L'insolita forma, l'insolito Verdi

di Daniele Palma

Data di pubblicazione su web 12/06/2018

La battaglia di Legnano

Dopo l'apertura con Cardillac di Paul Hindemith, il LXXXI Festival del Maggio Musicale propone uno dei titoli meno eseguiti del catalogo verdiano, che mancava sulle scene fiorentine dall'edizione del 1959 allora diretta da Vittorio Gui per la regia di Franco Enriquez.

Attorno a La battaglia di Legnano, come ad altre opere del primo Verdi, la critica musicologica ha innestato un dibattito di lungo corso (tutt'ora aperto) circa i legami tra l'attività artistica e gli intendimenti del compositore e i processi risorgimentali italiani. Nel caso specifico di questo titolo, non si potrà negare che, in un certo senso, l'occasione fece il ladro.

L'idea del soggetto arrivò da Salvatore Cammarano: scartata l'ipotesi di un Cola di Rienzi per la difficoltà di trarne una buona parte di primadonna, il librettista propose a Verdi di riadattare La bataille de Toulouse, ou Un amour espagnol, dramma di Joseph Méry andato in scena a Parigi il 12 aprile 1836. Cammarano mantenne invariato il triangolo di amore e gelosia tra i protagonisti, sostituendo alla campagna napoleonica dell'originale lo scontro decisivo tra la Lega Lombarda e il Barbarossa, ritenuto di maggiore impatto per il pubblico italiano dell'epoca.

Verdi lavorò alla partitura durante il suo soggiorno parigino, cercando di mediare tra le necessarie convenzioni del teatro d'opera italiano e i consigli che gli giungevano dal grand opéra francese. Ne risultarono strutture formali nuove e d'effetto, quali ad esempio arie che non sviluppano a pieno lo schema cantabile-cabaletta, cedendo il passo a soluzioni di maggiore (ma non estremizzata) continuità e propulsività drammatica. E ancora: passi corali distribuiti sapientemente in più punti dell'opera, dai richiami di marcia nell'iniziale «Viva l'Italia!» alla simultaneità di personaggi, senso e luoghi del «Deus meus / O tu che desti il fulmine» in apertura di quarto atto. Verdi costruì veri e propri tableaux che amplificavano il meccanismo convenzionale delle relazioni tra i protagonisti Arrigo-Lida-Rolando nella dimensione pubblica dell'eroismo patrio.


Un momento dello spettacolo 
© Pietro Paolini/TerraProject/Contrasto

Non poteva che essere trionfo: la prima fu celebrata il 27 gennaio 1849 in una Roma senza papa all'alba della Repubblica, presente ad applaudire il futuro triumviro Mazzini. Le ovazioni furono tali da far ripetere l'intero quarto atto, come riporta lo stesso Roger Parker – studioso tra i più agnostici del Verdi “Padre della Patria”. «Vittoria! Vittoria!», dunque, ma fu spettacolo breve: sedato nel sangue il '48, l'invisa Battaglia di Legnano dovette cambiare faccia, diventando L'assedio di Arlem o Lida, fino a esser messa da parte per la sua smaccata natura “politica”.

Fu Verdi vero patriota? Affermarlo con certezza è impossibile. Ciò che conta, seduti a teatro oggi come allora, è che tale lo si percepisca. In questo senso, la scommessa del Maggio è stata non solo di recuperare un titolo desueto, ma di ripulirlo dalle polveri dei cannoni e della memoria collettiva, inserendo La battaglia di Legnano in un programma che riflette sui confini della libertà in un'epoca di laceranti opposizioni identitarie (di genere, patria e, ahinoi, razza). Tanto più stridente, allora, è sentire quel «Viva l'Italia!» dopo un breve video in apertura di serata che promuove Firenze alla “chist'è o Paese d' ‘o sole”, affidando a voci di popolo il pucciniano «Nessun dorma» (N.B.: il più intonato è il macellaio che affetta fiorentine). Metà teatro applaude con poca convinzione, l'altra metà fischia con vigore, ma bastano poche note della Sinfonia per dimenticare la faccenda.


Un momento dello spettacolo 
© Pietro Paolini/TerraProject/Contrasto

Il direttore Renato Palumbo mostra tutta la propria esperienza con le opere del primo Verdi proponendo una lettura di raffinata precisione ritmica e dinamica. Il nitore della testura orchestrale è lucidamente perseguito, ottenendo che fiati e soprattutto ottoni rispondano puntualmente alle richieste di una strumentazione che guarda alla Francia grandoperistica. La bacchetta di Palumbo argina gli eccessi enfatici: ne consegue che le pagine più dense, gli accenti e gli “slanci” fissati su carta da Verdi inchiodino lo spettatore alla sua poltrona con rinnovato stupore proprio perché sorprendenti. Massa di suono e precisione, misura che non si autodenuncia come tale: sono tra gli elementi più vincenti e avvincenti della serata.

Rispettare il Verbo di Verdi e lasciare che lo spettatore «possa far rima da solo con la contemporaneità» (libretto di sala, p. 59) sono invece i presupposti della regia di Marco Tullio Giordana.Che però non convince. Correttezza ce n'è tanta, troppa: poche idee essenziali, mai un guizzo come quelli che pure, mutatis mutandis, l'intransigente Muti si concesse nel Trovatore scaligero del 2000, ben consapevole che Verdi è in ogni caso morto da più di un secolo. Il coro entra, si guarda un po' attorno, poi ciascuno raggiunge la propria posizione. Lo stesso vale per i solisti: gesti convenzionalissimi; abbracci tra Rolando e Arrigo che falliscono nell'identificare una vera socialitas tra maschi-eroi; prossemica soffocata da uno spazio scenico vuoto e enorme in cui, evidentemente, nessuno ha detto a nessuno come muoversi. Si badi, questa non è critica di staticità, ma di assenza di quella dimensione statuaria dei caratteri e del coro che, a voler rispettare il tracciato di Verdi, sarebbe dovuta esserci.

Di maggiore interesse le scene e le luci curate da Gianni Carluccio che impiega, stilizzandoli, forme e materiali del Medioevo lombardo. Col suo chiudersi o aprirsi dai lati verso il centro, il meccanismo scenico mobile sottolinea la dimensione del dramma, ora pubblica ora privata. Al vertice del conflitto tra i tre protagonisti, nell'ultimo quadro del terzo atto, il fondo è completamente serrato se non per un finestrone, mentre in proscenio calano gli scheletri di due ogive, a simulare una stanza chiusa in cui allo spettatore sia concesso spiare. Ancora una volta, il gettarsi di Arrigo dal finestrone per raggiungere la Compagnia della Morte è gesto corretto, ma non certo tale da far trattenere il fiato. Le luci, sempre di Carluccio, giocano sulla polarizzazione tra saturazione e desaturazione, in armonia con i bei costumi di Francesca Livia Sartori e Elisabetta Antico. Nella scena della Sala del municipio di Como (atto II), ad esempio, i magistrati e gli anziani della città lacustre sono vestiti di rosso-arancione e inondati di luce calda, mentre l'ingresso del Barbarossa e dei suoi uomini in metalli è smagliante nei freddi toni di bianco e blu.


Un momento dello spettacolo 
© Pietro Paolini/TerraProject/Contrasto

Per quanto concerne il cast, i “lauri” della serata vanno all'Arrigo di Giuseppe Gipali. A prescindere da qualche incertezza nell'insidiosa aria di sortita «La pia materna mano», il tenore albanese mostra un ottimo controllo tecnico su una voce di bel timbro e volume da lirico pieno. L'estensione è pienamente risolta sia in acuto sia al grave, la linea di canto sempre rispettata senza straripamenti. Il tenore cresce col procedere dello spettacolo profondendosi in commoventi, timbratissime mezze voci nelle battute finali dell'opera. Appena un gradino sotto si colloca Giuseppe Altomare (Rolando): la voce ha notevole volume e resistenza, non si percepisce stanchezza alla fine della lunga sequenza di arie e pezzi d'insieme del terzo atto; anche se il baritono risolve la parte eccedendo in generosità e lasciandosi sfuggire non poche possibili sfumature espressive. Meno convincente è la prova di Vittoria Yeo (Lida). Nonostante si muova sulla scena con passo più sicuro e convincente dei suoi colleghi, l'emissione presenta alcune disomogeneità tra gravi non perfettamente puntati e acuti bronzei ma “precari”, raggiunti in alcuni casi dal basso. Insomma, il personaggio c'è ed è ben sbalzato, ma non sempre nella dimensione della voce. Sarà interessante sentirla nei panni di Lady Macbeth a luglio, nell'ultimo appuntamento del Festival, sotto la bacchetta di Riccardo Muti.

Degno di nota il Federico Barbarossa di Marco Spotti, imponente per voce e figura e efficace nonostante la brevità della parte, resa ancor più evidente dall'esiguità dei movimenti scenici: ingresso dal fondo, «Il destino d'Italia son io!» cantato al centro del proscenio (mentre Arrigo e Rolando non si schiodano dalle loro posizioni sulla destra), uscita di scena dalla quinta sinistra. Buone le prove di tutti i comprimari, a partire da Giada Frasconi (Imelda), Adriano Gramigni (il Podestà di Como) e Rim Park (Uno scudiero/Un araldo), giovani artisti dell'Accademia del Maggio. Il Marcovaldo di Min Kim ha sufficiente veleno nel corpo e nella voce, ma sembra calcare senza troppa convinzione gli angoli d'ombra creati per lui da luci e scenografia.


Un momento dello spettacolo 
© Pietro Paolini/TerraProject/Contrasto

Imperiosi gli interventi dei due Consoli di Milano interpretati da Egidio Massimo Naccarato e Nicolò Ayroldi baritoni del Coro del Maggio preparato da Lorenzo Fratini. La compagine offre una prova che va dal buono all'entusiasmante: regge bene i lunghi passaggi a cappella, incubo di qualsiasi maestro del coro. Accende gli animi nel forte più di quanto commuova nel piano, garantendo vere e proprie esplosioni emotive: ad esempio nella scena del giuramento a inizio terzo atto. Meglio gli uomini delle donne, laddove è spesso il contrario.

Applausi scroscianti per tutti, un po' meno calorosi per Gipali, che forse sconta la colpa di non avere il volume debordante di un Franco Corelli (l'Arrigo della leggendaria edizione in disco del 1961). Menzione speciale: dopo i saluti del direttore e dell'orchestra, coro cast comparse si aprono in due ali sul palco e fanno spazio ai tecnici, ai sarti, ai costumisti. Insomma, a quella cinquantina e più di invisibili senza cui nessuno spettacolo operistico esisterebbe: quanto sarebbe bello poterli ringraziare più spesso.


La battaglia di Legnano

Cast & Credits

Trama




Marco Spotti nei panni di Federico Barbarossa
©Pietro Paolini/TerraProject/Contrasto

Cast & credits

Titolo 
La battaglia di Legnano
Sotto titolo 
Tragedia lirica in quattro atti
Data rappresentazione 
31 maggio 2018
Città rappresentazione 
Firenze
Luogo rappresentazione 
Teatro del Maggio Musicale
Prima rappresentazione 
Roma, Teatro Argentina, 27 gennaio 1849
Evento 
LXXXI Festival del Maggio Musicale Fiorentino
Titolo testo d'origine 
La bataille de Toulouse, ou Un amour espagnol
Libretto 
Salvatore Cammarano
Autori testo d'origine 
Josep Méry
Regia 
Marco Tullio Giordana
Interpreti 
Marco Spotti (Federico Barbarossa)
Egidio Massimo Naccarato (I Console di Milano)
Nicolò Ayroldi (II Console di Milano)
Adriano Gramigni (Il Podestà di Como)
Giuseppe Altomare (Rolando)
Vittoria Yeo (Lida)
Giuseppe Gipali (Arrigo)
Min Kim (Marcovaldo)
Giada Frasconi (Imelda)
Rim Park (Uno Scudiero/Un Araldo)
Produzione 
Festival del Maggio Fiorentino
Scenografia 
Gianni Carluccio
Costumi 
Francesca Livia Sartori, Elisabetta Antico
Luci 
Gianni Carluccio
Musiche 
Giuseppe Verdi
Orchestra 
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Direzione d'orchestra 
Renato Palumbo
Coro 
Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del coro 
Lorenzo Fratini

Trama


ATTO I (Egli vive)

Quadro primo
Piazza di Milano. Tra i contingenti festanti della Lega Lombarda, riunitisi in vista della campagna contro Federico Barbarossa, Arrigo incontro il suo compagno d'armi Rolando, capo dell'armata milanese, che lo credeva morto. Due consoli giungono a comandare l'armata e a giurare fedeltà alla causa

Quadro secondo
Luogo ombreggiato presso le mura della città. Lida, moglie di Rolando. è assorta in tristi pensieri sulla guerra, che le ha strappato genitori e fratelli. Imelda annuncia l'arrivo di Rolando, accompagnato da Arrigo. Tra i sospetti di Marcovaldo, Lida e Arrigo, amanti prima che questi fosse creduto morto, si riconoscono in silenzio. Restati soli, Arrigo rimprovera aspramente Lida per aver rotto il voto di eterna fedeltà a lui, mentre la donna spiega le sue ragioni: convinta che l'uomo fosse morto, aveva sposato Rolando per obbedire ai desideri del padre morente. Ma il guerriero veronese rifiuta di perdonarla e fugge in preda all'ira.


ATTO II (Barbarossa)

Sala del municipio di Como. I magistrati e gli anziani di Como sono riuniti in Consiglio: hanno sentito che Milano è stata costretta a venire a patti col Barbarossa e godono della sconfitta di una città rivale. Giungono Rolando e Arrigo che, in veste di delegati della Lega Lombarda, illustrano la situazione degli eserciti del Barbarossa e chiedono aiuto ai comaschi, che però affermano di aver stretto un patto con l'Imperatore. Rolando e Arrigo reagiscono con veemenza accusando i comaschi di essere traditori e assassini dei loro fratelli, ma all'improvviso appare Barbarossa in persona, mostrando ai due temerari le possenti armate già schierate sulle colline circostanti. Lui è il destino d'Italia, questo è il messaggio da portare alla Lega Lombarda. Ma Arrigo e Rolando rispondono che le truppe mercenarie imperiali saranno sconfitte da un popolo in lotta per la libertà.


ATTO III (L'infamia)

Quadro primo
Sotterranei della chiesa di S. Ambrogio. I Cavalieri della Morte sono venuti a rinnovare il loro solenne impegno: vincere o morire. Sopraggiunge Arrigo, che chiede di occupare l'avanguardia delle loro file. Prima di disperdersi giurano solennemente di porre fine ai mali dell'Italia, cacciando oltralpe i tiranni.

Quadro secondo
Appartamenti nel castello di Rolando. Lida, che ha saputo del giuramento di Arrigo, è assalita dalla colpa; decide di scrivergli una lettera, che consegna a Imelda dopo averla messa a parte del segreto amore. Sopraggiunge Rolando per abbracciare moglie e figlio prima della battaglia: vinceranno, è certo, ma a prezzo di molto sangue. Uscita Lida con il bambino, entra Arrigo. Rolando, che ignora il giuramento fatto dall'amico, sa che dovrà condurre un attacco a sorpresa contro l'esercito di Federico, mentre Arrigo rimarrà nelle retrovie a difesa di Milano: gli affida quindi la sua famiglia nel caso dovesse morire in battaglia. Arrigo, commosso, lo abbraccia, quindi esce. Marcovaldo, però, mostra a Rolando la lettera di Lida, facendo esplodere il dramma familiare: immaginando un intrigo d'amore tra Arrigo e sua moglie, Rolando, furioso, giura di vendicarsi.

Quadro terzo
Stanza nella torre del castello di Rolando. E' notte. Arrigo sta scrivendo una lettera d'addio alla madre, quando giunge furtivamente Lida per cercare di dissuaderlo dalla sua disperata impresa. Egli replica che la sua vita è finita da quando lei ha cessato di amarlo. Lida confessa che lo ama ancora ma che dovranno vivere lontani, lei per il bene di suo figlio, lui per quello di sua madre. Si ode all'improvviso bussare alla porta; è Rolando, e Lida si nasconde sul verone. Rolando entra e dice ad Arrigo che sa del suo voto e che, se vuole unirsi alla Compagnia della Morte, deve partire subito. Arrigo obietta che è ancora notte, ma Rolando, nel fargli notare che è già sorta l'alba, scosta le imposte e sorprende Lida. Rolando denuncia il tradimento di Arrigo, che implora la morte ma non la ottiene: sarà rinchiuso nella torre senza poter unirsi alla battaglia, e quindi subendo l'infamia. Rimasto imprigionato, Arrigo sente passare sotto il verone la Compagnia della Morte e, non resistendo più, si getta dal balcone giù nel fossato, mentre Lida cade svenuta.


ATTO IV (Morire per la partia!)

Piazza di Milano. Imelda e Lida sono tra la folla inginocchiata in preghiera. Dall'interno della chiesa si ode un coro di monaci che sta intonando un salmo. Imelda bisbiglia alla sua padrona che è stato visto Arrigo uscire illeso dal fiume e raggiungere le truppe. Da lontano giungono voci che gridano alla vittoria e suoni di tromba che si fanno via via più percepibili. Il console annuncia che la Lega lombarda ha vinto e il Barbarossa è stato ucciso dal veronese Arrigo. Tutti si abbracciano e inneggiano alla vittoria: l'Italia è libera. Ma ecco sopraggiungere un corteo funebre che porta Arrigo mortalmente ferito. Il suo corpo viene adagiato sui gradini della chiesa: con l'ultimo respiro chiama a sé Lida e Rolando e giura sulla sacra patria che Lida è senza colpa e pura come un angelo. Rolando, commosso, crede alle sue parole: chi muore per la patria non può essere colpevole. Chiedendo lo stendardo che sventola sul Carroccio, Arrigo bacia la bandiera e muore.