Il cinema all’opera
La fanciulla del West è un pezzo di teatro musicale ossessionato dalla rappresentazione dell'alterità (i nativi americani, l'esotismo californiano, l'emigrazione) e della propria identità (l'opera modernista di inizio Novecento): Fanciulla, infatti, con le sue canzoni ispirate al folklore americano, la sua orchestrazione a strati, la sua drammaturgia a quadri, rimanda costantemente al teatro di varietà, al cinema muto, fino al teatro di Wagner e Strauss, senza mancare di far capire a chi ascolti il meccanismo di rimandi interteatrali.

Un momento dello spettacolo.
La nuova produzione scaligera sceglie esplicitamente di esibire questo meccanismo di rimandi a livello sia registico sia musicale. La regia di Carsen (il quale ha curato anche le scene insieme a Luis Cavalho) ambienta l'opera all'epoca del cinema muto, trasformando la “Polka” da saloon a sala da proiezioni con bar annesso. Un gruppo di avventori assiste al film dello spettacolo nello spettacolo, ma già sulle note dell'ultima parte dell'introduzione orchestrale Carsen rende evidente lo spostamento dal piano della rappresentazione a quello dell'auto-rappresentazione, facendo muovere come marionette il pubblico del film e trasformandolo nel coro dei minatori. Con il ribaltamento della percezione diegetica dell'orchestra (da colonna sonora a motore musicale dell'azione), il pubblico in sala viene di conseguenza catapultato al cinema.
Ecco dunque il perché di scenografie dichiaratamente cinematografiche: Cinemascope per il primo atto, con un deserto da cartolina su cui Minnie si staglia come eroina di un film; bianco e nero squadrato per il secondo atto, con toni espressionisti nella chiazza di colore rosso del sangue di Dick che cola dalla soffitta; e infine la sovrapposizione tra immagini di repertorio (la cavalcata dei cowboy) e live filming dei protagonisti per l'inizio del terzo atto, fino a quando il momento di svolta del dramma (l'arrivo à sauvetage di Minnie per salvare Dick dall'impiccagione) non trasforma tutto in un esterno dove la diva del film proiettato si rivolge alla folla di fan e si avvia con Dick/attore verso le quinte, mentre gli stessi fan intonano il coro finale. Il «Mai più…» appena citato, dunque, è la sintesi – riuscitissima – della frustrazione malinconica insita nella rappresentazione teatrale, cioè il suo dover per definizione ripetersi senza mai ripetersi veramente, dove i personaggi sono sempre il frutto di uno sdoppiamento. Nella Fanciulla del West non si contano i momenti in cui i protagonisti fanno riferimento a sé stessi e agli altri: su tutti, è proprio la scena finale a fare da culmine, con Minnie che passa in rassegna uno per uno i minatori e li “indica” al pubblico.

Un momento dello spettacolo.
Certo, non tutto dello spettacolo di Carsen funziona come avrebbe potuto. Le sezioni più dialogiche, al contrario di quelle corali, sono eccessivamente statiche e avrebbero bisogno di un cast dalla presenza scenica ben più importante. Tutta la seconda parte del primo e l'intero secondo atto sono sostanzialmente lasciati alla buona volontà attoriale dei cantanti. In uno spettacolo come questo, dove il fascino magnetico dei divi del cinema muto si dovrebbe sovrapporre a quello canoro, avere una compagnia non all'altezza del compito vuol dire indebolire in partenza l'assunto stesso dello spettacolo in quanto tale. Verrebbe da dire che i migliori sono alcuni dei solisti fra i minatori, soprattutto Carlo Bosi nella parte di Nick e Alessandro Luongo in quella di Sonora: entrambi esibiscono non solo ottimo canto, ma una propensione scenica non comune tale da renderli perfette caricature da film muto. Barbara Haveman (giunta a sostituire la preannunciata Eva-Maria Westbroek) è una Minnie di buona energia, con un registro grave un po' debole ma comunque omogeneo. Claudio Sgura è un Jack Rance di bella voce e buona presenza, ma gli manca forse quel pizzico di introspezione che avrebbe dato al personaggio ancora più spessore. Roberto Aronica (Dick Johnson) inizia in sordina tutto il primo atto, con voce un filo troppo nasale e spenta; ma già dal secondo atto il personaggio si sbozza più chiaramente, per arrivare a un «Ch'ella mi creda» – cantato volutamente in maniera dimessa e quasi sottovoce – che è senz'altro una delle pagine da ricordare della serata, anche per la stretta aderenza con ciò che avviene in buca.

Un momento dello spettacolo.
Chailly, infatti, sembra sposare a fondo l'idea di base dello spettacolo, l'ossessione per la rappresentazione. La sua è una direzione che pone sì l'orchestra tra i personaggi principali, ma evita la sovraesposizione a carattere sinfonico da cui talvolta i direttori si fanno trasportare quando hanno davanti una partitura-capolavoro d'orchestrazione come quella della Fanciulla. L'orchestra della Scala con Chailly sa trovare il suono esatto sia per le scene più folk, come l'inizio del primo atto, sovrapponendo piani sonori di diversa intensità e stile, sia per le scene più drammatiche, dove alla compagine è richiesto di “narrare” l'azione: è il caso della famosa scena della partita a poker con cui si chiude il secondo atto, qui condotta da Chailly e dagli orchestrali della Scala sul filo di una tensione mai esagerata, giocata su dinamiche basse alternate a occasionali scoppi sonici al limite del bombastico (e non è anche questa una tipica esperienza cinematografica?). Ma c'è anche spazio per un forma di canto dimesso, stanco, quasi soffocato, come il meraviglioso tempo lentissimo con cui Chailly stacca «Ch'ella mi creda», rendendo l'aria una vera e propria trenodia.
C'è poi un altro aspetto di auto-rappresentazione legato specificatamente a questa produzione: lo sbandierato «ritorno all'originale» con cui il Teatro alla Scala (e Chailly in particolare) ha presentato l'operazione, non senza una certa insistenza. È vero che le sezioni dell'opera riaperte (soprattutto quelle legate alle scene con Billy Jackrabbit e Wowkle, i due nativi americani) e alcune revisioni nell'orchestrazione giovano al complesso di un'opera così sfaccettata, ma bisognerebbe ricordare che dirigere seguendo un'edizione critica non vuol dire “tornare all'originale” (quale poi?), bensì presentare al pubblico uno spettacolo coerente con le fonti. Lo stesso discorso, peraltro, siamo certi varrà anche l'anno prossimo per l'annunciata Butterfly nella versione “originale” del 1904. Per ora, di “ritorni” ci basta quello alla fila del botteghino di The Girl of the Golden West.
La fanciulla del West
Cast & credits
| Titolo
La fanciulla del West |
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| Anno
2016 |
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| Città rappresentazione
Milano |
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| Luogo rappresentazione
Teatro alla Scala |
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| Prima rappresentazione
3 maggio 2016. |
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| Regia
Robert Carsen |
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| Interpreti
Barbara Haveman (Minnie) Claudio Sgura (Jack Rance) Roberto Alorica (Dick Johnson) Carlo Bosi (Nick) Gabriele Sagona (Ashby) Alessandro Luogo (Sonora) Marco Ciaponi (Trin) Gianluca Breda (Sid) Costantino Finucci (Bello) Emanuele Cianino (Harry) Francesco Verna (Happy) Romano Dal Zovo (Larkens) |
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| Produzione
Teatro alla Scala |
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| Scenografia
Robert Carsen e Luis Carvalho |
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| Costumi
Petra Reinhardt |
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| Luci
Robert Carsen e Peter Van Praet |
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| Orchestra
Teatro alla Scala |
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| Direzione d'orchestra
Riccardo Chailly |
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| Coro
Teatro alla Scala |
Trama
Atto I
Linterno della “Polka” in California, allepoca della corsa alloro, Minnie è una vivace ed energica ragazza che gestisce la “Polka”, una taverna frequentata dai minatori. Aspettando Minnie, che per loro è compagna e confidente e della quale sono tutti innamorati, i minatori giocano a carte, mentre qualcuno di essi si fa prendere dalla malinconia. Minnie arriva e legge la Bibbia ai minatori. Lo sceriffo Rance le dichiara il suo amore, ma la ragazza elude il discorso. Alla taverna arriva un forestiero che dice di chiamarsi Dick Johnson. Minnie riconosce in lui lo straniero che aveva incontrato un giorno sul sentiero di Monterey, e del quale si era subito innamorata; lo ammette perciò nel suo locale, garantendo per lui. Affascinato dalla fanciulla, Johnson danza con lei e non riesce a separarsene. Intanto i minatori lasciano la taverna per mettersi sulle tracce del bandito Ramerrez, la cui banda da qualche tempo infesta la zona. Minnie e Johnson restano soli e si dichiarano il loro amore. La ragazza invita il forestiero a raggiungerla, per un ultimo saluto, nella sua capanna ai margini della foresta.
Atto II
Labitazione di Minnie Lo sceriffo Rance e i minatori avvertono Minnie che Johnson e Ramerrez sono la stessa persona, e che il bandito – giunto alla “Polka” per depredare loro dei minatori – sembra essersi nascosto nei dintorni. Sdegnata, Minnie costringe Johnson ad abbandonare la capanna ma, sulla porta, egli viene ferito da un colpo di pistola dello sceriffo, che insospettito si era nascosto nei pressi. Minnie allora, impietosita e innamorata nonostante il disinganno, fa rientrare il giovane e lo nasconde nel solaio. Rance entra nella capanna, alla ricerca del bandito, ma non riesce a trovarlo, finché una goccia di sangue caduta dallalto ne rivela la presenza. Minnie propone allora un patto allo sceriffo: giocheranno a poker, e se Rance vincerà avrà la ragazza e il bandito.Minnie bara e vince la partita: il suo uomo è salvo.
Atto III
La grande selva californiana Johnson è deciso ad abbandonare la sua vita di fuorilegge ed è riuscito a far perdere le sue tracce, ma nei pressi del confine è catturato dai minatori, che si preparano a impiccarlo. Dichiarando di essere stato un ladro, ma non un assassino, egli rivolge lultimo addio a Minnie e si prepara a morire. Ma in suo soccorso interviene improvvisamente la ragazza: essa si rivolge ai minatori e chiede di risparmiare la vita di Johnson, in memoria di quanto – tristezza, sofferenza, speranza – hanno condiviso nel tempo. I minatori, commossi, lasciano libero Johnson, che si allontana con Minnie, deciso a intraprendere una nuova vita con lei.