Processo alla Storia in salsa di
operetta

Gianluca Stefani

Data di pubblicazione su web 24/12/2016

I pugni ricolmi d’oro

Come mettere in scena le complicate vicissitudini che portarono il Vecchio Continente allo scoppio della Grande guerra e la Germania guglielmina alla nascita del Terzo Reich? Gli americani ne farebbero un kolossal, il regista Claudio Longhi preferisce la formula della mise en espace. Un teatro nudo e crudo che manda in pensione scenografia e mimetismo professando esplicitamente il “brechtismo” (vedere il programmatico sottotitolo).

Bastano la voce e il gesto di attori affiatati e un pugno di poltrone di velluto rosso per raccontare la “resistibile ascesa” del teutonico nazionalista Diederich Hessling, un borghese piccolo piccolo che si fa grande a suon di nefandezze e patti col diavolo (la fonte è un romanzo satirico di Heinrich Mann rivisto alla luce delle riflessioni del fratello Thomas). La sua scalata al potere inizia quando, morto il padre, diventa capo dell'azienda di famiglia a Netzig, suo paese d'origine. In un crescendo di intrighi e corruzione, l'imprenditore gioca sporco nello scontro con i filo-repubblicani Buck alleandosi con un operaio socialdemocratico della sua ditta (prefigurando le origini di quel fronte nazional-socialista che darà una piega fatale alla Storia). Dopo aver sposato una nobildonna per interesse, segue da buon “suddito” l'imperatore nel suo viaggio in Italia, finendo tragicomica vittima del suo zelo vigliacco.



Una scena dello spettacolo
© Filippo Manzini

Materia tanto fitta è difficile da dipanare, specie quando si è costretti a rispettare tempi ed esigenze dei tradizionali teatri di prosa (otto erano le ore complessive dello spettacolo che nel gennaio scorso Longhi ha presentato al teatro Storchi di Modena nell'ambito del progetto Carissimi padri). Pensata per le scene del rinnovato Niccolini di Firenze, la storia regge grazie all'istrionismo degli interpreti e a una regia calcolata e sempre vigile che pilota cortocircuiti continui. Attori che entrano ed escono instancabilmente dal palcoscenico, si arrampicano sui palchi di proscenio, si mischiano tra il pubblico prendendo di mira questo o quello spettatore, fanno capolino dal fondo della platea o dal parapetto della piccionaia in un flipper di luci e di voci. Interpretando più di un personaggio, un po' si calano nei suoi panni, un po' lo guardano dall'esterno, un po' lo raccontano e un po' lo deridono, straniandosi e divertendo. C'è chi dà istruzioni su come agire e chi quelle istruzioni esegue, o non esegue, o esegue in ritardo. Chi canta (gli immancabili songs, accompagnati alla fisarmonica dalla brava Olimpia Greco) e chi ammicca in sala lasciandosi andare a irresistibili imitazioni linguistiche. Un gioco allo scoperto che conquista poco a poco le simpatie del pubblico, e pazienza se alcune tessere del complicato puzzle che si va delineando si perdono per strada.

Un intarsio la cui lettura non è sempre immediata, quello intessuto da Longhi, modulato sulle riflessioni filosofiche dei Mann e increspato sul filo del citazionismo (si strizza l'occhio perfino a Mary Poppins) e dell'autocitazionismo (La Resistibile ascesa di Arturo Ui è un modello dialettico costante). Le coprotagoniste sono le poltrone: strumento per costruire drammaturgie e insieme una metafora del potere. Gli attori le allineano, le azionano, le librano in aria. Ora sono leggere come piume, ora acquistano tragica corporeità quando si fanno scranni di un tribunale che puzza di polvere e corruzione.



Olimpia Greco alla fisarmonica
© Filippo Manzini

Tutto lo spettacolo è collocato in un'unica grande aula di giustizia che vede imputata la Storia in un “processo” in cui si chiede ai nostri “carissimi padri” di dar conto del loro operato, individuando nella belle époque le ferite che sanguineranno a fiotti nella prima guerra mondiale (e nella seconda). E se è vero che il presente può essere compreso solo attraverso la lente del passato, le interferenze con l'attualità abbondano, comprese le frecciate alle dinamiche di casa nostra («Aspetti, quel mio operaio appartiene al sindacato? Bene, lo caccio fuori! Tutti i miei operai sono iscritti al sindacato? Allora li caccio tutti!» tuona un presuntuosetto Hessling in crisi di onnipotenza).

Il lavoro di Longhi prosegue, rigoroso, nel solco del citato progetto Carissimi padri avviato sul principio del 2015 e culminato con la trilogia “modenese” Istruzioni per non morire in pace (che sarà di scena alla Pergola il prossimo aprile). I pugni ricolmi d'oro sono un altro capitolo di questo percorso, ribadendo come, in fondo, le “magnifiche sorti e progressive” dell'umanità non siano che l'illusione dei tanti “venditori di almanacchi” di ieri e di oggi.



I pugni ricolmi d’oro

Cast & Credits





Lo spettacolo tratto da Il suddito di H. Mann al teatro Niccolini di Firenze
© Filippo Manzini


Cast & credits

Titolo 
I pugni ricolmi d’oro
Sotto titolo 
Ovvero come un ricco suddito resta sempre un suddito. Fantasmagoria da Heinrich e Thomas Mann in salsa brechtiana
Origine 
Italia
Anno 
2016
Durata 
2 h
Data rappresentazione 
6 dicembre 2016
Città rappresentazione 
Firenze
Luogo rappresentazione 
Teatro Niccolini
Prima rappresentazione 
1° dicembre 2016 (prima nazionale)
Evento 
Carissimi Padri... Almanacchi della “Grande Pace” (1900-1915)
Titolo testo d'origine 
Il suddito
Autori 
Heinrich e Thomas Mann
Regia 
Claudio Longhi
Interpreti 
Donatella Allegro
Nicola Bortolotti
Michele Dell’Utri
Simone Francia
Diana Manea
Eugenio Papalia
Simone Tangolo
Produzione 
Fondazione Teatro della Toscana
Note 
Olimpia Greco (alla fisarmonica); Giacomo Pedini (assistente alla regia)