Le difficoltà dell'integrale
Molto apprezzabile, dunque, che il Teatro dell'Opera di Roma abbia riproposto questo primo grande melodramma donizettiano nella sua integrità. Tanto più, però, sarebbe stata necessaria una concertazione personale, idiomatica, risolutiva sul piano drammatico, articolata su quello stilistico. Riccardo Frizza mostra di credere a una Bolena infuocata, forse più vigorosa – si avverte una certa pesantezza di braccio nelle reminiscenze rossiniane della Sinfonia – che romanticamente impetuosa, tendente a privilegiare le accensioni piuttosto che gli equilibri (certe scelte agogiche appaiono eccessive, si trascolora da subitanee accelerazioni ad eccessivi rallentamenti). Latita, almeno in parte, la capacità di restituire il senso delle grandi architetture formali, delle ampie campate, dell'incastonarsi dell'antico pezzo chiuso all'interno di più dilatati monoblocchi (con il frastagliamento psicologico-vocale che ne è il corollario). E se le protagoniste egemoni e accentratrici che hanno puntellato, ieri e oggi, la storia interpretativa di Bolena potevano trarre vantaggio da una direzione un po' generica, una primadonna più “artista” che “mattatrice” come Maria Agresta avrebbe tratto miglior profitto da una lettura musicale più appiombata.

Si tratta comunque di un'interprete il cui slancio è talvolta sottopelle, ma che è tutt'altro che povera di carattere. La sua voce di soprano lirico, per quanto ampia e timbrata, non può valorizzarsi in quel registro centro-grave spesso sollecitato dall'infelice regina donizettiana: eppure, al contrario delle due grandi Bolene “liriche” di ieri (Edita Gruberova e Mariella Devia) che adattavano il ruolo alla propria caratura vocale, e analogamente semmai al più remoto modello di Renata Scotto, nella Agresta la duttilità prevale sull'egotismo e la cantante non scende a patti con l'ontologia canora del personaggio. Dunque, le variazioni sembrano dettate da sagacia drammatica piuttosto che spettacolarità esornativa; precisione e morbidezza degli attacchi non vanno a scapito – com'è spesso nel destino delle incarnazioni liricizzate – della voluminosità; e la saldezza con cui domina il proprio strumento consente alla Agresta delle agilità di forza d'alta temperatura emotiva. Tutto il disegno interpretativo, poi, sembra volto (in linea più con la realtà storica che con la sua vulgata ottocentesca) a fare della seconda moglie di Enrico VIII non una vittima predestinata, ma una donna sensuale e volitiva, con le sue tragiche ambizioni e i suoi lati oscuri. Semmai, qua e là, si nota il vezzo di cambiare alcune vocali per aggredire meglio il suono: ma è un peccato veniale.
In questa prospettiva, anche Carmela Remigio plasma una Jane Seymour (colei che diventerà la terza delle sei consorti di Enrico VIII) di fertile ambiguità psicologica, al contempo opposta speculare alla Bolena della Agresta: non la tradizionale rivale diabolica della primadonna angelica, ma una creatura contraddittoria, sedotta prima che seduttrice, vittima del turbine dei sensi piuttosto che della smania di potere, arrampicatrice per destino e non per vocazione. Il fatto stesso di essere a sua volta un soprano (la parte di Seymour è nominalmente mezzosopranile, ma di fatto ibrida) consente alla Remigio di affrancarsi dal cliché antagonistico, profilando, in termini drammaturgico-vocali, una Jane che è una sorta di “doppio” rovesciato di Anna. Purtroppo, rispetto alla Agresta, la sua è una voce oggi assai meno sana: molte ottime intenzioni interpretative sembrano più intuibili che tradotte in canto, mentre ciò che oggettivamente resta all'ascoltatore sono certe aperture di suono – alla ricerca di un più cospicuo volume – nel settore grave e alcune impennate acute oltremodo oscillanti.

La parte di Percy – il “vero amore” di Bolena tradito per il soglio – è una delle più archetipiche della grande tenorilità protoromantica. A farsi carico del soave “legato” di quella mestizia trepidante e delle impennate sopracute di quelle aristocraticissime concitazioni è stato, a Roma, René Barbera: che sfoggia un'organizzazione vocale capace di tutte le note del ruolo (le più estreme modanate in un pregevole falsettone), ma non l'omogeneità per uniformare un registro superiore molto sonoro a uno centrale assai più gracile per volume ed espansione. Dario Russo aggredisce i panni regali di Enrico VIII con un vitalismo sensuale e violento, almeno nel primo atto notevole per robustezza fonica e densità timbrica: peccato che poi la voce, forse non amministrata con accortezza, inizi a opacizzarsi.
Smeton, il paggio innamorato che sarà causa involontaria della catastrofe finale, era incarnato da Martina Belli con verosimiglianza fisica e vocalità fin troppo luminosa per questo ruolo contraltile: ma dovendosi confrontare con due soprani, anche la sua voce di mezzosoprano piuttosto chiaro creava il necessario divario timbrico. Quanto ai ruoli minori di Rochefort e Hervey, la musica di Donizetti imprime loro un'icasticità da cui comprimari di talento possono trarre gran profitto. Ci è riuscito in pieno Andrii Ganchuk: voce baritonale “importante” da dirottare verso cimenti più impegnativi, ma pure interprete efficace nel ritrarre le ambiguità del fratello di Anna, la sua corresponsabilità nell'ambizione dissennata della sorella. Meno convincente la raffigurazione di Hervey, classica anima nera del potente di turno: un carattere ricorrente nei comprimariati tenorili donizettiani (vengono in mente, di primo acchito, Normanno della Lucia e Don Gasparo della Favorita), ma con troppi eccessi di sottolineatura nel ritrattino sbozzato da Nicola Pamio.


Cast & credits
| Titolo
Anna Bolena |
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| Sotto titolo
Tragedia lirica in due atti |
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| Data rappresentazione
28 febbraio 2019 |
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| Città rappresentazione
Roma |
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| Luogo rappresentazione
Teatro dell'Opera di Roma |
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| Prima rappresentazione
20 febbraio 2019 |
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| Libretto
Felice Romani |
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| Regia
Andrea De Rosa |
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| Interpreti
Dario Russo (Enrico VIII) Maria Agresta (Anna Bolena) Carmela Remigio (Giovanna Seymour) René Barbera (Riccardo Percy) Martina Belli (Smeton) Nicola Pamio (Sir Hervey) Andrii Ganchuk (Lord Rochefort) |
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| Produzione
Nuovo allestimento del Teatro dell'Opera di Roma, in coproduzione con Lithuanian National Opera and Ballet Theatre. |
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| Scenografia
Luigi Ferrigno, da un'idea di Sergio Tramonti |
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| Costumi
Ursula Patzak |
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| Luci
Enrico Bagnoli |
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| Musiche
Gaetano Donizetti |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma |
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| Direzione d'orchestra
Riccardo Frizza |
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| Coro
Coro del Teatro dell'Opera di Roma |
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| Maestro del coro
Roberto Gabbiani |
Trama
Atto I
L'opera si apre in uno degli appartamenti di Anna Bolena. I nobili passeggiano e discorrono (Né venne il re?): sono inquieti ed ansiosi. Infatti sanno che il "volubile cuore" di Enrico, così come di Anna, si è innamorato di un'altra donna, di cui si ignora l'identità. Entra Giovanna di Seymour, ancella di Anna, ed è proprio lei la nuova favorita del re. Giovanna teme che la regina sospetti qualcosa (Ella di me sollecita), combattuta tra l'amore per il re e il rimorso per ciò che sta facendo ad Anna.
Entra Anna, turbata così come tutti i presenti, ma cerca di dissimulare (invano) la sua tristezza. Per svagarsi, ordina al paggio Smeton di rallegrare la corte con il suo canto. Smeton, che di Anna è segretamente innamorato, canta una romanza (Deh non voler costringere), in cui dichiara implicitamente il suo amore alla regina, ma Anna, turbata e commossa, lo fa cessare: la canzone le ha fatto tornare alla mente i ricordi del passato. Fingendo che nulla sia accaduto, esorta tutti i presenti a ritornare alle proprie stanze, dato che il re non si è ancora presentato; intanto si confida con Giovanna e le consiglia di non cedere al fascino del trono, come invece ha fatto lei (Non v'ha sguardo).
Giovanna, rimasta sola, rimugina sulle parole della regina, divisa tra l'amicizia per lei e l'amore per Enrico, che sopraggiunge proprio in quel momento: ne segue un dialogo serrato in cui il Re dapprima promette all'amante il trono (Tutta in voi la luce mia), e poi, di fronte alle sue esitazioni, la accusa di non amarlo. Giovanna cerca di difendersi, ma non riesce a convincere Enrico a desistere dal suo "piano" contro Anna: l'unica maniera per far sì che l'amata sia sua moglie è ripudiare la moglie precedente, e afferma di aver trovato una maniera di sciogliere il legame matrimoniale con la Bolena. Giovanna, atterrita, non osa sapere o chiedere di più (Ah, qual sia cercar non oso).
Nel parco del castello di Windsor, si incontrano dopo tanto tempo Percy e Rochefort, fratello di Anna. Rochefort si rallegra per il ritorno di Percy, mandato in esilio da Enrico subito dopo le nozze di Anna, anche se l'amico si duole per il ritorno in Inghilterra, poiché è vicino all'amata Anna, il cui amore ha perduto (Da quel dì che lei perduta).
Entrano il re e la regina per la caccia. Enrico saluta Percy e gli comunica che il suo esilio è stato revocato su insistenza di Anna: durante un breve dialogo tra i due, la passione ritorna ad avvampare, ed Enrico (che ha ordinato, sadicamente, a Percy di baciare la mano della Regina, per ringraziarla) ordina al fido Hervey di sorvegliare la regina e Percy. Alla fine, il re parte per la caccia, e Anna si ritira nelle sue stanze.
Il paggio Smeton si aggira nell'appartamento della regina. Segretamente innamorato di lei, ne custodisce un'immagine (Ah, parea che per incanto). In quel momento ode dei rumori, e Smeton si nasconde all'arrivo di Anna seguita dal fratello. Rochefort convince la sorella a concedere almeno un incontro a Percy, e lei, malvolentieri, acconsente. Percy continua a rimarcare il suo amore mai sopito, ma Anna non può ricambiarlo, essendo regina e temendo per la loro reputazione (duetto: S'ei t'abborre io t'amo ancora). Al diniego di Anna, Percy estrae la spada per uccidersi, quando interviene Smeton per difendere la regina, scambiando il tentato suicidio per un attentato alla vita della Regina. Anna sviene, e il rumore della lotta richiama i cortigiani e il re. Il re, soddisfatto per il successo del suo piano, accusa pubblicamente Anna di adulterio. Nel tentativo di difenderla, Smeton lascia cadere l'immagine di Anna, che viene considerata come prova evidente del tradimento. Anna, Percy e Smeton vengono arrestati, mentre tutto il coro lamenta le disgrazie che affliggono il regno d'Inghilterra (Ah, segnata è la mia sorte).
Atto II
Le dame compiangono la regina (Oh, dove mai ne andarono), e vengono convocate da Hervey al Consiglio dei Pari. Rimasta sola, Anna prega, e riconosce, nella sua rovina, le stesse pene che ha fatto subire un tempo a Caterina d'Aragona, di cui era dama di compagnia e amica: lo stesso rapporto instaurato tra Anna e Giovanna. Proprio Giovanna si presenta alla Regina, con una supplica: il confessarsi colpevole di tradimento la farebbe divorziare da Enrico, senza la minaccia della condanna a morte. Anna rifiuta l'infamante proposta, e maledice Enrico con la sua nuova amante (Sul suo capo aggravi un Dio), ma il pianto di Giovanna le svela la verità: la sua ancella confessa la relazione, e chiede il perdono della Regina. Anna, dapprima sconvolta, la perdona, commiserando la sua futura sorte da Regina (Va', infelice, e teco reca).
Percy ed Anna stanno per essere condotti davanti al tribunale (coro: Ebben? Dinnanzi ai giudici). Hervey comunica che il paggio Smeton, credendo di salvare la Regina, ha confessato, confermando la tesi dell'adulterio, condannando così Anna, e compiacendo i piani del Re.
Anna chiede ad Enrico di essere subito uccisa, e di non dover subire l'umiliazione del giudizio. Percy, allora, rivendica i diritti di Anna, affermando di essere stato suo marito, prima del matrimonio con il re. Allora Anna afferma di essersi pentita di aver scelto l'amore del re invece di quello di Percy. Il sovrano s'infuria, e affretta al tribunale la coppia (terzetto: Ambo morrete, o perfidi).
Enrico rimugina sulle affermazioni dei due, e pensa di includere nella vendetta la bambina avuta da Anna (la piccola Elisabetta I). Riappare Giovanna, che afferma di voler lasciare la corte per espiare altrove i suoi peccati contro di Anna: Enrico, furente, si sente ancora più avvampare dalla rabbia contro l'odiata ex moglie, che è riuscita a spegnere l'amore di Giovanna. Ma la nuova Regina afferma di amarlo ancora, e per l'amore che li lega lo supplica di non condannare Anna (Per questa fiamma indomita): in quel momento Hervey rientra, e annuncia la condanna a morte di Anna, Percy, Smeton e Rochefort appena emessa dai Pari. Il coro e Giovanna implorano Enrico di cedere alla clemenza, ma il sovrano rifiuta (Ah, pensate che rivolti).
Percy e Rochefort sono condannati. Percy rimane indignato per la condanna di Rochefort, ma lui si autoaccusa di aver consigliato la sorella di cedere alle insistenze del Re. Entra Hervey che comunica la grazia impartita loro dal Re. I due rifiutano dato che Anna non è stata graziata, anche se Percy supplica Rochefort di salvarsi (Vivi tu te ne scongiuro): ma l'amico non cede, e i due uomini vengono condotti in carcere, forti delle loro convinzioni.
Le damigelle compiangono il destino di Anna, che, dopo la sentenza, è impazzita (Chi può vederla a ciglio asciutto?). Compare Anna vestita di stracci, e vaneggia, in preda a visioni: vede le nozze col re, e l'amato Percy (Al dolce guidami castel natìo).
Entrano Percy, Rochefort e Smeton, pronti per il supplizio. Il paggio cerca di farsi perdonare dalla regina per ciò che ha fatto. Anna non lo ascolta: è di nuovo in preda alle visioni (Cielo, a miei lunghi spasimi). Suonano le campane e rimbombano i cannoni che festeggiano le nozze. Il suono risveglia Anna, che, invece di maledire la coppia regale (Coppia iniqua, l'estrema vendetta), la perdona, e, sfinita, muore. Smeton, Percy e Rochefort vengono condotti al supplizio. pia regale (Coppia iniqua, l'estrema vendetta), la perdona, e, sfinita, muore. Smeton, Percy e Rochefort vengono condotti al supplizio.