Silenzio, c'è Mozart

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 17/10/2018

Die Zauberflöte

Che cosa accomuna un genere musicale come il Singspiel, basato su una quasi paritaria alternanza tra canto e dialoghi parlati, alla grande stagione del cinema muto, inequivocabile dimostrazione che qualunque storia si può raccontare senza parole? All'apparenza, nulla. E la lontananza sembra ancor più incolmabile se si pensa alle origini del primo (la prima metà del Settecento tedesco, mercantile e priva d'ideali unitari) e a dove fiorì il secondo (gli Stati Uniti d'inizio Novecento, politicamente centripeti e proiettati verso una crescita industriale). Proprio alla civiltà del silent movie si riconnette Die Zauberflöte nella rilettura – ma il termine è generico, non rende giustizia alla ricchezza dell'operazione – realizzata dal regista Barrie Kosky assieme alla performer Suzanne Andrade, al video maker Paul Barritt e al loro gruppo teatrale 1927: uno spettacolo nato a Berlino sei anni fa e che da allora continua a girare il mondo. Anche se queste recite all'Opera di Roma (accolte con entusiasmo, ma più da un pubblico trasversale che da quello degli abbonati) rappresentano, al momento, il suo unico approdo italiano.

Il cinema muto, d'altronde, è solo la suggestione più vistosa di questo variegatissimo spettacolo, che alterna, fondendoli, il linguaggio del cartone animato, l'eco culturale del Kabarett berlinese, l'estetica del music-hall e del vaudeville. Lo spettatore, insomma, viene proiettato in una dimensione che oltrepassa quella del teatro d'opera: ma in un capolavoro come la Zauberflöte – dove Mozart stratifica una sterminata pluralità di significati con un linguaggio ora “alto”, ora fortemente popolaresco – ciò è tutt'altro che inappropriato. E se con il continuo uso delle immagini digitali gli autori della messinscena parrebbero rinunciare alla finzione del teatro, la “teatralità”, intesa come umanesimo e come artigianato, resta invece viva: la barriera tra bidimensionale dello schermo e tridimensionale del palcoscenico viene meno, la sincronia tra proiezioni e gestualità dei cantanti ha un ritmo infallibile, i riferimenti iconografici all'epoca del muto (Pamina sembra Louise Brooks, Papageno è Buster Keaton, Monostatos discende da Nosferatu) travalicano lo “specifico” cinematografico per farsi archetipi ben presenti pure nell'immaginario dello spettatore musicale. 


Un momento dello spettacolo
© Yasuko Kageyama

Sarebbe lungo elencare i colpi d'occhio più memorabili, e forse inutile, perché è sul continuum della magia visiva che si basa il fascino del lavoro di Kosky e della Andrade. Basterà ricordare quel gatto, anch'esso rigorosamente ricostruito al computer, che accompagna Papageno e ne è quasi l'alter ego; l'apparizione macabro-fumettistica della Regina della Notte; il flauto magico del titolo che si materializza nella Trilly di Peter Pan; la sarabanda di elefantini volanti sullo sfondo di Ein Mädchen oder Weibchen; Papagena che, in puro stile da comica finale, emerge lacera e affumicata dall'esplosione di una bomba. Ne sortisce una sorta di rivisitazione postmoderna – traboccante fantasia, ma coerentissima – della lanterna magica e del teatro barocco di macchine, che richiede agli interpreti una concentrazione (devono “dialogare” con le animazioni) e un tour de force fisico (cantano sospesi fino a otto metri di altezza) spaventosi. Non tutti erano dei fuoriclasse, nello spettacolo romano: ma è difficile immaginare i grandi di ieri in una produzione come questa.

Se – insieme a molte altre differenze – questa Zauberflöte dura assai meno di quelle tradizionali, è perché l'impaginazione da film muto ha portato a sostituire i lunghi dialoghi parlati da rapide didascalie proiettate sullo schermo,contrappuntate da musiche mozartiane di differente provenienza (estranee, cioè, al Flauto magico). Libertà eccessiva? Negazione di qualsiasi pur minima filologia? Sì e no: converrà ricordare che le prime grandi incisioni della Zauberflöte, da quella diretta da Beecham (che ottant'anni or sono inaugurò la discografia di quest'opera) a quella di Klemperer, erano prive dei dialoghi; che la popolarità del Flauto magico nei paesi extratedeschi è passata attraverso il drastico sforbiciamento delle parti parlate; e che comunque questa produzione è nata proprio in Germania, ottenendo un immediato successo senza complessi culturali.

Si tratti della debordante inventiva dell'allestimento o di una soggettiva timidezza del direttore, la parte musicale dello spettacolo è apparsa un po' dimessa rispetto a quella visiva. Forse per non deconcentrare cantanti costretti a un lavoro davvero impressionante, o anche per meglio garantire l'appiombo sincronico tra musica e immagini, Henrik Nánási sceglie la strada di una certa omogeneità metronomica: poco congrua, tutto sommato, in un'opera che trascolora dal farsesco al filosofico, dalla comicità grassa alla spiritualità celestiale. In palcoscenico, invece, qualche cantante di spiccata personalità si notava.


Un momento dello spettacolo
© Yasuko Kageyama

È il caso, soprattutto, di Amanda Forsythe, che unisce il canto levigato della brava barocchista a quello interiorizzato dell'ottima liederista: coagulati in un'interpretazione che fa di Pamina non il soggetto passivo d'un percorso iniziatico, ma la protagonista d'una sorta di Bildungsroman al femminile. Appena un gradino sotto (forse la scrittura centralizzante di Tamino gli sottrae qualcosa in termini di squillo) sta Juan Francisco Gatell: un principe da favola sensibile, anche molto simpatico, più umano che eroico, ma soprattutto innamorato. Mentre sulla falsariga di Taddei e Bruscantini, sebbene senza la loro classe, Alessio Arduini è un Papageno non solo italiano, ma “all'italiana”: corposo, saporito, terragna creatura da commedia e non surreale essere dei boschi, latore di un Mozart che non guarda tanto alla vecchia Vienna quanto alla vecchia Napoli, a Cimarosa, alla nostra opera buffa settecentesca.

Più cauta e impersonale Olga Pudova: una Regina della Notte vocalmente meno spericolata e sciabolante di quanto la tradizione (e forse anche Mozart stesso) vorrebbe, ma comunque in grado di onorare tutte le micidiali difficoltà del ruolo. E lo stesso si può dire per Antonio Di Matteo: un basso autenticamente profondo, e tecnicamente attrezzato, capace di raggiungere le note abissali d'una scrittura che si spinge al Fa grave, ma non di porgere quelle stesse note – in basso il volume si affievolisce – con l'autorevolezza che il personaggio di Sarastro richiederebbe.

Una presenza vocale notevole ma da confermare (il cantante, poiché la regia lo fa agire fuori scena, sembrava amplificato) è stata poi quella del giovane baritono Andrii Ganchuk nell'episodio dell'Oratore. L'uniformità della concertazione non rende troppo percepibile la differenza fra le tre Dame, ma per amalgama canoro e spigliatezza attoriale Louise Kwong, Irida Dragoti e Sara Rocchi sono una meraviglia. Julia Giebel sembra più commediante che vocalista: e per Papagena va benissimo. Sicché, alla fine, l'unico a non soddisfare davvero (l'intonazione ha i suoi diritti ineludibili) è il Monostatos di Marcello Nardis: ma pure lui è scenicamente un ingranaggio memorabile dello spettacolo e poi, chissà, esistono le serate di cattiva forma…


Die Zauberflöte

Cast & Credits

Trama



Un momento dello spettacolo
© Yasuko Kageyama

Cast & credits

Titolo 
Die Zauberflöte
Anno 
1791
Data rappresentazione 
14 ottobre 2018
Città rappresentazione 
Roma
Luogo rappresentazione 
Teatro dell'Opera
Prima rappresentazione 
9 ottobre 2018
Soggetto 
«1927» (Suzanne Andrade e Paul Barritt), Barrie Kosky
Libretto 
Emanuel Schikaneder
Regia 
Barrie Kosky, Suzanne Andrade
Interpreti 
Amanda Forsythe (Pamina)
Juan Francisco Gatell (Tamino)
Olga Pudova (La regina della notte)
Antonio Di Matteo (Sarastro)
Marcello Nardis (Monostatos)
Alessio Arduini (Papageno)
Julia Giebel (Papagena)
Scenografia 
Esther Bialas
Costumi 
Esther Bialas
Luci 
Diego Leetz
Musiche 
Wolfgang Amadeus Mozart
Orchestra 
Orchestra e Coro del Teatro dell'Opera di Roma
Direzione d'orchestra 
Henrik Nánási
Maestro del coro 
Roberto Gabbiani
Note 
Drammaturgia: Ulrich Lenz

Trama

Atto I

Inseguito da un dragone, il principe Tamino sviene ed è sul punto di soccombere quando viene provvidenzialmente soccorso dalle tre Dame della Regina della Notte. Queste abbattono il drago e si recano quindi dalla Regina a riferirle l'accaduto.

Tamino si risveglia e trova accanto a sé il grottesco uccellatore Papagno, il quale si accaparra ingiustamente il merito di aver sconfitto il dragone. L'inganno ha però vita breve, al loro ritorno le Dame rivelano la verità e gli chiudono per punizione la bocca con un lucchetto.

Appare la Regina della Notte affranta per il rapimento della figlia Pamina ad opera di Sarastro. Tamino, esortato dalla regina e innamorato della fanciulla le cui fattezze ha ammirato in un ritratto, si convince a tentare di salvarla assistito da Papageno e guidato da tre genietti.

Papageno giunge al castello e si intrufola nella stanza dove il moro Monostato tiene prigioniera Pamina della quale anche lui è innamorato. Papageno e Monostato si incontrano, si spaventano a vicenda e scappano, ma in un impeto di coraggio l'uccellatore torna indietro a liberare Pamina e insieme tentano la fuga.

I genietti guidano Tamino di fronte a tre templi (Natura, Ragione e Sapienza), e inizia a dubitare della versione della vicenda della Regina della Notte.

La fuga di Pamina e Papageno fallisce, e i due vengono catturati da Sarastro. Tamino viene invece catturato da Monostato e condotto anche lui dal signore Sarastro. Questi inaspettatamente punisce Monostato per l'ingiusto trattamento riservato a Pamina e libera la fanciulla. A Tamino viene concessa la possibilità di entrare nel regno vincolata al superamento di tre prove.

Atto II

Sarastro rivela di aver rapito Pamina perché destinata dagli dei a Tamino, e invoca Iside e Osiride perché proteggano Tamino e Papageno e permettano loro di superare le prove.

I due entrano nel tempio della Saggezza e iniziano la prima prova: rimanere in silenzio in qualunque circostanza. Arrivano le tre Dame della Regina e cercano di dissuadere il principe e l'uccellatore dai loro intenti senza però riuscirvi.

In un giardino notturno la Regina della Notte appare a Pamina e gli chiede notizie di Tamino che doveva liberarla. Quando viene aggiornata sulle vicende decide di affidare un pugnale alla stessa Pamina perché sia lei a uccidere il suo nemico Sarastro. Monostato, che aveva origliato non visto sull'incontro tra la Regina e la figlia, intima a Pamina di cedere alle sue voglie se non vuole che il piano sia rivelato. Giunge però Sarastro che scaccia Monostato e convince la fanciulla a non attuare il piano di vendetta della madre.

Al tempio prosegue la prova di Tamino e Papageno. Il primo riesce a resistere anche quando Pamina che nel frattempo si era recata lì crede di non essere amata dal giovane e minaccia il suicidio (evitato dall'intervento dei genietti). Papageno invece fallisce la prova, ma ottiene l'amore di una giovane avvenente Papagena.

Tamino, accompagnato da Pamina, supera le altre due prove (passaggio dei sotterranei del tempio e purificazione con i Quattro elementi).

Astrifiammante, le tre Dame e Monostato tentano di spodestare Sarastro, ma vengono cacciati negli abissi da un terremoto. Tamino e Pamina vengono accolti nel regno.