Monumentale semplicità

di Vincenzo Borghetti

Data di pubblicazione su web 12/03/2018

Orphée et Euridice

Quasi una primizia per la Scala. Sembra curioso, ma è così: Orphée et Euridice di Gluck non era mai stato rappresentato in questo teatro. Mai rappresentato in quanto tale, bisognerebbe aggiungere, perché alcune sue parti lo sono invece state e con una frequenza sorprendente in passato. Ma andiamo con ordine.

Christoph Willibald Gluck a Vienna nel 1762 scrisse Orfeo ed Euridice su libretto di Ranieri de' Calzabigi. È un'opera-manifesto, una presa di posizione contro l'allora imperante drammaturgia metastasiana. Anzi, non è proprio un'opera, o meglio un dramma per musica, come si chiamava allora. Gluck e Calzabigi furono molto attenti a non pestare subito i piedi a Metastasio, che allora era poeta cesareo proprio a Vienna. Presero infatti le mosse (e il coraggio) da un genere cosiddetto minore, un'azione teatrale, appunto, più affine a generi celebrativi come le feste teatrali, con cui Orfeo condivide l'argomento mitologico. La posta in gioco era alta: rifondare l'opera in musica su basi ritenute meno artificiose, più “naturali” ma al contempo solenni, come nella tragedia greca. Questo nella pratica del teatro d'opera all'italiana dell'epoca voleva dire inserire elementi caratteristici del contemporaneo teatro musicale francese.


Un momento dello spettacolo 
© Marco Brescia e Rudy Amisano

La fama dell'Orfeo precedette Gluck prima del suo trasferimento a Parigi; del resto, essendo costruita su principi francesi, l'opera era perfetta per quella città. Nel 1774 Orfeo ed Euridice divenne quindi Orphée et Euridice, un drame-héroïque in tre atti. Cosa era cambiato, a parte la lingua? Orfeo era adesso un tenore e non un castrato contraltista come a Vienna; c'erano più balletti che nella versione del '62; c'era qui e là nuovo testo per i recitativi (tutti accompagnati, e che Gluck riscrisse quasi interamente); infine c'era addirittura un'aria di bravura (all'italiana) per il protagonista alla fine del primo atto (Orphée in Francia finì cioè per essere più italiano dell'Orfeo viennese). Nel corso del XIX secolo Orfeo/Orphée sarebbe diventato l'opera-feticcio del modernismo musicalteatrale, e lo sarebbe diventato in una versione approntata nel 1859 da Berlioz, che metteva insieme parti delle due versioni italiana e francese, affidando di nuovo Orfeo a una voce acuta, stavolta però femminile, un mezzosoprano (la prima interprete di questa versione fu la celebre Pauline Viardot).

Alla Scala Orfeo si rappresentò la prima volta in questa forma ibrida nel 1891; un po' dell'Orphée francese c'era, mescolato però all'Orfeo viennese. La prima del '91 fu un fiasco. Poi, grazie soprattutto a Toscanini che la ripropose in ben quattro stagioni (1907, 1924, 1925 e 1926, come ci informa l'ottimo programma di sala), l'opera tornò con una regolarità che oggi sorprende, se si considera quanto fosse distante dai titoli più frequentati dal pubblico dell'epoca. L'ultima ripresa della versione ottocentesca è del 1969. Nella stagione 1989 Riccardo Muti la archivierà per tornare all'Orfeo viennese del 1762. Dell'Orphée si persero le tracce: da gluckiano convinto, Muti non pensò di riprendere anche la versione francese dell'opera, che a Milano approda solo in questi giorni.


Un momento dello spettacolo 
© Marco Brescia e Rudy Amisano

Orphée arriva alla Scala in una produzione importata dalla Royal Opera House di Londra, dove ha debuttato nella stagione 2015-2016. L'allestimento, affidato al coreografo Hofesh Shechter e al regista John Fulljames, si basa su una soluzione ingegnosa e inedita: l'orchestra è sul palco, su una piattaforma che sale, scende e sprofonda durante l'azione, permettendo a cantanti, coro e ballerini di agire davanti, sotto, intorno, dietro a essa. L'apparato scenico è ridottissimo, limitato a una copertura di pannelli spessi (che sembrano di rame) in cui sono praticati fori circolari, una sedia, qualche lampada da minatore d'antan e un piccolo falò antropomorfo (quest'ultimo compare solo nel primo atto e alla conclusione dell'opera). Nient'altro. Anzi, no, molto altro: il senso del teatro. Per il quale non servono necessariamente chissà che mezzi. Si dirà che l'orchestra su una piattaforma mobile è una dotazione costosissima che da sola è già abbastanza. Vero, la mobilità dell'orchestra è un elemento centrale di questa regia. Come lo è l'illuminotecnica. Semplice e insieme impressionante l'accendersi dei raggi di sole filtrati dai pannelli di (finto) rame nel passaggio dalla porta degli Inferi ai Campi Elisi, oppure l'occhio di bue su un Orfeo che implora le creature infernali. Centrali sono anche la recitazione (curatissima) degli interpreti e l'interazione di costoro con i danzatori. Questi gli ingredienti con i quali regista e coreografo hanno costruito e raccontato il dramma di Orfeo e di Euridice con un'intensità commovente e disarmante insieme proprio per la parsimonia di mezzi.


Un momento dello spettacolo 
© Marco Brescia e Rudy Amisano

Fondamentale per la riuscita dell'evento è stata la presenza di interpreti capaci di tradurre uno spettacolo così rigoroso in modo scenicamente efficace. Innanzitutto i membri dell'Hofesh Shechter Company: bravissimi in uno spettacolo che il loro coreografo-fondatore gli ha cucito addosso. Non da meno i tre solisti, Fatma Said (L'Amour), Christiane Karg (Euridice) e Juan Diego Flórez (Orphée): l'opera si regge sulla loro partecipazione e la loro convinzione drammatica, in special modo degli ultimi due che recitano come se la musica non ci fosse e non dovessero cantare. E invece cantano, eccome se cantano.

Di Flórez non si sa più che scrivere senza ripetersi. Vederlo e ascoltarlo in scena è una delle gioie che il teatro d'opera mi regala da ventidue anni. Questo suo Gluck lo dimostra ancora una volta: solo lui può fare di questa parte impossibile un capolavoro di passione e delicatezza. Splendida anche Christiane Karg come Euridice: splendida per il fraseggio elegante, la voce piena anche nei registri centrali (cosa non da tutte le Euridici) e per le citate capacità attoriali. Ottima anche Fatma Said, nel ruolo breve ma dalla tessitura ingrata di Amore.

La direzione di Michele Mariotti è un altro tassello importante. A capo di un organico corposo di strumenti moderni ha saputo ottenere un suono leggero e scattante. Lo spessore della scrittura gluckiana è emerso in tutta la sua complessità contrappuntistica, ma restando sempre delicato. Si vede in scena l'organico della Scala, ma a tratti sembrava di sentire un ensemble da camera. A tratti, dicevo: non sempre dopo l'ouverture l'orchestra ha sfoderato ricchezza di colori e sfumature. Colpa forse della disposizione sul palco? 

Grande successo per tutti.


Cast & Credits

Trama




Un momento dello spettacolo
© Marco Brescia e Rudy Amisano

Cast & credits

Titolo 
Orphée et Euridice
Sotto titolo 
Drame héroïque en trois actes
Data rappresentazione 
3 marzo 2018
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
24 febbraio 2018
Libretto 
Pierre-Louis Moline da Ranieri de' Calzabigi
Regia 
Hofesh Shechter e John Fulljames
Interpreti 
Juan Diego Flórez (Orphée)
Christiane Karg (Euridice)
Fatma Said (L'Amour)
Produzione 
Royal Opera House - London
Costumi 
Conor Murphy
Coreografia 
Hofesh Shechter
Luci 
Lee Curran riprese da Andrea giretti
Musiche 
Christoph Willibald Gluck
Orchestra 
Orchestra del Teatro alla Scala
Direzione d'orchestra 
Michele Mariotti
Coro 
Coro del Teatro alla Scala
Maestro del coro 
Bruno Casoni

Trama


Atto primo
Luogo ameno con la tomba di Euridice
Ninfe e Pastori si sono riuniti davanti alla tomba di Euridice, morsa da un serpente velenoso dopo le nozze con Orfeo, per compierne il rito funebre. Orfeo ripete disperato il nome della sposa e, rimasto solo, si rivolge agli Dei che, commossi dal suo canto, gli inviano Amore per comunicargli che potrà scendere agli Inferi e tentare di riportare Euridice sulla terra. La condizione è che Orfeo non si volti mai a guardare la donna, pena il perderla per sempre. Orfeo accetta la legge e parte per l'Ade.


Atto secondo
Entrata degli Inferi
Oltre il fiume Cocito, le Furie ballano e cantano tra fumo e fiamme. Giunge Orfeo con la sua lira e, cantando, riesce a placare le creature infernali e a passare le porte dell'Ade

I Campi Elisi
Tra gli Spiriti beati siede Euridice, velata, che canta la pace immobile di quei luoghi. Quando la donna esce di scena vi entra Orfeo, che chiede lumi sulla sua sposta agli Spiriti: costoro gliela conducono e l'uomo, presala per mano senza guardarla, la conduce verso l'uscita dell'Ade.


Atto terzo
Un'oscura caverna che conduce all'uscita degli Inferi
Orfeo sta conducendo Euridice fuori dall'Ade. La donna, seppur consolata dal canto del marito, non si spiega perché egli non la degni di uno sguardo. Il turbamento di Euridice si trasforma presto in angoscia: pronunciando l'ultimo addio allo sposo, costringe Orfeo a voltarsi. Vani i tentativi di soccorrerla: Euridice è morta, e Orfeo non più che decidere di suicidarsi per seguirla nell'aldilà. Ma interviene Amore, che serba in vita Orfeo e rianima col tocco di un dito Euridice.

Magnifico tempio dedicato ad Amore
L'ultima scena si svolge in un ideale Tempio di Amore, in cui Ninfe e Pastori si uniscono alla celebrazione festosa del dio da parte dei due sposi.