origine la Scala aveva scritturato Cecilia Bartoli per tutte e tre le opere (con Semele al posto di Agrippina). Poi, adducendo il motivo dell'imminente addio di Alexander Pereira alla sovrintendenza del teatro milanese (in scadenza nel 2020), Bartoli ha cancellato la sua partecipazione. I biglietti per Giulio Cesare nel frattempo erano già stati messi in vendita, e questo ritiro ha da una parte generato la delusione dei suoi fans, scatenando dall'altra gli acerrimi nemici della diva, che notoriamente contano numerosi adepti tra i loggionisti scaligeri.
Si
è comunque arrivati al debutto di Giulio
Cesare,
e le cose, per fortuna, sono andate bene. Con soddisfazione generale (e arrivo
così alle polemiche concomitanti) mista però a un filo di (immancabile!)
scontento. Sì, perché i sostenitori dell'opera “barocca”, pur felici per i tre
titoli del repertorio prediletto, lamentano di essere tenuti a stecchetto, con
una dieta dissociata che alla Scala da una decina d'anni si compone di solo
Händel (Alcina nel 2009, Il trionfo del tempo e del disinganno nel
2015, Tamerlano nel 2017), con
qualche “goccia” di Monteverdi (Orfeo del 2008, Il ritorno di Ulisse in patria del 2011 e L'incoronazione di Poppea del 2014). La consapevolezza di essere
rientrati nel “grande giro” della lirica internazionale fa notare, in effetti,
l'assenza dal teatro milanese di autori e opere che in altre piazze, europee ma
non solo, si vedono con una certa frequenza, se non con regolarità. A quando,
ci si domanda, un'opera di Vivaldi?
o di Rameau? o, per osare
l'inosabile, di Lully?

Nonostante tutto, questo Giulio Cesare pare aver placato gli animi. In primo luogo perché lo spettacolo è di primissimo livello. La Scala lo ha affidato alle cure di Robert Carsen, uno dei migliori registi d'opera del momento. Diciamo subito che non c'è molto di nuovo nella sua lettura del capolavoro di Händel. Per Carsen l'Egitto antico è un vicino Oriente di oggi, dove girano molte armi e molti soldi. Cesare è un moderno conquistatore occidentale; Tolomeo un sovrano del luogo, ricco, tradizionalista e feroce, come da manuale (e come nel ritratto che ne fanno sia il libretto sia la musica); e così via. Tutto, in modi e tempi diversi, già visto in altre produzioni dell'opera degli ultimi vent'anni, da quella di McVicar per Glyndebourne a quella di Jones per la Bayerische Staatsoper, giù giù fino all'allestimento di Pizzech per Circuito emiliano.
Si tratta, dunque, dell'ennesima declinazione dello scontro vittorioso tra occidente buono e oriente cattivo? Sì e no. Sì, perché l'opera concentra tutti i comportamenti meno commendevoli in Tolomeo, che testo e musica costruiscono come il personaggio malefico della vicenda – una visione manichea da cui Carsen non prende le distanze. No, perché Cleopatra, parte dello stesso mondo del fratello, non è prigioniera della tradizione. I suoi frequenti cambi di abito sono lo specchio della sua capacità di adattamento alle diverse situazioni: delle maschere utili per conquistare il potere, e con esso il proprio vantaggio e quello del suo popolo. L'ultima scena è decisiva: qui si capisce che Cesare è in Egitto alla ricerca del petrolio, e Cleopatra, liberatasi di un Tolomeo capace solo di fare la guerra, arriva finalmente a concludere con lui un accordo. Sullo sfondo di un oleodotto fresco di inaugurazione, Cleopatra scopre sotto l'abito orientale un perfetto tailleur da businesswoman, e firma trattati commerciali con il conquistatore. La pace è fatta per la gioia e la prosperità di tutti – e pensare che bastava solo un cambio di abito, cioè di un habitus meno rigido, per ottenerla!

La parte musicale ha riservato alcune interessanti sorprese. Alla Scala non si erano visti mai tanti controtenori tutti insieme: ben quattro, di cui tre in parti di prima sfera. Per un teatro dalle recenti frequentazioni settecentesche, per di più autoproclamatosi tempio del cosiddetto belcanto (concetto tanto sfuggente quanto costantemente invocato), si tratta di un importante passo verso l'internazionalizzazione. La prassi moderna di affidare ruoli scritti per castrati a controtenori (che nel Settecento non c'erano, o almeno non cantavano nei teatri) in luogo di cantanti donne en travesti (come invece accadeva nel Settecento) non cessa di sollevare discussioni. Che però si quietano quando gli interpreti sono bravi, come sempre più spesso capita di sentire.

Sul versante femminile, ottima come sempre Sara Mingardo (Cornelia). Il volume è limitato, ma questo non impedisce all'artista di emergere come interprete sopraffina. Se, a causa del taglio di alcuni pezzi chiusi, lo spettacolo mette in luce solo il lato dolente del personaggio, Mingardo ci fa scoprire di quante luci, di quante ombre e di quanti colori questo dolore sia ricco. Resta poi la Cleopatra di Danielle de Niese. È un'attrice strepitosa, e il ruolo, con tutta la sua varietà di affetti e atteggiamenti, le sta a pennello, merito anche di una lunga frequentazione (iniziata nel 2005 a Glyndebourne, acclamatissima nello spettacolo di McVicar sopra ricordato). La musicista non è però costante: il fraseggio e il lavoro sul testo musicale sono spesso generici; la voce poi è ampia e corre bene nella sala del Piermarini, ma le estremità dei registri non sono curate come dovrebbero. Ma sono dettagli che non inficiano una prova teatrale eccellente: alla fine il pubblico, come Giulio Cesare nella finzione, ne è rimasto letteralmente soggiogato. Completano il cast Christian Senn (Achilla) che rende bene l'unica aria del personaggio, e l'ottimo Renato Dolcini (Curio), che non ha arie, ma si fa notare ugualmente per presenza vocale e scenica.
Non ha convinto del tutto la direzione di Giovanni Antonini. I tempi sono scelti con cura, ma i colori e i fraseggi sono generici, e l'intonazione dei fiati a volte problematica (anche tenendo conto dell'impossibilità per questi strumenti di suonare “pulito”, gli scrocchi dei corni naturali in «Va tacito e nascosto» erano troppi). Certo, è difficile giudicare la prova di un direttore alla testa di un ensemble come l'Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici. Una produzione barocca ogni tanto è troppo poco perché la compagine riesca davvero a crescere e anche solo ad avvicinarsi agli standard di gruppi orchestrali analoghi che da decenni ormai anche in Italia hanno raggiunto livelli altissimi.
Giulio Cesare in Egitto

Cast & credits
| Titolo
Giulio Cesare in Egitto |
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| Sotto titolo
Dramma per musica in tre atti |
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| Durata
3h e 43 (intervallo incluso) |
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| Data rappresentazione
18 ottobre 2019 |
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| Città rappresentazione
Milano |
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| Luogo rappresentazione
Teatro alla Scala |
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| Prima rappresentazione
18 ottobre 2019 |
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| Libretto
Nicola Francesco Haym da Giacomo Francesco Bussani |
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| Regia
Robert Carsen |
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| Interpreti
Bejun Mehta (Giulio Cesare) Renato Docini (Curio) Sara Mingardo (Cornelia) Philippe Jaroussky (Sesto) Danielle de Niese (Cleopatra) Christophe Dumaux (Tolomeo) Christian Senn (Achilla) Luigi Schifano (Nireno) |
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| Scenografia
Gideon Davey |
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| Costumi
Gideon Davey |
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| Coreografia
Rebecca Howell |
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| Luci
Robert Carsen e Peter van Praet |
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| Musiche
Georg Friedrich Händel |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici |
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| Direzione d'orchestra
Giovanni Antonini |
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| Note
Video Vill Duke Drammaturgia Ian Burton |
Trama
ATTO I
Cesare giunge in Egitto
per inseguire il nemico Pompeo, in fuga con il suo esercito dopo la sconfitta
di Farsalo. Cornelia, moglie di Pompeo, e suo figlio Sesto invocano clemenza
che il vincitore accorda loro con grande magnanimità. Essi però sono alloscuro
del fatto che il re dEgitto Tolomeo ha fatto barbaramente uccidere Pompeo
nella speranza ingraziarsi Cesare. Quando il comandante egiziano Achilla gli
offre la testa del nemico, si mostra invece sdegnato condannando senza
tentennamenti il gesto efferato. Ordina inoltre di tributare alle spoglie del
nemico onori da eroe. Achilla riferisce al re la reazione imprevista di Cesare
e promette di ucciderlo in cambio della mano di Cornelia, di cui è innamorato.
Intanto Cleopatra, sorella di Tolomeo, approfitta della presenza di Cesare per
conquistare il trono dEgitto, a cui aspira in quanto primogenita; dapprima cerca
di sedurre il condottiero romano presentandosi come Lidia, una fanciulla del
suo seguito.
Durante una festa, Sesto sfida Tolomeo, ma viene arrestato insieme alla madre.
ATTO II
Cleopatra si innamora davvero di Cesare, che però, pur essendo attratto dalla bellezza della donna, ne rifiuta lamore poiché crede sia unumile «donzella». Intanto il condottiero romano viene a sapere che si sta tramando una congiura ai suoi danni. Cleopatra si lascia sfuggire la propria identità e supplica lamato affinché fugga. Per salvarsi dai sicari di Tolomeo è costretto a gettarsi in mare. Achillas porta al re la notizia della morte del generale romano, ma si vede rifiutare la mano di Cornelia, di cui nel frattempo anche Tolomeo s'è innamorato.
ATTO III
Nello scontro tra romani ed egiziani Tolomeo ha in un primo momento la meglio. Cornelia e Sesto cadono nelle mani nemiche dopo che il giovane ha tentato di uccidere il re; Cleopatra viene imprigionata e si sparge la voce che Cesare, gettatosi in mare per sfuggire ai sicari di Tolomeo, sia annegato. I romani, privi del loro comandante, si danno alla fuga. Quando Cesare, che si è salvato a nuoto, giunge sul luogo dove si è disputata la battaglia, trova l'esercito disfatto. Di nascosto, sente il colloquio fra Sesto e Achillas, ferito a morte, che confessa d'essere stato spinto dal re all'uccisione di Pompeo e consegna al giovane un sigillo d'oro con cui potranno essere adunati cento suoi uomini, pronti a uccidere Tolomeo. Cesare, fattosi dare il sigillo, guida di persona la rivolta: nella tenda del fratello, Cleopatra gioisce nel rivedere l'amante. Cesare vince la battaglia decisiva, Sesto vendica la morte del padre, uccidendo Tolomeo. Fra il giubilo del popolo e dei guerrieri, Cleopatra viene incoronata regina e i due amanti si scambiano reciproche promesse di fede e d'amore.