Ritratti di famiglia

di Paolo Patrizi

Data di pubblicazione su web 14/02/2017

Don Carlo

È difficile, e forse incongruo, tentare una correlazione tra costanti drammaturgiche e ambientazione geografica nel teatro di Verdi: certo è, però, che solo le sue opere “spagnole” presentano degli epiloghi così spiazzanti. Se quello di Ernani appare tanto irragionevole quanto necessario, se Il trovatore – con il suo fulmineo scambio di battute conclusive – può vantare il più conciso dei finali, e se spetta alla Forza del destino la palma per l'epilogo più catartico, Don Carlo reca invece con sé la chiusa più sconcertante. Impossibile trattenere un senso di sgomento davanti a questo imprevedibilissimo finale, che – sovvertendo il dramma di Schiller – non si conclude con la consegna del protagonista negli artigli della Santa Inquisizione, ma affida l'antieroico Infante di Spagna al regno dei morti attraverso il fantasma dell'avo Carlo V. Dunque corre l'obbligo di dire che se un Don Carlo, al calar del sipario, non trasmette né angoscia né sbigottimento, lo spettacolo (al di là d'ogni altro possibile pregio) non ha centrato il bersaglio.

D'altronde, negli anni Trenta del secolo scorso, iniziò a circolare in Germania una versione alternativa dell'opera in cui Franz Werfel – all'interno di un suo lavoro di traduzione e revisione esteso anche ad altri libretti verdiani – sostituiva questo metafisico coup de théâtre con un più prevedibile epilogo dove l'Infante si pugnala davanti alla tomba del nonno Imperatore. Il gusto tedesco, si sa, preferisce un realismo didascalico alla dimensione fantastica e allusiva: e a tale propensione estetica s'informa pure Peter Stein (il suo spettacolo approda ora alla Scala dopo le recite salisburghesi di quattro anni fa), che volendo delucidare rischia d'impoverire e, stemperando il cuore oscuro di questo melodramma, in qualche modo l'anestetizza.

Un momento dello spettacolo © Marco Brescia e Rudy Amisano
Un momento dello spettacolo 
© Marco Brescia e Rudy Amisano

Detto questo, la regia di Stein segue un percorso preciso e non è quel florilegio di ovvietà che la critica musicale italiana – oggi impegnata in una sistematica opera di rottamazione dei Grandi Vecchi del teatro – ha voluto scorgere. Piuttosto, è la messinscena d'un ex innovatore che, giunto all'età dei bilanci, preferisce privilegiare la chiarezza del racconto e la fedeltà al testo rispetto a più spiccate prese di posizione registica; e che in quest'ottica, con soppesato accademismo, dipana il suo Don Carlo per progressioni scalari piuttosto che per contrasti, illustrando una serie di ritratti di famiglia – un figlio, un padre, una matrigna, un amico, una falsa amica – che lasciano l'affresco storico sullo sfondo. O in cui, quanto meno, la dialettica tra versante “privato” e “politico” della vicenda resta affidata alla dicotomia tra scene (di Ferdinand Wögerbauer) d'una stilizzazione ai confini del minimalismo e costumi (di Anna Maria Heinreich) splendidi per sontuosità e rifinitura.

Poco interessata a governare le scene di massa (che però nel Don Carlo hanno un peso decisivo) e attenta invece al gioco delle controscene, con qualche caduta di credibilità (le movenze dei cori femminili, la dinamica dell'uccisione di Rodrigo…) ma anche con slittamenti umoristici forse intenzionali (quella piazza da circo che qui sono i giardini della regina sottolinea il farsesco involontario del qui pro quo tra Eboli e Carlo), la regia ha trovato funzionale corrispettivo nella bacchetta di Myung-Whun Chung: se Verdi, parlando della première parigina dell'opera, lamentava «un'esecuzione senza sangue ed agghiacciata», il maestro coreano trasforma in scelta calcolata quanto al compositore pareva un limite. Ne sortisce un'interpretazione musicale che non rinuncia a un algido nitore anche nei momenti più tetri e misteriosi (i corni nel chiostro di San Giusto, ad esempio), perennemente avvolta in un pulviscolo grigio e freddo (aver ripristinato l'atto di Fontainebleau giova a tale chiave di lettura), permeata da un senso del disfacimento privo di tentazioni decadenti e orientato al lirismo contemplativo. Sotto questo profilo la stella polare di Chung – più ancora del Don Carlo di Karajan, che si caratterizzava per un'esasperata voluttà della fine – sembrerebbe l'interpretazione di Giulini.

Un momento dello spettacolo © Marco Brescia e Rudy Amisano
Un momento dello spettacolo 
© Marco Brescia e Rudy Amisano

Se dall'orchestra e dal coro della Scala il direttore ha tratto ottimo partito, con i solisti c'è stato qualche scollamento: pure gli elementi più validi non sono sembrati al meglio, chi per improrogabili ragioni anagrafiche (il Filippo II del sessantottenne Ferruccio Furlanetto), chi per un'adesione solo parziale al proprio ruolo, come nel caso delle due protagoniste femminili. Per solidità tecnica Krassimira Stoyanova è uno dei soprani più affidabili dell'attuale panorama internazionale, laddove Ekaterina Semenchuk può vantare uno strumento mezzosopranile tra i più doviziosi di oggi: la prima racchiude Elisabetta di Valois in una dimensione di riserbo malinconico e rassegnata compostezza (anche la corposità dell'ottava inferiore contribuisce a questo tipo di ritratto), senza districare sino in fondo l'immane groviglio psicologico del personaggio; mentre la seconda aggredisce la principessa di Eboli sul piano interpretativo, ma appare guardinga nei grandi involi canori (il melisma delle cadenze della Canzone del velo andrebbe affrontato con maggior insolenza, né azzarda, nella recita di cui si dà conto, l'ascesa al Do in O don fatale).

Con la sua voce di oggi, inevitabilmente in disordine (ma pure in anni migliori non esente da intubamenti e angolosità), Furlanetto domina invece dall'inizio alla fine la parte di Filippo, grazie alla lunghissima frequentazione del ruolo e a un mestiere di sopraffina scaltrezza. La ferocia del politico e l'arroganza del potente hanno il sopravvento sulle macerazioni dell'uomo, certo per scelta obbligata – l'emissione non può più contare su morbidezze e mezzevoci – ma anche per precisa opzione interpretativa: questo re di Spagna con cui è impossibile essere empatici, e che tuttavia s'impone grazie a un declamato sempre risonante e ben scolpito, resta un'incarnazione molto pregnante. E non induce a ottimismi sul futuro sentire il quasi settantenne Furlanetto sovrastare, per timbro e volume, il poco più che trentenne Simone Piazzola: baritono talvolta ai limiti dell'inudibile, oltre che fraseggiatore misurato ma generico nel circoscrivere Rodrigo al cliché dell'amico generoso, glissando sui suoi schilleriani utopismi.

Un momento dello spettacolo © Marco Brescia e Rudy Amisano
Un momento dello spettacolo 
© Marco Brescia e Rudy Amisano

Altro veterano, Eric Halfvarson è a sua volta uno specialista del ruolo del Grande Inquisitore: ma in modo troppo scopertamente altisonante per essere davvero temibile. E anche l'idea – in sé ottima – di affidare i numerosi personaggi minori a elementi dell'Accademia di perfezionamento della Scala non raggiunge i risultati sperati, perché si tratta di giovani ancora acerbi per quei ruoli brevi, sì, ma di taglia tutt'altro che comprimariale: solo il tenore Azer Zada riesce a imporsi, nell'improbo canto “scoperto” dell'Araldo reale.

Resta – ovviamente – Don Carlo, affidato a Francesco Meli. Il quale canta Verdi nel modo in cui ci ha abituati: gradevolmente epidermico, abilmente sottodimensionato. Prendere o lasciare. E siccome (almeno a giudicare dagli applausi) il pubblico prende, forse avrà ragione lui…


Don Carlo

Cast & Credits

Trama




L'allestimento di Peter Stein visto al Teatro alla Scala il 17 gennaio 2017


Cast & credits

Titolo 
Don Carlo
Durata 
5 h
Data rappresentazione 
12 febbraio 2017
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
17 gennaio 2017
Autori 
Giuseppe Verdi
Libretto 
François-Joseph Méry e Camille Du Locle
Regia 
Peter Stein
Interpreti 
Ferruccio Furlanetto (Filippo II)
Francesco Meli (Don Carlo)
Simone Piazzola (Rodrigo)
Eric Halfvarson (Il Grande Inquisitore)
Krassimira Stoyanova (Elisabetta di Valois )
Ekaterina Semenchuk (La principessa d’Eboli)
Martin Summer (Un frate)
Theresa Zisser (Tebaldo )
Azer Zada (Il Conte di Lerma / Un araldo)
Céline Mellon (Una voce dal cielo)
Produzione 
Festival di Salisburgo
Scenografia 
Ferdinand Woegerbauer
Costumi 
Anna Maria Heinreich
Luci 
Joachim Barth
Musiche 
Giuseppe Verdi
Orchestra 
Teatro alla Scala di Milano
Direzione d'orchestra 
Myung-Whun Chung
Coro 
Teatro alla Scala di Milano
Maestro del coro 
Bruno Casoni
Note 
Opera in cinque atti di François-Joseph Méry e Camille Du Locle, dal dramma di Friedrich Schiller. Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini

Trama


Atto I. 1568, anno del trattato di pace fra Spagna e Francia. Nella foresta di Fontainebleau Don Carlo, durante una partita di caccia, incontra la giovane Elisabetta di Valois, figlia del re di Francia, di cui è innamorato e che dovrebbe sposare. Ma l’amore dei due giovani, appena sbocciato, viene turbato dalla notizia che il re di Francia ha concesso la mano della giovane a Filippo II, padre di Carlo. 

 

Atto II. Nel monastero di San Giusto, dove è sepolto Carlo V, un coro di frati celebra la fragilità dei potenti in confronto all’eterna grandezza di Dio; giunge Don Carlo, che cerca quiete alle sue pene. Incontra qui l’amico Rodrigo, marchese di Posa, e lo esorta alla difesa dell’oppresso popolo fiammingo; chiede poi il motivo del turbamento del principe e apprende con orrore che egli ama la sua matrigna. Lo sprona a farsi inviare nelle Fiandre, e a coltivare il valore dell’amicizia e della libertà. Il passaggio dei sovrani getta Carlo nello sconforto. In un giardino vicino, Eboli canta con le dame la “canzone del velo”. Entra Elisabetta, e a lei si presenta Rodrigo con una lettera di Carlo. Mentre la regina legge turbata, Rodrigo distrae Eboli e le dame, e quindi implora Elisabetta di incontrare Carlo, che giunge al cospetto di Elisabetta: ella lo appoggia per il viaggio in Fiandra, ma Carlo le confessa nuovamente il suo amore, quindi fugge. Entra improvvisamente Filippo che, trovando la regina sola, caccia la dama di compagnia, la contessa d’Aremberg. Elisabetta consola l’amica e si congeda dal consorte. Filippo ha un colloquio con Rodrigo, che chiede libertà per il popolo fiammingo, accusando il re d’imporre «la pace dei sepolcri». Filippo non ascolta la provocazione, ma mette in guardia Rodrigo dal grande Inquisitore e cerca d’avere il marchese alleato, confidandogli il suo sospetto nei confronti di Carlo e della regina. 

 

Atto III. Nei giardini della regina, di notte. Carlo crede di avere un incontro con Elisabetta: giunge invece Eboli, innamorata del principe. Quando la luce lunare rivela l’identità della donna, Eboli scopre l’amore proibito dell’infante, e lo minaccia. Arriva Rodrigo, che sta per uccidere Eboli. Rimasto solo con Don Carlo, l’invita a confidare nel suo aiuto. Nella piazza davanti alla cattedrale di Valladolid il popolo sta per assistere alla cerimonia dell’autodafé. Ma sopraggiunge Carlo, alla testa di sei deputati fiamminghi, per chiedere la nomina a viceré di Fiandra e Brabante. Al rifiuto, Carlo sguaina la spada e giura di salvare dalla tirannia il popolo fiammingo. Filippo ordina che si disarmi l’infante, ma nessuno osa. Solo Rodrigo toglie la spada a Carlo, che si sente tradito dall’amico; il rito riprende con gli eretici condotti al rogo. 

 

Atto IV. Filippo è solo nel suo studio: medita sulla sua solitudine, sul suo amore infelice per Elisabetta, e invoca la morte. Entra il grande Inquisitore, terribile cieco ottuagenario. Il re vuole consiglio per punire l’infante, e l’Inquisitore pretende la testa di Carlo e di Posa, lasciando così il trono succube dell’altare. Entra poi la regina nella stanza di Filippo, invocando giustizia: il suo scrigno è stato rubato. Il portagioie è in mano di Filippo stesso: vi trova il ritratto di Carlo e accusa la moglie d’adulterio. Elisabetta sviene e Eboli la soccorre. Filippo esce con Rodrigo e Eboli le chiede perdono per averla tradita: le confessa d’averlo fatto per amore di Carlo, ed Elisabetta la esilia. Disperata, Eboli maledice la propria vanità. Incarcerato, Carlo riceve la visita di Rodrigo che gli da il suo addio: è infatti preda del grande Inquisitore. Infatti all’improvviso un colpo d’archibugio uccide Rodrigo, che raccomanda all’amico di recarsi a San Giusto per un ultimo colloquio con la madre. Filippo giunge in carcere a restituire la libertà a Carlo, che però lo maledice e l’accusa della morte di Rodrigo, sul cui cadavere il re lamenta invece la perdita d’un amico. Il popolo intanto preme alle porte per la libertà di Don Carlo, e Filippo ordina che si lascino entrare i rivoltosi: questi si fermano tuttavia di fronte all’apparizione del grande Inquisitore, che intima a tutti di inchinarsi davanti all’autorità del re. 

 

Atto V. Chiostro del convento di San Giusto. Elisabetta prega sulla tomba di Carlo V mentre attende l’arrivo di Don Carlo, ricorda il dolce incontro con l’infante nella foresta e piange la felicità perduta, aspirando solo alla morte. Giunge Carlo, e la regina gli comunica d’averlo convocato solo per dirgli addio prima della fuga in Fiandra. I due si congedano, ma sono sorpresi da Filippo e dal grande Inquisitore. Il re consegna Carlo ai frati del Sant’Uffizio: mentre l’infante indietreggia verso la tomba, s’apre il cancello e il frate, in abito di Carlo V, trascina con sé nella cripta Don Carlo (questa conclusione, raggiunta da Verdi soltanto nella versione in quattro atti del 1884, era preceduta nella versione francese da un processo sommario a Carlo, giudizio poi interrotto dall’apparizione del frate come fantasma dell’imperatore. Ricordiamo inoltre che nell’edizione in quattro atti viene soppresso per intero “l’atto di Fontainebleau”).