Monumentale semplicità
Quasi
una primizia per la Scala. Sembra curioso, ma è così: Orphée
et Euridice
di Gluck
non era mai stato rappresentato in questo teatro. Mai rappresentato
in
quanto tale,
bisognerebbe aggiungere, perché alcune sue parti lo sono invece
state e con una frequenza sorprendente in passato. Ma andiamo con
ordine.
Christoph
Willibald Gluck a Vienna nel 1762 scrisse Orfeo
ed Euridice
su libretto di Ranieri
de' Calzabigi.
È un'opera-manifesto, una presa di posizione contro l'allora
imperante drammaturgia metastasiana. Anzi, non è proprio un'opera, o meglio un dramma per musica, come si chiamava allora. Gluck e Calzabigi
furono molto attenti a non pestare subito i piedi a Metastasio, che
allora era poeta cesareo proprio a Vienna. Presero infatti le mosse
(e il coraggio) da un genere cosiddetto minore, un'azione teatrale,
appunto, più affine a generi celebrativi come le feste teatrali, con
cui Orfeo
condivide l'argomento mitologico. La posta in gioco era alta:
rifondare l'opera in musica su basi ritenute meno artificiose, più
“naturali” ma al contempo solenni, come nella tragedia greca.
Questo nella pratica del teatro d'opera all'italiana dell'epoca
voleva dire inserire elementi caratteristici del contemporaneo teatro
musicale francese.

Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia e Rudy Amisano
La fama dell'Orfeo precedette Gluck prima del suo trasferimento a Parigi; del resto, essendo costruita su principi francesi, l'opera era perfetta per quella città. Nel 1774 Orfeo ed Euridice divenne quindi Orphée et Euridice, un drame-héroïque in tre atti. Cosa era cambiato, a parte la lingua? Orfeo era adesso un tenore e non un castrato contraltista come a Vienna; c'erano più balletti che nella versione del '62; c'era qui e là nuovo testo per i recitativi (tutti accompagnati, e che Gluck riscrisse quasi interamente); infine c'era addirittura un'aria di bravura (all'italiana) per il protagonista alla fine del primo atto (Orphée in Francia finì cioè per essere più italiano dell'Orfeo viennese). Nel corso del XIX secolo Orfeo/Orphée sarebbe diventato l'opera-feticcio del modernismo musicalteatrale, e lo sarebbe diventato in una versione approntata nel 1859 da Berlioz, che metteva insieme parti delle due versioni italiana e francese, affidando di nuovo Orfeo a una voce acuta, stavolta però femminile, un mezzosoprano (la prima interprete di questa versione fu la celebre Pauline Viardot).

Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia e Rudy Amisano
Orphée
arriva alla Scala in una produzione importata dalla Royal Opera House
di Londra, dove ha debuttato nella stagione 2015-2016.
L'allestimento, affidato al coreografo Hofesh
Shechter
e al regista John
Fulljames,
si basa su una soluzione ingegnosa e inedita: l'orchestra è sul
palco, su una piattaforma che sale, scende e sprofonda durante
l'azione, permettendo a cantanti, coro e ballerini di agire
davanti, sotto, intorno, dietro a essa. L'apparato scenico è
ridottissimo, limitato a una copertura di pannelli spessi (che
sembrano di rame) in cui sono praticati fori circolari, una sedia,
qualche lampada da minatore d'antan
e un piccolo falò antropomorfo (quest'ultimo compare solo nel
primo atto e alla conclusione dell'opera). Nient'altro. Anzi, no,
molto altro: il senso del teatro. Per il quale non servono
necessariamente chissà che mezzi. Si dirà che l'orchestra su una
piattaforma mobile è una dotazione costosissima che da sola è già
abbastanza. Vero, la mobilità dell'orchestra è un elemento
centrale di questa regia. Come lo è l'illuminotecnica.
Semplice e
insieme impressionante l'accendersi dei raggi di sole filtrati dai
pannelli di (finto) rame nel passaggio dalla porta degli Inferi ai
Campi Elisi, oppure l'occhio di bue su un Orfeo che implora le
creature infernali. Centrali sono anche la recitazione (curatissima)
degli interpreti e l'interazione di costoro con i danzatori. Questi
gli ingredienti con i quali regista e coreografo hanno costruito e
raccontato il dramma di Orfeo e di Euridice con un'intensità
commovente e disarmante insieme proprio per la parsimonia di mezzi.

Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia e Rudy Amisano
Di
Flórez non si sa più che scrivere senza ripetersi. Vederlo e
ascoltarlo in scena è una delle gioie che il teatro d'opera mi
regala da ventidue anni. Questo suo Gluck lo dimostra ancora una
volta: solo lui può fare di questa parte impossibile un capolavoro
di passione e delicatezza. Splendida anche Christiane Karg come
Euridice: splendida per il fraseggio elegante, la voce piena anche
nei registri centrali (cosa non da tutte le Euridici) e per le citate
capacità attoriali. Ottima anche Fatma Said, nel ruolo breve ma
dalla tessitura ingrata di Amore.
La
direzione di Michele
Mariotti
è un altro tassello importante. A capo di un organico corposo di
strumenti moderni ha saputo ottenere un suono leggero e scattante. Lo
spessore della scrittura gluckiana è emerso in tutta la sua
complessità contrappuntistica, ma restando sempre delicato. Si vede
in scena l'organico della Scala, ma a tratti sembrava di sentire un
ensemble
da camera. A tratti, dicevo: non sempre dopo l'ouverture
l'orchestra ha sfoderato ricchezza di colori e sfumature. Colpa
forse della disposizione sul palco?
Grande successo per tutti.

Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia e Rudy Amisano
Cast & credits
| Titolo
Orphée et Euridice |
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| Sotto titolo
Drame héroïque en trois actes |
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| Data rappresentazione
3 marzo 2018 |
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| Città rappresentazione
Milano |
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| Luogo rappresentazione
Teatro alla Scala |
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| Prima rappresentazione
24 febbraio 2018 |
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| Libretto
Pierre-Louis Moline da Ranieri de' Calzabigi |
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| Regia
Hofesh Shechter e John Fulljames |
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| Interpreti
Juan Diego Flórez (Orphée) Christiane Karg (Euridice) Fatma Said (L'Amour) |
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| Produzione
Royal Opera House - London |
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| Costumi
Conor Murphy |
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| Coreografia
Hofesh Shechter |
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| Luci
Lee Curran riprese da Andrea giretti |
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| Musiche
Christoph Willibald Gluck |
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| Orchestra
Orchestra del Teatro alla Scala |
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| Direzione d'orchestra
Michele Mariotti |
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| Coro
Coro del Teatro alla Scala |
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| Maestro del coro
Bruno Casoni |
Trama
Atto primo
Luogo ameno con la tomba di Euridice
Ninfe e Pastori si sono riuniti davanti alla tomba di Euridice, morsa da un serpente velenoso dopo le nozze con Orfeo, per compierne il rito funebre. Orfeo ripete disperato il nome della sposa e, rimasto solo, si rivolge agli Dei che, commossi dal suo canto, gli inviano Amore per comunicargli che potrà scendere agli Inferi e tentare di riportare Euridice sulla terra. La condizione è che Orfeo non si volti mai a guardare la donna, pena il perderla per sempre. Orfeo accetta la legge e parte per l'Ade.
Atto secondo
Entrata degli Inferi
Oltre il fiume Cocito, le Furie ballano e cantano tra fumo e fiamme. Giunge Orfeo con la sua lira e, cantando, riesce a placare le creature infernali e a passare le porte dell'Ade
I Campi Elisi
Tra gli Spiriti beati siede Euridice, velata, che canta la pace immobile di quei luoghi. Quando la donna esce di scena vi entra Orfeo, che chiede lumi sulla sua sposta agli Spiriti: costoro gliela conducono e l'uomo, presala per mano senza guardarla, la conduce verso l'uscita dell'Ade.
Atto terzo
Un'oscura caverna che conduce all'uscita degli Inferi
Orfeo sta conducendo Euridice fuori dall'Ade. La donna, seppur consolata dal canto del marito, non si spiega perché egli non la degni di uno sguardo. Il turbamento di Euridice si trasforma presto in angoscia: pronunciando l'ultimo addio allo sposo, costringe Orfeo a voltarsi. Vani i tentativi di soccorrerla: Euridice è morta, e Orfeo non più che decidere di suicidarsi per seguirla nell'aldilà. Ma interviene Amore, che serba in vita Orfeo e rianima col tocco di un dito Euridice.
Magnifico tempio dedicato ad Amore
L'ultima scena si svolge in un ideale Tempio di Amore, in cui Ninfe e Pastori si uniscono alla celebrazione festosa del dio da parte dei due sposi.