Larger than Life

di Vincenzo Borghetti

Data di pubblicazione su web 06/03/2019

Chovanšcina

Per avere un'epica nell'età contemporanea è necessario un paese sterminato. Quando i treni e la navigazione a vapore hanno ridotto le distanze geografiche, l'Europa occidentale è apparsa irrimediabilmente angusta, incapace di ospitare le grandi narrazioni che smuovono popoli e nazioni. Sono la Russia e gli Stati Uniti d'America che, non a caso, anche per autori dell'Europa occidentale fanno da scenario a storie e a passioni smisurate, epopee lunghe, lunghissime, che coprono spazi e archi cronologici altrove già impensabili.

L'opera non ne resta immune. In questo ambito la Russia del secondo Ottocento, anche per ragioni di contiguità geo-culturale, ha la meglio sull'America, che non ha ancora un interesse significativo per la produzione operistica autoctona. A Mosca e a San Pietroburgo i compositori all'opera vanno molto, sanno delle novità che si rappresentano a Parigi e a Milano, leggono spartiti e libretti, imparano da Rossini, Mayerbeer, Halévy, Verdi che il teatro musicale può essere uno strumento formidabile per raccontare le grandi storie della Storia nazionale. Storia che l'opera occidentale ha fino a quel punto frequentato in modo solo saltuario, ed è quindi anch'essa un territorio vastissimo tutto ancora da esplorare.

All'epica operistica, nella Russia del secondo Ottocento, si danno quindi un po' tutti, da Čaikovskij a Borodin a Rimskij-Korsakov. Ma se c'è un nome che per primo viene alla mente quando si parla di opera-epos, questo è Modest Petrovič Musorgskij. A lui si devono le principali opere-epopea della fine del XIX secolo: Boris Godunov e Chovanščina. Epiche perché raccontano di sovrani, di lotte violente e complicate per il potere, di fazioni in conflitto, di interi popoli in guerra. Epiche perché dell'epos hanno la struttura aperta di narrazioni grandi e rapsodiche, fatte di salti logici, di movimenti e scarti improvvisi e vertiginosi. Epiche perché dell'epos hanno infine lo statuto testuale problematico, disperante.



Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

Come è noto, sia del Boris sia ancor di più della Chovanščina un originale non c'è. Al suo posto ci sono possibili ipotesi ricostruttive, che mettono insieme in modi e con finalità diversi i frammenti che Musorgskij ha lasciato in uno stato di maggiore o minore (omerica, verrebbe da dire) completezza. Della Chovanščina il compositore è riuscito ad abbozzare uno spartito per canto e pianoforte, nonché un'orchestrazione solo di pochissimi passaggi: restano incompleti alcuni punti, come i finali del secondo e del quinto atto. Le diverse rappresentazioni dell'opera hanno necessariamente visto altri musicisti impegnati nel donare una forma definitiva che ne consentisse l'esecuzione. Lo hanno fatto con diverse gradazioni di intervento: dalla revisione-riscrittura di Rimskij-Korsakov (1883, la più eseguita fino alla prima metà del secolo scorso) a quella di Ravel e Stravinskij (1913) fino alla versione considerata più rispettosa del dettato dell'autore, realizzata da Shostakovič (1958-1959). Quest'ultima è quella che la Scala ha deciso di inserire nel cartellone del 2019, ma con alcune modifiche da parte dello stesso direttore d'orchestra Valery Gergiev.

Della storia nazionale Chovanščina mette in scena la lunga crisi che alla fine del Seicento portò alla conquista del potere da parte di Pietro I il Grande. Il sottotitolo dell'opera è molto eloquente: «dramma musicale popolare in cinque atti». Ed è davvero il dramma musicale di un intero popolo dilaniato al suo interno da conflitti insanabili: sono qui proposti un numero impressionante di personaggi e, aspetto ancora più rilevante, di cori, ossia di masse, le vere e proprie protagoniste dell'opera. C'è tutto il popolo russo che canta, anche quando in scena ci sono personaggi singoli. Musorgskij trova un linguaggio capace di esprimere musicalmente una dimensione che è individuale e collettiva insieme. Tutta l'opera è costruita su melodie diatoniche e modali riprese – o, forse meglio, reinventate – dalla musica liturgica ortodossa e dai canti popolari, conservando e/o imitando di questi gli aspetti meno accademicamente addomesticati. L'opera è inoltre immersa nel paesaggio sonoro della Russia antica, che si materializza grazie alle onnipresenti campane che squassano l'atmosfera nei momenti più tragici (e che proprio la versione di Shostakovič ripristina in tutta la loro primitiva potenza).



Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

Lo spettacolo ideato da Mario Martone fa perno sul respiro epico e grandioso dell'opera di Musorgskij, ma ne trasferisce le vicende in un futuro distopico: un tempo in cui, come nella Russia del giovane Pietro I, la civiltà è solo un ricordo, un valore perduto che non si sa se avrà ancora speranza di essere nuovamente realizzato. Le scene di Margherita Palli riproducono rovine di dimore una volta maestose, desolati ruderi industriali. Le luci fredde di Pasquale Mari contribuiscono a raccontare un'epoca in cui l'umanità ha poco di umano. È un futuro terribile, come i peggiori momenti della Storia: le scene, i costumi (di Ursula Patzak) preservano del passato tracce significative, evidenti nelle rovine delle architetture che ricordano eleganti dacie fine-de-siècle, nei caffetani di pelliccia del principe Chovanskij simili a quelli dei boiari del Seicento, nei cappotti di pelle nera del principe Golicyn, nelle uniformi dei soldati che richiamano quelle naziste della Seconda guerra mondiale.

Martone – è sua caratteristica – si fa carico di raccontare la trama in modo chiaro. Segue al minuto la recitazione dei cantanti e del coro. Esemplare in questo senso la sua caratterizzazione dei singoli personaggi, che ottiene lavorando sulla gestualità e i movimenti. Innovativi ed espressivi i suoi Chovanskij, Golicyn, Dosifej per quello che rappresentano nella storia e per come lo rappresentano in scena; così come sono cariche di novità le (poche) figure femminili, diverse rispetto ad allestimenti precedenti per il linguaggio scenico che il regista ha saputo pensare per loro e ottenere dalle interpreti. Alla fine ci è sembrato di stare al cinema. Tutta la messa in scena si basa su citazioni da film famosi, di fantascienza ma anche storici: Blade Runners, Il dottor Živago, fino alla incredibile scena finale che riprende l'apocalittico pianeta in fiamme del recente Melancholia di Lars von Trier. Inoltre, non c'è un attimo in cui i movimenti e la recitazione di chi è in scena non sia curata nel dettaglio (merito anche delle coreografie di Daniela Schiavone). Come, appunto, nel migliore cinema. 



Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia & Rudy Amisano

La Scala segna con questa Chovanščina un grande successo, il primo davvero incondizionato di una stagione che si era aperta in modo non del tutto entusiasmante con l'Attila dell'inaugurazione. Il merito, oltre che della parte visiva, è di quella musicale. Innanzitutto della direzione. Gergiev è stato il direttore ideale, capace di trovare colori unici per ciascun atto, per ciascun momento dell'opera: taglienti e a tratti ruvidi per le scene di violenza nel primo atto, ambientato a Mosca nella Piazza Rossa; raffinati e perfino decadenti per quelle del secondo, nella dimora di campagna del principe Golicyn; grandiosi e dolenti insieme per la imponente scena corale conclusiva.

Non sono stati da meno gli interpreti vocali, tutti di altissimo livello, compresi i giovani dell'Accademia del Teatro impegnati nelle parti di secondo piano. In primo luogo mi piace ricordare la Marfa di Ekaterina Semenchuk, che ha disegnato un personaggio appassionato e allo stesso tempo arcano: merito di un uso sapiente del fraseggio attentissimo e della varietà di colori vocali. La sua canzone all'apertura del terzo atto è stata straordinaria, tutta giocata su dinamiche smorzate eppure di grande intensità. Ottimo il principe Chovanskij di Mikhail Petrenko: baritono che, se non ha l'opulenza vocale di altri interpreti del ruolo, sa usare bene la voce per dare corpo a un personaggio tragico e spregevole allo stesso tempo. Sergey Skorokhodov tratteggia bene, al pari di molti altri tenori operistici, Andrei Chovanskij, principe in bilico tra violenza e passione. Ottimi poi lo Šaklovityi di Alexey Marko e ancor più il Dosifej di Stanislav Trofimov. Di gran livello anche gli interpreti di ruoli meno estesi: Evgenia Muravera (Emma), Evgeny Akimov (Golicyn), Maxim Paster (Scrivano) e così via. Orchestra magnifica, come il coro, splendidamente preparato da Bruno Casoni.

Grande successo per tutti. L'“applausometro” ha registrato dei picchi per le uscite di Gergiev, Semenchuk, Trofimov e Casoni.

Spettacolo visto il 3 marzo 2019 al Teatro alla Scala di Milano.

Chovanšcina

Cast & Credits

Trama


Si veda qui il trailer dello spettacolo di scena al Teatro alla Scala di Milano

Un momento dello spettacolo visto il 3 marzo 2019 al Teatro alla Scala di Milano.
© Marco Brescia & Rudy Amisano

Cast & credits

Titolo 
Chovanšcina
Sotto titolo 
Dramma in musica in cinque quadri
Durata 
4 ore e 11 minuti
Data rappresentazione 
3 marzo 2019
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
27 febbraio 2019
Libretto 
Modest Petrovic Musorgskij
Regia 
Mario Martone
Interpreti 
Mikhail Petrenko (Ivan Chovanskij)
Sergey Skorokhodov (Andrej Chovanskij)
Evgeny Akimov (Vasilij Golicyn)
Alexey Markov (Šaklovityj)
Stanislav Trofimov (Dosifej)
Ekaterina Semenchuk (Marfa)
Irina Vashchenko (Susanna)
Maxim Paster (Scrivano)
Evgenia Muraveva (Emma)
Maharram Huseynov (Pastore luterano)
Lasha Sesitashvili (Varsonof'ev)
Sergej Ababkin (Kuz'ka)
Sergej Ababkin (Strešnev)
Eugenio Di Lieto (Primo strelec)
Giorgi Lomiseli (Secondo strelec)
Chuan Wang (Uomo di fiducia del Principe Golicyn)
Produzione 
Teatro all Scala
Scenografia 
Margherita Palli
Costumi 
Ursula Patzak
Coreografia 
Daniela Schiavone
Luci 
Pasquale Mari
Musiche 
Modest Petrovic Musorgskij
Orchestra 
Orchestra del Teatro alla Scala
Coro 
Coro del Teatro alla Scala, con la partecipazione del Coro di voci bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala
Maestro del coro 
Bruno Casoni
Note 
Video designer: Umberto Saraceni per Italvideo Service

Trama


Atto primo

Piazza Rossa a Mosca. AI centro una colonna, eretta per celebrare le sanguinose imprese degli strel’cy, soldati della guarnigione della capitale che in tempi di disordini, di complicate successioni dinastiche compiono ogni genere di violenza con il pretesto di mantenere l’ordine (alla morte dello zar Fëdor Alekseevicˇ due eredi sono in lotta, il figlio della prima moglie, Ivan, e quello della seconda, pietro, che alla fine prevarrà e diventerà pietro il Grande). È l’alba. Lo strelec Kuz’ka è di guardia: nel dormiveglia canticchia una canzone militaresca. All’interno del Cremlino squillano le trombe degli strel’cy, entra una pattuglia e due di loro raccontano le loro ultime prodezze, compiute nella giornata precedente: hanno massacrato uno scrivano della Duma e un tedesco. Kuz’ka si sveglia di soprassalto e i compagni si burlano di lui. Entra uno scrivano che si accinge al lavoro quotidiano nella sua garitta: teme gli strel’cy e maledice i tempi difficili che la Russia sta attraversando. Arriva in fretta il boiaro Šaklovityj: prima con le minacce, poi con un lauto compenso obbliga lo scrivano a scrivere una denuncia, che vuole anonima, contro il principe Ivan Chovanskij, capo degli strel’cy, e suo figlio Andrej, accusati di creare disordini e di voler impadronirsi del potere con l’appoggio dei raskol’niki (o vecchi credenti, nemici della riforma religiosa voluta qualche anno prima dal patriarca Nikon, da cui è nato lo scisma che dilania la Chiesa ortodossa). mentre Šaklovityj si allontana, un gruppo di popolani moscoviti chiede allo scrivano di leggere le scritte appese alla colonna: è il terribile elenco delle esecuzioni volute dagli strel’cy contro i boiari che si sono rifiutati di obbedire ai loro comandi. Viene annunciato l’arrivo di Ivan Chovanskij, tra le acclamazioni del popolo. Chovanskij tiene un discorso in cui si dichiara difensore degli zar adolescenti lvan e pietro e dell’ordine sociale, contro le trame dei boiari ribelli: è grazie a lui e ai suoi strel’cy che a mosca la situazione è sotto controllo. Chovanskij esce, osannato dalla folla; entra suo figlio Andrej che vuole sedurre con la violenza la bella Emma, giovane luterana a cui Andrej ha ucciso il padre ed esiliato il fidanzato. In soccorso di Emma, che rifiuta le arroganti profferte di Andrej, arriva marfa, seguace dei raskol’niki, che è stata amata e poi abbandonata da Andrej. marfa rinfaccia ad Andrej la sua infedeltà: irritato dalla sua gelosia, Andrej tenta di ucciderla con un pugnale, ma la donna riesce a parare il colpo. Rientra Ivan Chovanskij con i suoi strel’cy: colpito dalla bellezza di Emma, ordina di trascinarla al suo palazzo. Andrej si ribella all’ordine del padre e, piuttosto che lasciarsi portar via il suo nuovo amore, alza il pugnale su di lei. A fermarlo interviene il monaco Dosifej, capo dei raskol’niki, che si indigna per la violenza dei principi e degli strel’cy e invita tutti a difendere l’antica fede, minacciata dalla riforma di Nikon.

 

Atto secondo

Padiglione estivo del principe Vasilij Golicyn, favorito della zarina Sof’ja, sorella maggiore dello zarevicˇ Ivan e nemica del fratellastro e futuro zar Pietro. Il principe legge una lettera d’amore della zarina: nonostante il tono appassionato, Golicyn teme l’ambizione e la sete di dominio dell’amante. Entra un pastore luterano che chiede giustizia per la bella Emma, insidiata da Andrej Chovanskij, ma Golicyn si rifiuta di intervenire in faccende private dei Chovanskie. Il segretario Varsonof’ev introduce marfa, che è stata convocata da Golicyn per le sue doti di indovina. marfa predice il futuro al principe: gravi sciagure lo attendono, perdita di potere, esilio, povertà. Irritato, Golicyn ordina di eliminare l’indovina, perché nessuno venga a sapere delle disgrazie che lo minacciano, ma marfa sente l’ordine e fugge. Rimasto solo, Golicyn si abbandona a tristi considerazioni: sente la vanità delle sue imprese belliche, vede crollare i suoi sogni di gloria, le sue speranze di costruire una Russia felice. Entra lvan Chovanskij, che viene per una riunione con Dosifej sul futuro della Russia. In attesa del monaco, i due principi si scambiano aggressive e violente accuse sui reciproci comportamenti politici. Dosifej (che prima di vestire la tonaca era un principe) cerca di portare pace e di spingere i due principi alla difesa delle antiche tradizioni ortodosse contro le riforme di Nikon. mentre Golicyn rifiuta decisamente, Chovanskij si dichiara pronto a sostenere i raskol’niki, nella speranza che appoggino i suoi piani di presa del potere. Una processione di raskol’niki passa sul fondo, seguìta da una grande folla: Dosifej e Chovanskij plaudono, Golicyn disapprova. Irrompe marfa e racconta come, vicino alla palude di Belyj gorod, sia stata assalita da un servo di Golicyn: è salva solo grazie all’intervento dei soldati di pietro, che passavano di lì per caso. Sopraggiunge Šaklovityj: annuncia che a Izmajlovo è stata affissa una denuncia contro i Chovanskie. Il loro complotto è stato scoperto. Lo zar pietro ha definito l’affare una “chovanšcˇina” e ha ordinato di arrestarli.

 

Atto terzo

Quartiere degli strel’cy di fronte a Belyj gorod, dietro al Cremlino. È mezzogiorno. I raskol’niki, fra cui c’è marfa, passano in processione, intonando canti in cui invocano la vittoria sugli eretici riformisti. marfa, rimasta sola, canta il suo amore per Andrej, che l’ha tradita: con le sue doti di veggente, prevede per entrambi una morte tra le fiamme. Susanna, una vecchia raskol’nica, ascolta il canto e inveisce contro marfa, accusandola di intenzioni oscene e di tresche diaboliche. Dosifej caccia Susanna, indignato, e conforta marfa, che chiede perdono per la sua passione non spenta e ha ancora la visione del rogo purificatore. l due si allontanano. Entra Šaklovityj, che medita tristemente sulla patria minacciata dai nemici esterni e dalle contese interne: chiede a Dio che dia pace alla Russia e le invii un eletto capace di sedare le violenze. Gli strel’cy entrano ubriachi, cantando una spavalda canzone: vengono inseguiti dalle mogli infuriate che rimproverano loro di trascurare famiglie e figli. Lo strelec Kuz’ka calma l’agitazione generale intonando una canzone sulla calunnia. Trafelato entra lo scrivano con una cattiva notizia: il quartiere degli strel’cy è stato assalito dagli ulani che, con l’aiuto dei soldati di pietro, hanno sgominato e catturato gli abitanti. Di fronte allo sgomento dei presenti, Kuz’ka propone di rivolgersi a Chovanskij, capo degli strel’cy: sarà lui a decidere come comportarsi. Chovanskij compare ma si rifiuta di guidarli alla battaglia. Non è più tempo di lotte fratricide: fino a nuovo ordine, bisogna obbedire al volere di pietro. Invita perciò tutti a rientrare e attendere. Gli strel’cy, abbattuti, invocano la protezione del Signore.

 

Atto quarto

Quadro primo Sala da pranzo del principe Ivan Chovanskij. mentre il principe pranza, le contadine intonano un canto d’amore, che Chovanskij trova triste. Chiede qualche cosa di più vivace, più allegro. Le contadine intonano il gajducˇok: il principe, soddisfatto, sottolinea il ritmo incalzante battendo le mani. Entra un uomo di fiducia del principe Golicyn: gli annuncia che un grave pericolo lo minaccia. Irritato e incredulo, Chovanskij lo allontana ordinando di frustarlo, poi fa chiamare le schiave persiane che danzano per lui. Arriva Šaklovityj: la zarina, preoccupata per il futuro della Russia, ha convocato il Gran Consiglio e ritiene indispensabile la presenza di Chovanskij. Dopo una iniziale incertezza, il principe accetta, si fa portare i suoi abiti migliori e chiede alle contadine di intonare un canto in suo onore. mentre si avvia, viene pugnalato da un sicario. Šaklovityj si china sul cadavere e ripete l’ultimo verso del canto. 37 Quadro secondo Piazza davanti alla chiesa di San Basilio a Mosca. Su un carro, scortato dagli ulani, il principe Golicyn viene condotto in esilio e il popolo lo accompagna con un mesto saluto. Anche Dosifej assiste alla partenza e medita tristemente sul destino dei potenti: Golicyn in esilio, lvan Chovanskij assassinato, il figlio Andrej braccato dai soldati di pietro. marfa reca a Dosifej tragiche notizie sul destino dei raskol’niki: il Gran Consiglio ha ordinato ai soldati di sterminarli senza pietà. È ormai giunto per tutti il momento del martirio: Dosifej consiglia marfa di sottrarre Andrej al furore dei soldati di pietro e di condurlo all’eremo dove sono riuniti i raskol’niki. Arriva, adirato, Andrej: si scaglia contro marfa accusandola di avergli sottratto Emma. marfa risponde che Emma è lontana, presto arriverà al suo paese, si ricongiungerà con il fidanzato esiliato. Di fronte alla furia di Andrej, marfa gli rivela che il padre è stato assassinato, giace senza sepoltura e anche per lui le ore sono contate. AI colmo dell’ira, Andrej chiama a raccolta gli strel’cy: farà condannare marfa al rogo come strega. Alla tromba di Andrej rispondono i rintocchi della campana della cattedrale: gli strel’cy sono stati condannati ed entrano, seguiti dalle mogli, con ceppi e scuri per l’esecuzione. Andrej, disperato, chiede a marfa di salvarlo. La donna lo conduce verso l’eremo. Nella piazza gli strel’cy s’inginocchiano e chiedono clemenza: l’araldo annuncia che gli zar Ivan e pietro hanno concesso la grazia. Che tutti tornino alle loro case e preghino Iddio.

 

Atto quinto

L’eremo dei raskol’niki in un bosco vicino a Mosca. È una notte di luna. In un monologo triste e maestoso, Dosifej prega per il destino di martirio dei raskol’niki: il volere di Dio sta per compiersi, il sacrificio è ormai inevitabile. l raskol’niki confermano la saldezza della propria fede e la decisione di affrontare la prova suprema. Intonando la preghiera della purificazione, si dirigono verso l’eremo. Rimane marfa, che ricorda i momenti di felicità e d’amore con Andrej. Ora che la morte si avvicina per entrambi, lo abbraccia per l’ultima volta e intona l’Alleluia. Si odono in lontananza le trombe dei soldati di pietro. Dosifej e i raskol’niki escono dall’eremo con candide vesti e ceri benedetti. Si avvicinano al rogo: marfa con il suo cero accende la fiamma e tutti si immolano per la vera fede.